martedì 30 settembre 2014

WHO ATE ALL THE PIES?

L’era pionieristica del calcio rappresenta senza dubbio quella più particolare e pittoresca, vuoi per la fase embrionale dello stesso, vuoi per la marcata parvenza dilettantistica degli interpreti.
A distanza di più di un secolo, non sembra quasi possibile elencare i vari cambiamenti, in termini di regole e di approccio alla disciplina.
Non sembra eretico affermare che un secolo fa si giocava letteralmente un altro sport, rispetto al mediatico e spettacolare palcoscenico dei giorni nostri.
Inoltre la natura “romantica” del calcio a cavallo tra il 1800 e il 1900 crea, inevitabilmente, una serie di leggende o dicerie che rendono alcuni personaggi davvero straordinari o addirittura immortali.
Tuttavia il grande fascino che tali figure trasmettono risulta innegabile anche per il valore tecnico che tali atleti hanno messo in evidenza.
Con riferimento a quanto finora detto, sembra affascinante ripercorrere la carriera di uno di questi grandi precursori, specificandone qualità e narrandone le più o meno veritiere prodezze.
Come sempre accade, i dati degli aneddoti sono alterati dal tempo, che ha trasmesso il più delle volte verbalmente le gesta tecniche e meno tecniche del suddetto personaggio.
A partire dal 1894 tra i pali dello Sheffield United era possibile applaudire ed ammirare le gesta e la mastodontica fisicità di William Foulke, nominativo al quale si era soliti aggiungere il soprannome di “Fatty” a riprova della particolarità diquesto davvero fenomenale portiere.


Ovviamente la sua peculiare caratteristica fisica balza all'occhio a prima vista: Foulke è alto ben 193 centimetri e sin da giovane evidenzia qualche problema nel controllo del peso, che, dai 100 kg di inizi carriera, arriva fino ai 150 kg del suo culmine.
Se qualcuno sta pensando ad un classico fenomeno da baraccone si sbaglia di grosso: il mastodontico portiere di Dawley è in realtà un grande talento tra i pali, sapendo muoversi con agilità anche sulle palle basse ed angolate.
Solo in apparenza sembra goffo ed impacciato, dimostrando insospettabili riflessi ed una rapidità di movimento assolutamente inaspettata.
Inoltre è un vero specialista nel neutralizzare i calci di rigore, salvando in più di un'occasione il risultato per la sua squadra, specie nei momenti più delicati della partita.
In particolare in un match contro il Burton Albion FC riesce a pararne ben due e per di più allo stesso avversario. La storia narra che quest'ultimo abbia dichiarato di non aver trovato spazi liberi dove infiliare il pallone, perchè Foulke occupava tutta la porta.
In un periodo nel quale il portiere è scarsamente protetto dal regolamento, non sembra facile tentare di caricare un simile colosso, dotato inoltre di un carattere fumantino quando si innervosisce.
Racconti mai confermati riferiscono che a seguito di uno scontro di gioco, prende letteralmente per i piedi il giocatore avversario, lasciandolo a testa in giù sul terreno fangoso.
Tali narrazioni, sempre un tantino romanzate, descrivono però la sua proverbiale forza fisica, esemplificata dalla sua abilità nel fare arrivare la palla oltra la metà campo con un solo pugno. 
Cronache dell'epoca narrano che più di un attaccante resti di stucco d'innanzi alla sua enorme corporatura, arrivando a calciare in fretta e debolmente per paura di entrare in contatto con lui.
Con la maglia dello Sheffield United gioca per 11 anni, vincendo una First Division e due Coppe d'Inghilterra, alle quali partecipa con abilità, tanto che la difesa dei "The Blades" risulta più volte la migliore del campionato.
Il titolo nazionale vinto assume ancora maggior valore se si considera che risulta l'unico al momento vinto dalla compagine dello Yorkshire.
Particolare curioso risulta la seconda finale di coppa, al quale non partecipa a causa di uno dei rarissimi infortuni della sua carriera. Nonostante la sua assenza, lo Sheffield batte il Southampton per 2-1, dopo che il primo match si era chiuso sull'1-1. Foulke gioca questo primo incontro e si rende protagonista di un divertente quanto clamoroso episodio: al termine della gara, ancora furioso con l'arbitro per il gol concesso, a suo vedere irregolare, decide di rincorrerlo completamente nudo per tutti gli spogliatoi, venendo fermato solo da alcuni rappresentanti della Federazione.
Al di là di questa particolare mattata, le cronache dell'epoca lo descrivono come un autentico eroe della partita, grazie ad una serie infinita di parate, l'ultima delle quali descritta come un vero e proprio miracolo.
Foulke appare davvero come una montagna agli occhi degli avversari e del pubblico, tanto che la sua fama attira un gran numero di spettatori per l'epoca, desiderosi di vedere dal vivo il celeberrimo "Fatty".


Anche alla luce del successo che il suo nome sviluppa in tutto il Regno Unitola società gli concede uno stipendio settimanale di 3 sterline, che diventa anche di 5 con i vari premi partita pattuiti. Tale cifra, al momento apparentemente irrisoria, risulta invece cospicua, se si pensa che in quegli anni un lavoratore medio guadagnava circa una sterlina a settimana.
Lo Sheffield ha quindi nelle mani uno dei primi "uomini immagine" del calcio e decide di sfruttarlo non solo in campo, creando una massiccia campagna pubblicitaria intorno alla sua figura.
La stampa stessa risulta molto attratta da questo personaggio, seguendone attentamente le partite e dedicandogli articoli ed anche simpatiche vignette.


Non tutti però hanno un'opinione positiva su di lui, specie nello staff della nazionale, che gli concede un'unica apparizione nel 1897: la partita viene giocata contro il Galles e l'Inghilterra si impone per 4-0.
Nel proseguio della sua carriera la sua atleticità sembra affievolirsi, mentre aumenta costante il suo peso. Nonostante si confermi sempre un portiere affidabile, è visibile a vista d'occhio una certa difficoltà nei movimenti, che lo rende meno efficace nelle parate in tuffo.


