venerdì 28 marzo 2014

LA PRIMA LIBERTADORES

Se pensiamo nelle varie competizioni a quante squadre hanno partecipato, probabilmente staremmo qui per giorni interi. Nell'arco del tempo, le varie coppe e campionati, si sono evolute; basti pensare al mondiale del 1930 che vantava solamente 7 squadre o alla vecchia Coppa Campioni che fino alla fine degli anni '90 aveva una formula con scontri ad eliminazione diretta.
In questo campo, non fa eccezione quella che volgarmente qualcuno chiama "la coppa campioni sudamericana", ma che per i più raffinati (e corretti) porta il nome di Copa Libertadores.


La Copa Libertadores nasce nel 1960 con il nome di Copa Campeones de America per far sì che anche il Sudamerica abbia la sua Coppa Campioni.
Come per l'Europa, anche a tale manifestazione, partecipano le squadre che hanno vinto il proprio campionato.
Nella prima edizione però accederanno solamente 7 squadre, visto che le vincitrici dei campionati ecuadoregno, peruviano e venezuelano, non saranno ammesse alla manifestazione.
La formula era alquanto bizzarra: i paraguayani dell'Olimpia Asuncion vennero direttamente ammessi alla semifinale, mentre le altre 6 compagini se la dovranno vedere in 3 partite di andata e ritorno.

Olimpia Asuncion

Nonostante le poche squadre partecipanti, il torneo è comunque pregno di giocatori forti. I paraguayani presentano molti giocatori che parteciparono al mondiale svedese, tra i tanti il terzino Edelmiro Arevalo, autentica bandiera del Decano ed il centrocampista Juan Vicente Lezcano.
Ma procediamo con ordine. La prima partita della Libertadores si giocò il 19 aprile 1960 all'Estadio Centenario di Montevideo dove i padroni di casa del Penarol, vennero opposti ai campioni boliviani del Jorge Wilstermann. Questi ultimi si presentarono con la formazione forse più debole del torneo. Il giocatore simbolo era Maximo Alcocer, attaccante all'epoca 27enne che realizzò uno storico gol per i boliviani al Centenario. Peccato che tale rete arrivò sul 4-0 per il Penarol che vinse poi la partita 7-1. Protagonista della sfida fu Alberto Spencer che realizzò 4 gol. Spencer era l'autentico faro dell'attacco dei Carboneros. In maglia giallonera realizzò 113 gol in 166 partite, vincendo per 7 volte il campionato uruguayano.
Ma il forte attaccante ecuadoregno non era l'unica stella della fortissima compagine uruguayana. Tra i pali Luis Maidana, il difensore William Martinez, 7 anni passati al Penarol ed altrettanti trofei vinti, il forte centrocampista Luis Cubilla, autentico metronomo e l'attaccante Carlos Borges che ebbe il merito di realizzare il primo gol della manifestazione.
Il ritorno all'Hernando Siles di La Paz, si risolverà in un poco interessante 1-1, con gli ospiti che abbastanza a sorpresa, schiereranno la formazione titolare.

Alberto Spencer

La seconda delle tre sfide vide opposti gli argentini del San Lorenzo, ai brasiliani del Bahia. I brasiliani partecipano alla manifestazione senza aver vinto il titolo, che al tempo ancora non esisteva (nacque nel 1971). Il Tricolor de Aço vinse quello che allora era il più importante trofeo brasiliano: la Taça Brasil.
Gli argentini si presentarono alla Libertadores con uno dei bomber più prolifici di tutto il Sudamerica: Josè Francisco Sanfilippo, capace di 192 gol in 232 partite con la maglia del Ciclon e 21 centri in 29 partite con la Seleccion argentina. Nella gara di andata al Palacio Ducò di Buenos Aires, il centrattacco rossoblù non si fece attendere, realizzando il gol del 3-0, che di fatto spezzò i sogni del Bahia.
Nel ritorno all'Estadio Fonte Nova, la partita si risolse in uno spettacolare 3-2 per i brasiliani. A segno Carlitos, altro attaccante dal gol facile ed una vita spesa al Bahia.
Per gli ospiti, manco a dirlo, doppietta di Sanfilippo e semifinale guadagnata.