Diventa anche un bersaglio per i tifosi avversari, che non perdono occasione per schernirlo con insulti e cori, talvolta davvero volgari, altre volte piuttosto divertenti.
A tal proposito si può ora chiarire il significato del titolo: i supporters avversari sono soliti cantargli "who ate all the pies?" (chi ha mangiato tutte le torte), "you fat bastard" (tu fottuto ciccione", creando, probabilmente, il primo coro contro della storia del calcio.
La sua avventura con lo Sheffiled termina nel 1905, verosimilmente dopo una sconfitta per 7-1 contro il Bury, dove Foulke denota una forma fisica davvero pessima.
Alla luce di ciò, accetta la rilevante offerta del Chelsea, del quale diventa immediatamente capitano, a riprova del suo carisma e del valore che gli viene riconosciuto nell'economia di una squadra.
La sua esperienza nella squadra londinese è positiva sul campo, dove riesce a neutralizzare ben 10 rigori nel corso della stagione (di cui uno nella partita di esordio), contribuendo con merito al terzo posto finale.
A conferma del suo ancor intatto talento vi sono alcuni numeri esemplificativi: nelle 35 presenze disputate prende solamente 28 gol, mentre nelle tre partite da lui non giocate, il passivo della squadra è di ben 17 reti subite.
Ma la sua crescita in termini di peso è davvero senza sosta e più di un maligno sostiene che il suo ingaggio da parte del Chelsea sia solo una mossa per attirare spettatori. Addirittura pare che durante le partite casalinghe vengano messi appositamente due bambini alle sue spalle, per rimarcarne la davvero corpulenta figura.
Va sottolineato come lui stesso sia il primo a scherzare sulla sua proverbiale "fame", tanto da da dichiarare di poter sopportare di essere chiamato in qualsiasi modo, ma non di essere chiamato in ritardo per la cena.
Nel 1906, dopo una sola stagione nel Chelsea, passa al Bradford, dove si rende protagonista di un paio di episodi grossolani ed unici in una partita contro l'Accrington Stanley.
Durante tale fonto davvero ufficiose riferiscono che la sua maglia si strappi durante il match, non consentendogli di proseguire l'incontro. Non trovando nessuna altra maglia abbastanza grande, decide di giocare con indosso un lenzuolo, trovato presso una casa adiacente il campo. Nonostante il buffo e non comodo abbigliamento mantiene inviolata la porta, contribuendo al successo del Bradford per 1-0.
Nella stessa gara si aggrappa alla traversa, spezzandola in due e causando la sospensione della partita; ad opinione di alcuni spettatori avrebbe avuto la stessa particolare esperienza anche in altre occasioni.
La sua carriera termina  nel 1907 dopo un solo campionato con i "bantams", quando decide di aprire un' attività commerciale con scarsa fortuna. Muore nel 1916 a soli 42 anni, ufficialmente a causa di cirrosi, lasciando un grande vuoto nel cuore degli sportivi e dei tifosi inglesi.


Nel corso dell'articolo si è voluto un po' scherzare su alcuni simpatici episodi legati a questo personaggio, ben sapendo che buona parte di essi possono essere stati ingigantiti dalla fantasia dei presenti a quel tempo.
Tuttavia si vuole comunque esaltatare la figura di un grande portiere, che quando il calcio stava per prendere forma ha dato un contributo importante al suo futuro sviluppo.
William Foulke può essere ritenuto uno dei primi portieri a fare la differenza, grazie alla sua  classe od al suo talento, indipendentemente dal peso o.. dalla fame.


Giovanni Fasani

venerdì 26 settembre 2014

IL TESCHIO E L'AQUILA

Da qualche anno siamo ormai abituati a vedere numerosi cambi di maglia nel panorama del calcio mondiale. Tenere a mente tutti i trasferimenti è cosa praticamente impossibile, tuttavia saltano all'occhio, quando leggiamo i giornali, varie frasi pronunciate dal calciatore appena ingaggiato da un nuovo club; la più frequente è di sicuro: "giocare qui è sempre stato il mio sogno", suscitando nei lettori un senso di irritazione.
Non tutti però dicono una cosa fuori luogo ed uno di questi giocatori è sicuramente Alexy Bosetti, classe 1993 nato a Nizza e da sempre tifoso della squadra rossonera della Costa Azzurra.


Il giovane attaccante francese inizia la sua carriera proprio nelle giovanili della squadra nizzarda per poi proseguire il suo percorso formativo prima nelle file del Villefranche sul Mer e poi nel Cavigal, entrambe squadre della parte sudest del territorio d'oltralpe.
Nella sua vita da giovane promessa del calcio, non c'è solo il campo; nei momenti liberi, Alexy dedica la maggior parte del tempo a seguire la sua squadra del cuore, sia al vecchio Municipal du Ray (casa del Nizza fino ad un paio di anni fa), sia nelle varie trasferte sobbarcandosi talvolta massacranti viaggi in pullman.
Bosetti viene ingaggiato definitivamente dal Nizza nel 2012, dopo che lo stesso aveva trascinato la formazione giovanile alla conquista della Coppa Gambardella 2011-2012 (torneo riservato alle squadre under-19 francesi). (Nella foto è il secondo da destra nella seconda fila).


L'esordio in prima squadra arriva il 28 novembre 2012 contro il Montpellier, in un match valevole per i quarti di finale della Coppa di Francia; mentre con la nazionale francese ha collezionato solamente presenze con le nazionali giovanili realizzando solamente 4 gol in 20 partite.
L'episodio più curioso della carriera dell'attaccante nizzardo è quello del 21 gennaio 2014 in una partita che vale l'accesso agli ottavi di Coppa di Francia; da sempre tra Nizza e Marsiglia non è mai corso buon sangue, i tifosi si odiano ed in campo non mancano mai colpi al di sopra delle righe.
La partita è elettrica sin da subito, al vantaggio di Gignac risponde proprio Bosetti che nell'esultare mostra il tatuaggio col teschio perforato da un coltello (simbolo della Brigade Sud, la curva del Nizza). Il gesto non piace alla federazione francese che squalifica Alexy per una partita. Il match del Velodrome si chiude con un pirotecnico 5-4 in favore dei rossoneri, ma l'attaccante salterà il successivo match perso contro il Monaco.
Oltre al teschio con la scritta "mentalità nizzarda" (tradotto in italiano), compare, sul cuore l'aquila, simbolo del Nizza presente anche nello stemma.
Lui sì che ha sempre sognato questa maglia ed in una delle interviste rilasciate qualche tempo fa ha dichiarato: "In Francia vestirò solamente questa maglia", insomma, dalla curva al campo il salto di Alexy Bosetti è stato breve; ora deve mettere la stessa grinta anche nel rettangolo verde, le premesse sono buone.


Matteo Maggio

martedì 23 settembre 2014

VLADIMIR BEARA

Per ogni atleta la massima soddisfazione può essere ottenuta nel riconoscimento attribuitogli dalla stampa o in maniera più viscerale dagli appassionati del relativo sport.
Siamo soliti lodare i grandi campioni del calcio, così come siamo avvezzi ai "titoloni" dei giornali per i grandi campioni e a considerare come punti fermi questi ultimi nelle consuete discussioni "da bar".
Quando un calciatore entra nell'immaginario collettivo come un fuoriclasse, raggiunge l'apice della propria carriera, essendo sicuro di poter essere ricordato a lungo attraverso la positiva nomea costruita nel tempo.
Tuttavia, ancor maggiore risalto possono assumere tali lodi quando arrivano direttamente da un collega, contemporaneo in termini di carriera e, per tutto il mondo calcistico il più forte nel suo ruolo di tutti i tempi.
Quando nel 1963 Lev Jascin vince il Pallone d'oro, alla domanda se si sentisse il più forte portiere del mondo risponde: " No, il più forte portiere del mondo è Vladimir Beara".


Nasce nella Jugoslavia unita nel 1928, a Zelovo, cittadina ubicata nell'attuale Croazia, ma ai tempi sotto l'influenza culturale ed amministrativa serba. Difficile ai giorni nostri dargli una nazionalità, essendo un vero emblema dell'allora adagio "6 nazioni, 5 religioni, 1 Tito", rappresentativo di una flebile unità nazionale e di confini geografici che mal delimitano le differenze etniche.
I suoi esordi nel ruolo di estremo difensore sono quasi causali, dedicandosi inizialmente al balletto, al quale si divide con l'altra sua mansione di elettricista.
Solo a 20 anni si avvicina al calcio, quando viene notato dai dirigenti dell' Hajduk Spalato che ne intuiscono il sorprendente talento e le notevoli doti fisiche.
Beara è un portiere spericolato nel senso buono del termine, capace di uscite prodigiose effettuate con un tempismo perfetto, con le quali si lancia tra i piedi degli attaccanti o sbroglia intricate mischie nell'area di rigore.
Tra i pali è capace di balzi portentosi, con i quali più volte leva all'ultimo minuto la gioia del gol agli avversari, ponendosi sin dalle prime partite come uno dei punti di forza della sua squadra.
Tali doti fisiche gli valgono i soprannomi di "uomo di gomma" o di "ballerino con le mani d'acciaio", in virtù della sua prima passione.
Anche nell'ordinaria amministrazione si dimostra sempre sicuro, conferendo tranquillità a tutto il reparto arretrato, che comanda con personalità e carisma.
Nell'arco della sua carriera punta sempre a migliorarsi, arrivando ad allenarsi con palle da baseball per migliorare la sua presa.


Dopo due anni dal suo ingaggio è già il titolare dell'Hajduk, con il quale vince 3 campionati jugoslavi in 8 stagioni, fino al 1955, quando si trasferisce alla Stella Rossa.
Le ottime prestazioni esibite con la compagine croata lo rendono appetibile anche per la nazionale, della quale diventa titolare inamovibile dal 1950.
Con la maglia della Jugoslavia unita riesce a farsi conoscere da tutto il mondo, a seguito di epiche partite, da lui nobilitate da interventi entrati nella storia del calcio.
In una partita giocata contro l'Inghilterra si fa applaudire da tutto Wembley per parate al limite dell'impossibile, culminate in uno straordinario intervento a mani aperte su tiro di Hancocks, decisivo per salvaguardare il 2-2 finale.
Dopo aver partecipato ai Mondiali in Brasile come riserva di Mrkusic, nel 1952 ha la possibilità di essere il titolare della sua rappresentativa alle Olimpiadi di Helsinki.
La selezione jugoslava si rende protagonista di un ottimo torneo, arrivando fino alla finale contro l'Ungheria, trascinata da Beara e da un attacco portentoso (23 gol gol segnati nelle 4 partite precedenti l'atto conclusivo con Branko Zebec capocannoniere dell'Olimpiade con 7 reti).
La squadra magiara si dimostra superiore a quella balcanica, imponendosi con un perentorio 2-0. Beara è uno degli ultimi ad arrendersi e si toglie anche la soddisfazione di parare un rigore a Ferenc Puskas. 
L'anno successivo ha l'onore di essere uno dei portieri selezionati per la prestigiosa amichevole tra Inghilterra e Resto del Mondo, dove dimostra nuovamente il suo talento, subendo un solo gol nei 45 minuti giocati.
Una nuova vetrina per il talentuoso portiere è rappresentata dal Mondiale 1954 in Svizzera, dove può finalmente giocare da titolare, essendo considerato uno dei più forti numeri uno della rassegna. 
Durante tale torneo dimostra nuovamente tutto il suo valore, esemplificato in una strepitosa uscita nella partita contro il Brasile: con uno spettacolare balzo riesce a lanciarsi sui piedi del centravanti Baltazar, sottraendogli il pallone con perfetta scelta di tempo, evitando di commettere fallo. In tale match, terminato 1-1, il portiere slavo salva svariate volte la sua porta, soccombendo solo ad una prodezza di Didì.
L'avventura della Jugoslavia termina nei quarti di finale, ma Beara è ormai famosissimo ed in patria il prodigioso portiere è visto come un vero e proprio eroe.
Un anno le forti pressioni governative gli impongono il passaggio alla Stella Rossa, squadra dell'esercito nella quale confluiscono di prassi i maggiori talenti del paese.
Con la squadra di Belgrado va ad impreziosire il suo personale palmares, vincendo altri quattro titoli nazionali e due coppe di Jugoslavia, oltre all'unico titolo europeo della sua carriera.
Nel 1958, infatti, la Stella Rossa vince una "particolare versione" della Mitropa Cup , battendo in finale l'Union Cheb FC, vincendo sia all'andata che al ritorno. Nell'albo d'oro tale affermazione non trova appunto ufficialità, in quanto la competizione è sostituita dalla Coppa del Danubio, ritenuta non accomunabile alla Mitropa.
Alla luce di quanto descritto fino ad ora, il nome di Beara diventa troppo celebrato ed ingombrante per l'allora regime politico, mai avvezzo a personaggi che possono in qualche modo nascondere l'aurea di Tito.
Dopo una mai chiarita vicenda di contrabbando, il portiere viene prima squalificato, poi sospeso per quattro mesi ed infinite "invitato" ad emigrare in un' altra nazione a proseguire la carriera.
Nel 1960 decide di trasferirsi in Germania, dove gioca per l'Alemannia ed il Viktoria Colonia, prima di ritirarsi definitivamente nel 1954 per dedicarsi alla carriera di allenatore.
In tale veste la sua principale esperienza è quella alla guida della nazionale del Camerun, da lui diretta per due anni, fino al 1975.
La sua recente scomparsa (11 agosto 2014) ha riportato all'attenzione il suo nome ed il suo mai dimenticato talento.


L'aver unito doti fisiche notevoli ad un modo davvero moderno di interpretare il ruolo l'ha reso uno dei più forti portieri della sua epoca. 
La sua costanza nel perfezionare i fondamentali e la tranquillità con la quale affronta le situazioni più intricate lo eleggono un importante riferimento per ogni portiere.
Per chi avesse ancora dubbi, ci sono sempre le parole del grande Jascin....