Josè Francisco Sanfilippo

L'ultima battaglia vide opposti i campioni cileni dell'Universidad de Chile, ai colleghi colombiani del Millonarios.
Fu una vera e propria catastrofe sportiva per la U. I cileni si presentarono con una difesa molto giovane, eccezion fata per Sergio Navarro, 9 nove anni alla U de Chile. L'altro centrale era Hugo Villanueva, appena una stagione alle spalle in maglia blu. Sulle fasce agivano Carlos Contreras (23 anni) e Luis Eyzaguirre (20). L'esperienza di Ernesto Alvarez a centrocampo non fu sufficiente a contenere la furia dei colombiani. Per di più, l'attacco formato da Carlos Campos (quasi 200 gol con il club di Santiago) e Leonel Sanchez, non realizzò nemmeno un gol.
Il Millonarios si impose con un roboante 6-0 che gli permise di giocare il ritorno in casa con assoluta tranquillità. Tra le file dei Los Embajadores va di sicuro menzionato Francisco Zuluaga, 31enne difensore di grande solidità. Zuluaga militò nel club biancoblu per 15 anni, vincendo per 7 volte il titolo colombiano. Un'autentica bandiera che ebbe anche la soddisfazione di allenare il club di Bogotá nella stagione 1968/1969.
Marino Klinger e Ruben Pizarro matarono i cileni, realizzando due doppiette.

Francisco Zuluaga

Si arriva quindi alle due semifinali, dove i colombiani resisteranno solo nel match del Campin, per poi capitolare sotto la manita dell'Olimpia nel match del Ferreira di Asuncion. Protagonista della contesa fu Luis Doldan che realizzò una doppietta nel 5-1 finale. Il Millo venne quindi riportato sulla terra dopo l'indigestione cilena.
La semifinale tra San Lorenzo e Penarol è di certo più entusiasmante. In primis perché si sa, tra argentini ed uruguayani non è mai corso buon sangue; in seconda battuta perché la sfida si deciderà alla terza partita, in quanto le prime edizioni non prevedevano il gol doppio in trasferta. In caso di pareggio nelle due sfide (qualsiasi sia il numero di gol), si dovrà giocare un'ulteriore sfida.
Nella prima sfida, giocata al Centenario, sarà il Penarol a passare dopo appena 2 minuti con Carlos Alberto Linazza. Ma il San Lorenzo avrà il merito di impattare il risultato al minuto 18, grazie al gol di Norberto Boggio, attaccante molto prolifico cresciuto nel Banfield e sempre nel giro della nazionale.
Nel ritorno del Ducò, un brutto 0-0 rimandò la qualificazione nuovamente al Centenario. La sfida è decisiva e non possono che farla da padrone i due attaccanti simbolo degli anni '60 delle rispettive compagini. Per il San Lorenzo andrà a segno Sanfilippo all'86° pareggiando il gol di Spencer del 61°. Lo stesso attaccante ecuadoregno avrà il merito di mandare il Manya in finale, realizzando il gol definitivo 2-1 all'89°.