Giovanni Fasani

venerdì 19 settembre 2014

CURIOSITA' HAITIANE

In alcuni paesi del mondo non siamo soliti associare il nome della nazione alla squadra di calcio; vuoi per la poca popolarità, vuoi per la mancanza di infrastrutture ma soprattutto perché all'interno dei confini vi è in corso una guerra civile o una dittatura; insomma, problemi ben più gravi di un pallone da prendere a calci.
Ma non è detto che in questi paesi, il calcio non sia comunque popolare e non sia praticato dai bambini e dai ragazzi nelle strade.
Il 12 gennaio di 4 anni fa, alle ore 16:53 locali, Haiti fu devastata da un terribile terremoto di magnitudo 7.0, una catastrofe allucinante che sconvolse migliaia di famiglie facendo commuovere mezzo mondo, dando poi inizio ad un'epidemia di colera.
Il paese centroamericano è sempre stato soggetto a catastrofi naturali oppure a sanguinose dittature come quella che dal 1957 al 1986 vide protagonisti i due Duvalier, prima François detto "Baby Doc" ed in seguito alla sua morte (1971) il figlio Jean-Claude.


La nazionale haitiana non è mai stata nell'elite del calcio mondiale, ad eccezione della famosa partecipazione al mondiale tedesco del 1974.
Nessun giocatore di quella rosa era famoso, 20 dei 22 giocatori militavano nel locale campionato in squadre dal nome alquanto insolito per il mondo del pallone (Don Bosco e Violette per citarne due), le uniche eccezioni erano rappresentate da Roger Saint-Vil, 25enne attaccante ai tempi in forza all'Archibald, squadra di Trinidad & Tobago, mentre il più "famoso" era il difensore classe 1950 Wilner Nazaire che collezionò qualche presenza nella squadra francese del Valenciennes, compresa la promozione dalla serie cadetta alla Ligue1 proprio nella stagione successiva al mondiale teutonico.
Nazaire fece il suo debutto con la maglia dei Les Grenadiers il 15 aprile 1972 in occasione della vittoria 7-0 contro Porto Rico, la prima della cavalcata che portò poi la nazionale centroamericana alla rassegna mondiale.
Di quella nazionale si ricorda, quasi in maniera scontata, la presenza di Emmanuel "Manno" Sanon, 23enne attaccante che segnò lo storico gol all'Italia nella prima gara del girone, dopo 1 minuto dall'inizio del secondo tempo (realizzò anche quello nella sconfitta 4-1 contro l'Argentina). La rete della punta, ai tempi in forza al Don Bosco, gli valse i complimenti di vari addetti ai lavori, compresi quelli di Dino Zoff e la chiamata, nella stagione successiva dei belgi del Beerschot con cui rimase 6 anni mettendo a segno 43 gol in 142 partite. Decise poi di chiudere la carriera nella lega americana vestendo la maglia dei Miami Americans prima e dei San Diego Sockers poi. Morì in seguito ad un cancro il 21 febbraio 2008 ad Orlando.


Il primo tempo della partita contro l'Italia terminò 0-0; la nazionale azzurra assediò l'area haitiana che rimase inviolata per merito di Henry Françillon, uno che chiuse la porta in faccia a gente del calibro di Mazzola e Riva.
Françillon dovette poi capitolare sotto la pioggia di 14 gol totali nelle tre partite del girone. Tuttavia il buon primo tempo contro l'Italia e qualche buona parata contro Polonia ed Argentina, gli valse la chiamata dai tedeschi del Monaco 1860. Fu rispedito a casa dopo poche settimane visto che non parlava una parola di tedesco, facendo perdere la pazienza all'allenatore.
A centrocampo agiva l'unico giocatore bianco della rosa, Philippe Vorbe, uno che mentre allenava la sua squadra di sempre, il Violette, subì un'aggressione per mano di alcuni tifosi avversari che non presero bene alcune situazioni legate alla partita. Da quel momento decise di allenare le giovanili. Negli occhi e nei ricordi di Vorbe ci saranno sempre le massacranti sedute di allenamento di Antoine Tassy, l'allora CT della nazionale haitiana.
Fonti mai a pieno confermate dicono che Tassy sia stato messo lì per volere della dittatura (che finanzava l'intera spedizione), dopo che ad insegnare calcio, tattica e modo di mettersi in campo era stato proprio un italiano, Ettore Trevisan, consigliere speciale della federcalcio di Haiti, ma per Duvalier una spia visto che nel girone capitò proprio l'Italia.


Haiti perse tutte le partite di quel girone, ma come disse Vorbe qualche anno fa: "qui (ad Haiti, ndr) il pallone può davvero salvare la vita ad un sacco di ragazzi. Molti di loro hanno un'educazione poverissima, ma sanno di sicuro chi sono Totti, Beckham, Ronaldo. E, certamente, conoscono bene anche la nostra nazionale: l'unica che sia mai andata ad un Mondiale."

Questo articolo è stato realizzato prendendo anche spunto da due blog che alla faccia del calcio consiglia e che potete trovare in cima alla nostra home page:

"storie di calcio" ed "il puliciclone" 


Matteo Maggio

martedì 16 settembre 2014

PHIL NEAL

L’evoluzione progressiva del calcio ha portato ad una diversa visione di alcuni dei ruoli presenti sul rettangolo di gioco, arrivando a cambiarne l’impostazione tattica ed addirittura il nome con il quale sono distribuiti sullo stesso.
A riprova di tale fenomeno vi è la diversa concezione dell’ormai antico compito di terzino, ora più conosciuto come laterale o esterno basso.
Questo cambiamento nella nomenclatura va di pari passo con le diverse caratteristiche e funzioni che il giocatore deve avere, più simile ad un vero e proprio uomo di fascia che ad un marcatore difensivo come in passato.
In particolare l’attenzione va posta sull’interprete di destra, nato come secondo stopper ed a volte intercambiabile con lo stesso difensore centrale.
Negli anni passati vi sono stati però esempi di giocatori che hanno anticipato tale revisione metodica, interpretando la mansione in modo moderno, svincoladosi dai semplici compiti di marcatura.
Come in un nostro precedente articolo si vuole analizzare come uno di questi campioni si sia imposto all’attenzione internazionale nel corso di una straordinaria carriera.
Legando il suo nome al Liverpool per 11 anni e vincendo ben 22 trofei, Phil Neal può essere considerato come uno dei difensori inglesi più forti di tutti i tempi ed in assoluto un punto di riferimento per il calcio internazionale.


Inizialmente si mette in luce nel Northampton Town, dove gioca per 6 stagioni, mettendo subito in mostra il suo feeling con il gol, esemplificato dai 28 centri in 187 partite di campionato.
Nel 1974 viene ingaggiato dal Liverpool, fortemente voluto dall’allenatore Bob Paisley, colpito dalle prestazioni del giovane laterale.
Nelle prime uscite viene impiegato come terzino sinistro, ma il suo ritorno sulla corsia preferita coincide con l’inizio di un’era irripetibile per i “reds”, caratterizzata da un vero e proprio dominio in patria ed in Europa.
Grazie alla sua costante applicazione ed attenzione si mette subito all’attenzione dei tifosi, colpiti dalla naturalezza e dalla tranquillità con la quale presidia il suo settore di riferimento, applicandosi con uguale efficacia nelle due fasi di gioco.
In una difesa sistematicamente schierata a 4, si occupa dell'ala sinistra avversaria o della seconda punta, qualora questi si defili, dimostrandosi tignoso ed attento difendente.
In virtù della sua rapidità si dimostra abile nell'uno contro uno, opponendosi con disinvoltura agli esterni avversari, ai quali concede raramente l'ingresso in area o la linea di fondo per i relativi traversoni.
Quello che sorprende è la sua abilità tecnica, evidente nella sensibilità del suo piede destro, usato con perizia sia in fase di passaggio che in fase di conclusione a rete.
A tal proposito abbiamo accennato alla sua particolare vocazione offensiva, che si manifesta da subito anche nel Merseyside, dove mette a segno 41 reti in 455 partite nel solo campionato. Bottino che sale a circa 60 realizzazioni se si considerano le varie coppe nazionali ed europee.
A sostegno di questa notevole media realizzativa vi è anche la sua precisione nei calci di rigore, qualità che lo vede eletto come primo tiratore della squadra in più di un’occasione.
Inoltre è in possesso di una buonissima capacità di inserimento, che lo vede proiettarsi nei 16 metri avversari con molta efficacia. 
La sua invidiabile media realizzativa gli vale il soprannome di "Zico", attribuitogli dai tifosi anche in virtù delle sue decisive reti in partite di grande importanza.
Tutte queste qualità lo rendono un elemento insostituibile nell’undici titolare, nel quale spicca per costanza di rendimento e per la sempre impeccabile forma fisica.
Per dare un riferimento numerico alla sua dedizione al Liverpool si può citare la serie di 417 partite consecutive giocate dal 23 ottobre 1976 al 24 settembre 1983, quando viene fermato da un infortunio contro il Manchester United. A causa di questo stop salta 3 partite, per poi riprendere con la stessa costanza per altre 127 partite senza interruzioni.
Nel corso di tale straordianaria serie resiste anche ad infortuni di una certa gravità: gioca più volte con un dito del piede rotto, adattandosi a scendere in campo con scarpe di dimensioni diverse per sopperire al problema.
Addirittura nel 1976 gioca dopo la frattura ad uno zigomo rimediata contro il Derby County, senza, ovviamente, le odierne maschere protettive e rifiutando la sosta forzata consigliatagli dai medici.
Si tratta quindi di una vera e propria leggenda, che, come detto, ha partecipato da protagonista ai grandi successi della squadra inglese a cavallo degli anni'70 e degli anni'80. 
A tal proposito abbiamo quantitativamente accennato alle sue numerose vittorie, alle quali ha preso parte con le consuete ottime prestazioni e con qualche gol.
A livello nazionale spiccano le 7 First Division conquistate durante la sua esperienza, 3 delle quali consecutive al 1981 al 1984.
Oltre ai campionati, il forte laterale può fregiarsi di 4 Coppe di Lega e di 5 Charity Shield, che contribuiscono a rendere il suo "bottino" in patria davvero notevole.
Come già anticipato l'egemonia del Liverpool in quegli anni varca i confini britanici per estendersi in tutta Europa, regalando ai tifosi della Kop grandissimi successi continentali. 
Il primo di essi è la Coppa Uefa 1975/1976, vinta in una doppia finale contro il Bruges. La squadra di Paisley vince 3-2 all'andata dopo essere stata sotto 0-2 e pareggia 2-2 in Belgio, conquistando il trofeo.
E' proprio in questa manifestazione che segna il suo primo gol ufficiale con il Liverpool, nel 6-0 contro la Real Sociedad dei sedicesimi di finale.
Ovviamente la manifestazione che attrae maggiormente l'attenzione è la Coppa dei Campioni, trofeo che finisce nella personale bacheca di Neil per ben 4 volte.
La prima la ottiene l'anno dopo la vittoria della Coppa Uefa, con il Liverpool che batte in finale il Borussia Monchengladbach per 3-1. La terza realizzazione porta proprio la firma di Neal, abile nel realizzare un calcio di rigore che chiude definitivamente i conti.


In precenza riesce ad andare a segno contro gli irlandesi dei Crusaders, ma soprattutto realizza una decisiva doppietta in semifinale contro lo Zurigo in Svizzera, permettendo al Liverpool di vincere per 1-3.
I reds si ripetono anche la stagione successiva, sconfiggendo in finale nuovamente il Bruges per 1-0 con una rete di Dalglish.
Per il terzino inglese arrivano 2 reti nei turni precedenti, contro la Dinamo Dresda (rigore) e contro il Benfica.
La terza affermazione avviene nella stagione 1980/1981, dove ad arrendersi nell'atto conclusivo per 1-0 è il Real Madrid, trafitto da una rete di Ray Kennedy.
Neal mette la sua firma nel tabellino degli ottavi di finale, realizzando una rete nel 4-0 contro l'Aberdeen.
La quarta ed ultima vittoria arriva nella stagione 1983/1984, dove il Liverpool riesce a battere ai rigori la Roma, nella finale giocata proprio nella capitale italiana.
Neal è grande protagonista del match, realizzando al 13° la rete che porta in vantaggio gli inglesi. Dopo il pareggio di Pruzzo, la Coppa viene assegnata ai calci di rigori, dove gli errori di Conti e Graziani portano nuovamente il trofeo ad Anfield Road. Da infallibile rigorista, il sempre determinante laterale realizza il suo tenatativo, calciando appena dopo l'errore del suo compagnio Nicol.


Neal avvrebbe la possibilità di vincere la quinta Coppa dei Campioni nel 1985, eguagliando il record di Gento e Di Stefano. L'occasione risulta ancor più prestigiosa se si considera il fatto che potrebbe farlo per la prima volta da capitano, essendo partito Graeme Souness.
Purtroppo per lui, la finale è quella tragica dell'Heysel, dove la Juventus ottiene la sua prima vittoria grazie ad un calcio di rigore di Platini.
Nonostante questa parziale delusione, per Neal resta la soddisfazione di essere l'unico giocatore del Liverpool sempre presente nelle 4 finali di Coppa dei Campioni vinte.