Una formazione del Penarol del 1960
La finale di andata si gioca il 12 giugno al Centenario davanti a circa 45.000 spettatori. Entrambe le squadre scenderanno sul terreno di gioco con lo stesso modulo, il 4-2-4, con i due attaccanti di fascia che daranno a turno una mano ai due centrocampisti centrali. Gli uruguayani schiereranno in mezzo al campo William Aguerre e Luis Cubilla pronti a contenere le furie di Melgarejo e Doldan, mentre, dalla parte opposta, saranno Pascual Rojas e Vicente Rodríguez a  cercare di fermare le avanzate offensive di Spencer e Borges.
La partita sarà molto tesa e tirata, al minuto 52 Juan Lezcano lascerà in 10 l'Olimpia (espulsione molto contestata dai propri compagni) e verrà decisa al 79° minuto da Spencer. Al termine del match, il segretario della confederazione sudamericana, Lydio Quevedo (paraguayano) dichiarò che l'arbitro (il cileno Carlos Robles) aveva diretto la gara in maniera pessima insieme ai suoi collaboratori, fischiando falli inesistenti e senza mai avere in pugno totalmente la partita. Ma non è che il primo atto della contesa finale, che vedrà il suo seguito esattamente una settimana dopo all'Estadio de Puerto Sajonia di Asuncion.
Il Penarol scenderà in campo con la medesima formazione della gara di andata, eccezion fatta per Josè Mario Griecco in sostituzione dell'attaccante Jupiter Crescio; resterà invariato anche il 4-2-4, modulo confermato anche dalla formazione paraguayana. Questi ultimi, però, cambieranno qualche giocatore in difesa: Rojas verrà arretrato al centro della difesa formando con Peralta un'inedita coppia. A centrocampo verrà inserito Eligio Echague, mentre il reparto d'attacco vedrà i soliti Doldan e Melgarejo supportati da Recalde e Cabral.
La mossa dei paraguayani si rivelerà azzeccata e la difesa terrà botta alle ripartenze giallonere. Il match viene sbloccato al minuto 28 grazie a Hipolito Recalde, abile nel colpire il pallone da fuori area ed insaccare nell'angolino basso.
Nell'intervallo, l'allenatore dei Carboneros, Roberto Scarone, lascerà tutti a bocca aperta sostituendo Spencer con Juan Eduardo Hohberg. Lo stesso tecnico, al termine dei 90 minuti, ammise che il cambio fu la vera svolta della partita.
Il gol del pareggio aurinegro arriverà per merito di Luis Cubilla, bravo a sfruttare un cross di Borges, ottimamente insaccato di testa alle spalle di Arias all'83°.
La partita terminerà quindi 1-1 tra la gioia giallonera e lo sconforto del popolo paraguayano di fede Decano.
Fatto curioso: la coppa non venne mai consegnata sul campo al Penarol. Fonti mai totalmente attendibili, sostenevano che il trofeo fu consegnato alla squadra di Montevideo la stessa notte. Una delegazione della federazione si recò nella capitale uruguayana da Asuncion a bordo di un aereo militare, la voce girò presto in città e si formarono autentiche folle di gente; nessuno però riuscì a vedere la Copa dal vivo, nemmeno un giornalista. E di quella coppa, la prima storica Libertadores, purtroppo, non si hanno fotografie.


Matteo Maggio

martedì 25 marzo 2014

PSV EINDHOVEN 1987/1988

Per tutti gli amanti del calcio l'Olanda rappresenta un paese di riferimento, al quale si guarda ammirati per le belle pagine che questa nazione ha regalato alla storia del calcio.
Negli occhi di tutti rimane il "calcio totale" dell'Ajax degli anni '70 che con il formidabile Cruijjf ha dominato la scena europea per anni, trasferendo anche in nazionale un sistema di gioco innovativo ed entusiasmante.
Negli anni '80 gli arancioni ottengono il loro massimo successo con la conquista degli europei del 1988, trascinati da Marco Van Basten e Ruud Gullit, futuri vincitori del Pallone d'Oro.
Soffermandoci sull'annata in questione dobbiamo però celebrare un altro successo dei Paesi Bassi, ma ottenuto da una squadra di club.
Questa volta non si tratta della già citata squadra di Amsterdam, ma di un altrettanto forte compagine che nella stagione 1987/1988 raggiunge la perfezione: il PSV Eindhoven vince tutte le competizioni alle quali è chiamato a partecipare.


Occore partire dall'inizio di detto biennio per meglio capire come si arrivati al successo finale.
Il club decide di dare nuovamente fiducia al precendente allenatore, nonostante le voci siano insistenti in merito ad un tentativo di ingaggiare Rinus Michels, tecnico della nazionale.
La volontà è quella di guadagnare credito a livello internazionale, sulla base di una sistema di gioco brillante e vincente.
La scelta di confermare Guus Hiddink alla guida della squadra parte proprio da questi presupposti, contando sulla sua meticolistà nelle sessioni di allenamento e nella sua sapienza tattica.


La stagione parte però con una cessione eccellente, non molto digerita dai tifosi, nonostante il sostanzioso ritorno economico che essa comporta.
Il PSV cede il già citato Ruud Gullit al Milan, privandosi, di fatto, di uno dei giocatori più forti del periodo, proprio nel momento della sua massima crescita.
Oltre a lui, il club cede altri due importanti giocatori: Renè Van Der Gijp al Neuchatel Xamax e Jurne Koolhof al Groningen.
Il tecnico di Varrseveld sopperisce a tali dipartite con le scelte che vengono riproposte di seguito.
In porta viene confermato Hans Van Breukelen, uno dei portieri più forti del periodo. Estremo difensore completissimo e dai riflessi felini, è il titolare inamovibile anche della nazionale olandese.