Un piccoli rimpianto può essere rappresentato dalla Coppa Intercontinentale, persa per due volte contro Flamengo (1981) ed Independiente (1984) e non disputata in altre due circostanze: nel 1977 il Liverpool rifiuta di prendervi parte, mentre nel 1978 la Coppa non ha luogo per la seconda volta nella sua storia .
Completa il suo invidiabile palmares la Supecoppa Europea conquistata nel 1977, dove l'Amburgo viene sonoramente battuto per 6-0 ad Anfield dopo l'1-1 dell'andata.
Con una simile carriera, anche la nazionale non può fare a meno del suo contributo, convocandolo senza interruzioni sin dal 1976.
La sua esperienza con la maglia dei "tre leoni" è però in chiaroscuro: nonostante le 50 presenze collezionate fino al 1983, non riesce a replicare le imprese ed i successi ottenuti con il club, ottenendo anche cocenti delusioni.
La prima riguarda il Mondiale del 1978, dove l'Inghilterra non partecipa, essendo arrivata seconda nel girone di qualificazione dietro l'Italia.
Due anni più tardi ottiene il "visto" per gli europei in Italia, ma viene eliminata nel girone, a seguito della decisiva sconfitta proprio contro la squadra di Bearzot.
Nel 1982 finalmente Neal riesce a partecipare al suo primo Mondiale, giocando da titolare solo una delle cinque gare disputate dalla sua rappresentativa. Quest'ultima viene eliminata al secondo turno, dopo due pareggi per 0-0 contro Germania Ovest e Spagna.
Questo resta il suo ultimo grande torneo con la maglia dell'Inghilterra, che lascia l'anno dopo con anche 5 reti realizzate, la prima delle quali nel 1978 contro l'Irlanda del Nord.


Al termine della sua avventura con il Liverpool accetta l'offerta del Bolton, per un ruolo di player/manager che svolga fino al 1989, per poi diventare a tutti gli effetti l'allenatore della squadra per altri 3 anni.
Ripercorrendo la sua stroardinaria carriera non si può che restare ammirati dall'incredibile numero di successi conquistati e dalla sensazione che il suo contributo sia stato sempre determinante e qualitativo.
In assoluto si pone come uno dei difensori più affidabili e di valore della storia del calcio, per il quale ha aperto le porte ad un modo nuovo di vedere ed apprezzare il ruolo di terzino.


Giovanni Fasani

venerdì 12 settembre 2014

NAIROBE DA MATTI

Qualche tempo fa abbiamo raccontato del derby di Teheran, una sfida molto accesa che paralizza l'intera città per una giornata intera. Di sicuro in Iran, ci sono problemi ben più imminenti che una partita di calcio (un pò dovunque a dire il vero).
Non fa eccezione il continente africano, dove tutti conosciamo purtroppo il tipo di vita che fanno la maggior parte dei popoli.
Le notizie calcistiche sono sempre molto flebili e talvolta inesistenti; quelle che ci sono parlano, per la maggior parte delle volte, di affermati calciatori che militano in altri continenti. Qualche piccola eccezione la fanno i campionati maghrebini, essendo l'Italia (ma anche l'Europa in generale), un territorio dove facilmente si trovano persone di quelle etnie.
Ma più scendiamo e più le curiosità e le news si interrompono bruscamente. Con l'articolo di oggi focalizziamo l'attenzione su un altro derby, quello che dal 1968 appassiona la città di Nairobi ed il Kenya in generale. Stiamo parlando del Nairobi Derby, ossia la sfida che mette di fronte i Leopards ed il Gor Mahia.


Oltre che essere una sfida di calcio, è principalmente una sfida tribale. I tifosi delle delle due squadre sono appunto divisi dal diverso tipo di etnia.
I Leopards sono nati nel 1964 e sono soprannominati Ingwe che letteralmente tradotto significa proprio leopardi. Di etnia Luhya hanno vinto per 13 volte la Premier League keniota, mentre il maggior risultato ottenuto in competizioni dell'intero continente, sono le semifinali della allora African Cup of Champions Club (l'attuale Champions League), raggiunte nel 1968. Tuttavia, non vincono il campionato dal 1998.
Il Gor Mahia è invece di etnia Luo (da cui discende anche l'attuale presidente statunitense Barack Obama) e può vantare lo stesso numero di campionati vinti dei colleghi biancoazzurri, mentre a livello continentale citiamo la vittoria della African Cup Winners' Cup (il pari della defunta Coppa delle Coppe ed ora chiamata CAF Confederation Cup, una sorta di Europa League) nel 1987, quando in finale battè il più quotato Esperance Tunisi (2-2 a Tunisi, 1-1 a Nairobi). I biancoverdi sono tornati alla vittoria in patria dopo un digiuno che durava dal 1995.
Il loro soprannome è K'Ogalo e sono stati fondati nel 1968 per via della fusione tra il Luo Union ed il Luo Sports Club. La particolarità del Gor Mahia è che rispetto ai rivali cittadini, è stata la prima squadra delle due a vincere il campionato sia con l'attuale nome (1968 al primo tentativo) che con il nome di Luo Union (1964); inoltre, è l'unica squadra keniota ad aver vinto un campionato senza perdere alcuna partita (1976).

Il Gor Mahia campione del 1976 (foto: kenyapage)

Da sempre è stata una sfida molto equilibrata, non solo per i titoli in bacheca, ma anche per le vittorie negli scontri diretti. L'ultimo si è giocato il 27 luglio di quest'anno ed è terminato 2-2. I precedenti sono leggermente favorevoli ai Leopards con 27 vittorie contro le 22 del Gor Mahia, a fronte dei 29 pareggi.
Le sfide si giocano al Nyayo National Stadium (30.000 posti) quando sono i Leopards ad avere il fattore campo, mentre il teatro delle partite casalinghe del Gor Mahia è l'immenso Moi International Sports Centre, un gigantesco complesso sportivo che comprende, oltre al Kasarani Stadium (60.000), un hotel e diversi palazzetti per altre discipline.
Solitamente è difficile trovare in posti come il Kenya allenatori europei o delle più blasonate federazioni, ma il derby di Nairobi fa eccezione.
I Leopards sono allenati dall'olandese Pieter Hendrik De Jong, una carriera da allenatore iniziata a 20 anni quando allenava le giovanili del RKC Waalwijk. Dal 17 maggio di quest'anno siede sulla panchina della squadra keniota e l'esordio, arrivato qualche giorno più tardi, lo ha visto trionfare 3-1 proprio nella stracittadina; fu un fuoco di paglia visto che al termine della stagione sia i giocatori che i tifosi ne contestavano i metodi tattici. Lui non si scompose ricordando il raggiungimento della finale della Nile Basin Cup 2014, competizione riservata alle squadre del bacino del Nilo e che fanno parte della CECAFA (Council for East and Central Africa Football Association).
Sulla panchina del Gor Mahia siede invece lo scozzese Bobby Williamson. Ex attaccante dei Rangers Glasgow, allena i K'Ogalo dal luglio 2013 dopo l'esperienza quinquennale sulla panchina dell'Uganda. E' stato nominato pochi giorni fa nuovo CT della nazionale keniota. L'esordio è stato pazzesco con la conquista del titolo che mancava da quasi 20 anni; molto apprezzato nello stato africano, avrà il compito di portare il Kenya a livelli più alti di quelli finora raggiunti.