Sulla fascia destra si disimpegna Eric Gerets, conosciuto anche in Italia per la sua militanza nel Milan. Si dimostra valido marcatore della seconda punta avversaria ed abile negli inserimenti. Di nazionalità belga, è una colonna della sua nazionale, vantando una grande esperienza internazionale, che gli permette di essere nominato capitano del PSV.
Sul settore sinistro troviamo Jan Heintze, punto di forza dell'emergente nazionale danese. Giocatore molto versatile, assicura un rendimento costante, trovando modo di essere impiegato anche a centrocampo.
Nel ruolo di marcatore centrale si alternano Ivan Nielsen e Adick Koot.
Entrambi dotati di grande fisico, sono i classici stopper voluti da Hiddink, sempre molto attenti nel controllare l'attaccante avversario, ma altrettanto pronti a sfruttare le palle inattive,  grazie alla grande abilità nel gioco aereo.
Nel ruolo di libero troviamo uno dei giocatori più forti della squadra, Ronald Koeman.


Giocatore dal grande senso tattico è altrettanto bravo nell'impostazione, quanto nelle chiusure in seconda battuta. Rappresenta il vero leader della squadra, comandando la fase difensiva con carisma e precisione. Koeman è in possesso di un tiro preciso e potentissimo, che lo rende molto insidioso sui calci piazzati, specialità che gli permette di entrare nel tabellino marcatori con regolarità.
Passando al reparto di centrocampo si rileva un ritorno importante, quello di Berry Van Aerle, dopo un anno in prestito all'Anversa. Giocatore molto duttile, viene impiegato con grande profitto sia come esterno destro alto, sia come terzino. Molto apprezzato anche dal commissario tecnico Michels, assicura grande spinta ed un continuo dinamismo sulla corsia di riferimento.
Un'altra novità è rappresentata da Edward Liskens, mediano prelevato dal Venray. A lui spetta il compito di dare copertura centrale al centrocampo, permettendo ai compagni di interpretare con libertà la fase offensiva.
A tale compito è deputato il talentuoso Gerald Vanenburg, ala destra di nascita, ma molto abile nello svariare lungo tutta la trequarti, alle spalle della coppia di attaccanti.


In possesso di un piede precisissimo e di una tecnica notevole, si afferma come ottimo rifinitore per i compagni, principalmente per i suoi calibrati cross nell'area di rigore.
Il ruolo di principale raccordo tra centrocampo ed attacco è affidato a Soren Lerby, acquistato in estate dal Monaco, allargando ancora di più i nazionali della Danimarca presenti in rosa. Giocatore di grande esperienza, ha vestito con grandi risultati la maglia del Bayern Monaco, prima di trasferisi in Francia. Si dimostra centrocampista molto completo e tecnico, in grado di assicurare compattezza al reparto, garantendo anche un buon numero di gol alla squadra.
Hiddink può contare anche sui guizzi di un altro danese, Frank Arnesen, vero e proprio jolly del centrocampo, molto abile nella fase offensiva.
A completare la sezione mediana occorre ricordare Anton Janssen, altro esempio di grande duttilità, essendo ugualmente impiegabile come centrale o esterno sinistro. Arriva ad Eindhoven nel mercato di riparazione di gennaio, per completare la rosa.
Il reparto offensivo viene completamente rinnovato, soprattutto per la costituzione di una nuova coppia di attaccanti. 
Dopo 4 stagioni in Italia tra Pisa e Torino viene ingaggiato il centravanti Wim Kieft, autentico "ariete" cresciuto nell'Ajax. 