Detto in precedenza della divisione etnica dei tifosi dei due club, questo derby attira molte persone dall'intero Kenya. Molti sono i supporters provenienti dalle altre città, a conferma che oltre ad essere una sfida cittadina, lo è anche a livello nazionale; una sorta di Superclasico per dirla alla sudamericana.
Come in ogni sfidata infuocata che si rispetti, anche le autorità di Nairobi hanno il loro bel da fare per mantenere l'ordine nella capitale keniota.
A passare spesso dal lato del torto (chiamiamolo così) sono i supporters biancoverdi, purtroppo imitati spesso dai cugini Leopards, come in occasione del match di campionato contro il Thika United di qualche mese fa, quando i tifosi Ingwe invasero il campo a 5 minuti dalla fine, contrariati dall'andamento della partita (avanti 1-0, si fecero superare 2-1). La federazione comminò alla società biancoazzura la sconfitta a tavolino ed una multa di 500.000 scellini (poco più di 4.000 euro).
Uno degli episodi più violenti finora registrati è quello del 23 marzo 2012, quando un brutto intervento di Ali Abondo, difensore del Gor Mahia, per poco non spezza la gamba del malcapitato Amon Muchiri. Rosso diretto e "rivolta" della tifoseria biancoverde. Nei due video di seguito l'intervento di Abondo ed il riassunto di un prepartita.





Questo è dunque il sunto di ciò che succede a Nairobi il giorno della partita tra Leopards e Gor Mahia, una sfida che va molto aldilà di una semplice partita di pallone e che purtroppo rispecchia, per molti aspetti, l'andamento di molte faide interne, in Kenya e non solo.
Ci piacerebbe raccontarvi di più su questa sfida, ma come detto all'inizio le poche informazioni, l'assenza di mezzi tecnologici in determinati paesi africani in anni antecedenti al nuovo millennio e lo scarso interesse dei media, fanno sì che i racconti siano ridotti al lumicino.


Matteo Maggio

martedì 9 settembre 2014

DIMITRIS SARAVAKOS

Qualora si voglia valutare la carriera di un grande calciatore, di prassi si va a controllare in quale contesto abbia mostrato il suo valore, con particolare attenzione alla sfera internazionale.
In relazione a questo particolare si è soliti dare un privilegiato risalto ai campionati più importanti, coprendo di gloria quei campioni che si sono distinti in tali tornei.
La maggior parte delle volte si vuole far coincidere le qualità dei giocatori con quella dei club o della nazionale nelle quali gioca, non soffermandosi sulle capacità degli interpreti o su quanto dimostrato singolarmente dagli stessi.
La storia del calcio è colma di esempi dove, per varie e talvolta forzate ragioni, grandi talenti non hanno potuto esprimersi nelle competizioni di massimo livello. Oppure o in aggiunta a tale situazione la nazione di riferimento non risulta di grande livello, impedendo loro il più delle volte di partecipare alle più importanti competizioni.
Nel caso in questione la nostra analisi si focalizza su di un fortissimo attaccante, mattatore in patria negli anni’80 e per buona parte degli anni’90.
Il paese di riferimento è la Grecia ed il giocatore in questione risponde al nome di Dimitris Saravakos, vero e proprio simbolo del calcio ellenico e bandiera del Panathinaikos.


Nato nella capitale nel 1962, cresce calcisticamente nel Panionios dove resta 5 anni, prima di diventare un autentico momumento dei "trifogli" di Atene.
Il trasferimento avviene nel 1984 e nonostante la giovane età, Saravakos può già contare più di cento presenze nella massima serie, condite da ben 35 reti.
La sua precocità agonistica gli vale il sopranome di O Μικρός, vale a dire "il bambino", che lo accompagna per i primi anni di carriera.
Dotato di grande rapidità e di un fisico esile, trasforma ben presto la sua naturale predisposizione di attaccante centrale in quella di esterno offensivo, preferendo il settore destro del reparto avanzato. 
A tal proposito è solito scendere in campo con la maglia numero 7, particolare che lo caratterizza sia nei club che in nazionale.
La sua grande dote è quella di riuscire a tagliare verso l'area con grande tempismo e di prendere in controtempo la difesa avversaria; a tutto ciò unisce un grande senso del gol ed una presenza nell'area di rigore degna di un vero "centravanti d'area".
Durante la sua nuova esperienza affina maggiormente la sua tecnica, mettendo in mostra un piede destro potente e preciso, capace di improvvise conclusioni in corsa, quanto di calibrati calci di punizione dalla media distanza. 
Completano un quadro tecnico davvero notevole un dribbling molto efficace ed una inarrestabile velocità, che lo vedono talvolta disimpegnarsi con profitto anche nel ruolo di ala. destra.
Difficile trovare un punto debole in Saravakos, capace inoltre di trascinare con le sue reti il Panathinaikos ad una notevole serie di successi nazionali.
In tal senso il suo rapporto con tale importante compagine è suddiviso in due epoche, dal 1984 al 1994 e dal 1997 al 1998.
Per quanto concerne la prima delle due esperienze, riesce a portare la squadra a grandi successi, vincendo per 3 volte il campionato e per ben 6 volte la coppa nazionale.
Molto significativa per lui è la stagione 1990/1991, dove vince per la terza ed ultima volta la Alpha Ethniki e per la prima volta la classifica cannonieri, segnando 23 reti.
In precedenza si è accennato al contesto internazionale ed in tal senso le partecipazione del Panathinaikos a tali manifestazioni non è sempre in linea con quanto fatto nelle competizioni nazionali.
A livello personale riesce a mettere all'attenzione del continente il suo nome durante la Coppa Uefa 1987/1988, dove, nonostante il Panathinaikos esca ai quarti, vince la classifica marcatori.
Realizza infatti sei reti durante la competizione, due delle quali segnate alla Juventus nella sfida dei sedicesimi di finale.
Saravakos segna al 6° nella gara di andata regalando il successo per 1-0 alla sua squadra.


Si ripete quindi al ritorno a Torino, segnando la prima rete nella sconfitta per 2-3 che qualifica comunque il Panahinaikos. 
Voci mai confermate parlano di un futuro interesse della squadra bianconera nei confronti del campione greco ed in particolare di una cospiqua offerta nel 1990 non accettata dall'allora presidente  Giorgos Vardinogiannis.
Per quanto concerne la Coppa dei Campioni va ricordata quella della stagione 1984/1985 , dove la squadra di Atene raggiunge le semifinali prima di essere eliminata dal Liverpool. Saravakos ha il merito di realizzare due rigori nella doppia semifinale contro il Goteborg, garantendo il successo all'andata e pareggiando il match al ritorno.
La compagine ellenica torna protagonista in Champions League nella stagione 1991/1992, trascinata dalle reti del suo cannoniere. Ancora una volta è il Goteborg la sua unica vittima del torneo, contro la quale apre le marcature nella prima partita ed alla quale rifila una decisiva doppietta al ritorno.


La squadra si guadagna l'accesso al girone finale, che termina però all'ultimo posto alle spalle di Sampdoria, Stella Rossa e Anderlecht.
Nel 1994 ha la grande opportunità di partecipare alla sua prima ed unica competizione per nazionali, ovvero il Mondiale negli Stati Uniti.
La rappresentativa allenata da Panagoulias è alla prima partecipazione alla Coppa del Mondo e affronta grandi difficoltà durante la stessa, perdendo tutti e 3 gli incontri contro Argentina, Nigeria e Bulgaria, subendo ben 10 reti senza segnarne alcuna.
Per Saravakos resta la soddisfazione dell'esordio e l'onore di essere il capitano delle sua squadra.
Al termine della competizione abbandona la nazionale, lasciandola con un bottino di 22 reti in 78 partite ed il rammarico di non aver mai dimostrato con tale maglia tutto il suo valore ai più alti livelli.
A livello statistico va ricordata una partita amichevole giocata contro l'Egitto nel 1990 e terminata 6-1; In tale match Saravakos realizza 5 gol, 3 dei quali su calcio di rigore.


Sempre nel 1994 decide a sopresa di rompere un rapporto apparentemente senza fine con il Panathinaikos, a causa di un mancato accordo per il rinnovo del contratto.
Approda quindi ai rivali dell'AEK Atene, dove resta per 2 stagioni, segnando nel solo campionato 21 reti in 47 partite e vincendo altre 2 coppe nazionali, portando ad 8 le sue vittorie in carriera.


Nel 1997 decide di ritornare nuovamente al Panathinaikos, ma gioca solamente 2 partite in stagione, avendo alcuni problemi fisici che lo inducono al ritiro al termine della stessa.
Il suo nome resta nella storia del club, al quale ha ragalato ben 125 reti in 254 partite di campionato e regalando emozioni uniche agi spettatori dello Spyros Luis.


Saravokos è indubbiamente uno degli attaccanti più forti del suo periodo, meritevole senz'altro di dimostrare il suo talento in club di maggior spessore o comunque in quei contesti dove sono soliti esibirsi i campioni.
Così come per altri calciatori, possiamo solo celebrarne la straordinaria carriera e rendere omaggio ai numeri ed alle giocate che l'hanno resa vincente ed indimenticabile.
Ed al Panathinaikos si ricordano ancora del "bambino" con la maglia numero 7....


Giovanni Fasani 

venerdì 5 settembre 2014

THE STRONGEST IN TUTTO E PER TUTTO

Quante storie può raccontare il fantastico mondo del calcio? Quante però realmente ne conosciamo o ne abbiamo sentito parlare? Quante sono belle e quante sono brutte?
Sono solo 3 domande ma le cui risposte racchiudono una miriade infinita di personaggi, di squadre, di episodi.
Ho sempre pensato che dal punto di vista umano ed anche calcistico, il Sudamerica sia il continente più strano e più matto che c'è. I suoi meravigliosi paesaggi fanno contrasto spesso con lotte interne e genocidi che hanno purtroppo regalato alla storia un sostanzioso numero di morti.
Purtroppo anche il mondo del calcio è fatto da episodi poco piacevoli e di sicuro sfortunati. E' nella mente di tutti la tragedia di Superga del 1949 oppure quella dello Zambia nel 1993, con la nazione africana che vent'anni più tardi vince la Coppa d'Africa nel Gabon, in quel Gabon dove cadde l'aereo dell'aeronautica zambiana.
Nessuno (o quasi) conosce la storia del The Strongest, squadra boliviana della capitale più alta al mondo, La Paz. Il nome stesso richiama alla potenza che hanno le Tigri nel proprio paese. Nati nel 1908, sono l'unica squadra a non essere mai stata retrocessa insieme all'Oriente Petrolero.


L'era professionale boliviana nacque nel 1977 ma già negli anni passati lo Strongest aveva vinto qualche campionato in un periodo in cui contendergli il titolo era impresa ardua. Al termine della stagione 1969 i campioni boliviani vennero invitati a Santa Cruz de la Sierra (altra città boliviana) per giocare un quadrangolare amichevole.
Il 26 settembre si imbarcarono sull'aereo per tornare a La Paz tutti i giocatori e lo staff tecnico ad eccezione del capitano Rolando Vargas, del paraguaiano Luis Gini e Marco Antonio Velasco, tutti e tre rimasti a casa per problemi legati ad alcuni infortuni post-campionato.
La sfortuna era però dietro l'angolo; dopo aver perso i contatti con il Douglas DC-6B alle autorità aeroportuali giunse la notizia che l'aereo era precipitato nella zona di Viloco, territorio boliviano vicino a La Paz.
La notizia ovviamente scosse tutto il calcio boliviano e non, in pochi secondi scomparvero 74 persone tra giocatori, staff, equipaggio e persone comuni che avevano preso quello stesso aereo.
Tra i giocatori più rappresentativi di quella spedizione c'erano il portiere Armando Angelasio, portiere anche della nazionale. Diogenes Torrico, attaccante in grado di segnare in tutte le maniere. Oscar Guzman, centrocampista in prestito dall'Olympic,squadra di La Paz. Miguel Angel Porta, centrocampista e bandiera dello Strongest anni 60. Julio Alberto Diaz, terzino argentino naturalizzato boliviano, fu anche capitano delle Tigri. Ernesto Villegas, altro centrocampista che era arrivato dagli accerrimi rivali del Bolivar. Hector Marchetti, fantasista argentino e considerato come una delle stelle della squadra. Ed infine il director tecnico Eustaquio Ortuno.


Fu un duro colpo per il popolo giallonero, una mazzata terrificante da cui sarebbe stata dura risollevarsi. Ma la notizia non colpì solo la squadra di La Paz. Da tutto il continente arrivarono aiuti di varia natura. Il presidente della federazione calcistica brasiliana Joao Havelange organizzò il clasico Fluminense-Flamengo, il cui incasso venne devoluto alla rifondazione della società tigrata. Il presidente della confederazione sudamericana Teofilo Salinas, contribuì donando 20.000 dollari americani. Il Boca Juniors mandò a giocare in Bolivia due giovani promesse, Romerito e Bastida. Alla rinascita contribuì addirittura anche il Bolivar che cedette qualche giocatore ai rivali cittadini.
Insomma, una ricostruzione in grande stile capitanata da una commissione che comprendeva dirigenti provenienti da varie zone del Sudamerica.
Nei successivi anni lo Strongest porterà a compimento l'intera ricostruzione, continuando da dove scomparve, vincendo in patria e mantenendo la massima categoria con un ricordo sempre vivo a "los Martires de Viloco".


Matteo Maggio