Molto potente ed insuperabile nel gioco aereo, rappresenta il punto di riferimento offensivo della squadra, dimostrando buona tecnica ed un ottimo feeling con il gol. A tal proposito va ricordata la sua vittoria della Scarpa d'Oro 1982.
A completare il reparto viene ingaggiato Hans Gillhaus dal Den Bosch. Il tecnico punta molto su di lui dopo le ottime stagioni passate, in virtù del suo grande dinamismo e del suo promettente senso del gol. In possesso di un piede sinistro preciso, è un attaccante dalla  grande intelligenza tattica, che si integra alla perfezione con i compagni di reparto.
Come già accennato, la squadra riesce nell'impresa di conquistare tutte e tre le competizioni alle quali partecipa, partendo dal campionato.
La squadra, campione in carica, trova nell'Ajax l'antagonista più accreditato, ma riesce a conquistare  il titolo con 9 punti di vantaggio sui lancieri, segnando ben 117 in 34 partite. 
Si toglie anche la soddisfazione di battere per ben due volte i rivali. Ad Eindhoven la partita termina 4-2, con Arnesen autore di una doppietta. Al De Meer il PSV vince 1-0, grazie ad un gol di Lerby.
Tra le partite da ricordare figura quella con l'Utrecht, travolto da un sensazionale 10-0.
Wim Kieft si conferma un'ottima intuizione di Hiddink, che viene ripagato con un campionato di grandissimo livello, impreziosito da 29 gol che valgono alla punta il titolo di capocannoniere.
Per quanto riguarda la Coppa d'Olanda, la squadra di Eindhoven raggiunge la finale dopo aver eliminato nell'ordine De Treffers (0-6), MVV Mastricht (1-3), Den Bosch (0-1), RBC Roosendaal (2-0) e RKC Wallwiijk (2-3).
Nell'atto finale deve vedersela contro il Roda JC, dando vita ad una partita spettacolare e dal risultato sempre in bilico. Smeet con una doppietta porta due volte in vantaggio il Roda (22° e 64°), ma le due reti  del terzino belga Gerets (52°e 85°) portano la partita ai supplementari. Al 92° il gol di Lerby decreta la vittoria degli uomini di Hiddink, che si aggiudicano la competizione per la quarta volta.


Descritte le vittorie in campo nazionale, occorre vedere nel dettaglio l'affermazione più importante della stagione analizzata, quella della Coppa dei Campioni.
Nei sedicesimi di finale, gli avversari sono i turchi del Galatasaray, che all'andata in Olanda vengono battuti per 3-0, grazie alle reti di Gillhaus, Koeman e Koot.
Il ritorno si rivela tutt'altro che un formalità, con la squadra di Istanbul che arriva molto vicino a pareggiare le sorti della qualificazione, vincendo la gara per 2-0. Grande protagonista il portiere Van Breukelen, autore di alcune parate decisive.
Negli ottavi il PSV pesca il Rapid Vienna, con il quale ottiene un doppio successo. Nella prima gara in trasferta, gli olandesi si impongono per 1-2 con le reti di Van Aerle e Gillhaus, intervallate dal calcio di rigore di Kranjcar.


Al ritorno le reti Lerby e nuovamente di Gillhaus sanciscono il 2-0 e la meritata qualificazione.
La sfida nei quarti di finale è contro il forte Bordeaux, con la partita di andata da giocare in Francia. Il match termina 1-1, con Wim Kieft che pareggia l'inizale vantaggio di Tourè.
Nella gara di ritorno il PSv mantiene lo 0-0 con qualche patema, guadagnandosi l'accesso alla semifinale contro il Real Madrid.
L'andata al Santiago Bernabau vede gli uomini di Hiddink strappare un ottimo 1-1, con la rete di Linskens che pareggia il vantaggio di Hugo Sanchez su calcio di rigore.


Nel match di ritorno al Philips Stadium, il PSV gioca una grande partita, mantenendo inviolata la porta e mantenendo quello 0-0 che le serve per accedere alla finale. Da segnalare una grande parata di Van Breukelen nel finale su una spettacolare rovesciata dello scatenato messicano Sanchez.


La finale si gioca il 25 maggio a Stoccarda contro i blasonati portoghesi del Benfica.
La partita è quasi priva di emozioni, con le squadre contratte che evitano di sbilanciarsi per paura di passare in svantaggio. 
Con un simile atteggiamento lo 0-0 non si sblocca neanche dopo i 120 minuti e sono necessari i calci di rigore. Come a voler confermare il grande equilibrio, i cinque rigoristi delle due squadre realizzano il proprio rigore, mandando la serie ad oltranza. 
Il "neo arrivato" Janssen trasforma il rigore e Van Breukelen para quello di Veloso, interrompendo la serie e dando la vittoria al PSV.


Con questa vittoria la squadra di Eindhoven centra uno strepitoso triplete, andando ben oltre i pronostici della vigilia ed ottenendo quel riconoscimento internazionale che mancava.
Grande artefice risulta l'allenatore Guus Hiddink, abile a creare una squadra camaleontica, che riesce ad essere macchina da gol in patria, come altamente quadrata e prudente in Europa.
Come dimostrerà nel corso della sua carriera, il tecnico centra in pieno le scelte di mercato, dimostrandosi estramente pratico nel far rendere al massimo i giocatori a disposizione.
La stagione 1987/1988 del PSV Eindhoven entra di diritto nella storia del calcio, proprio per la straordinaria continuità di rendimento dimostrata.
Per una volta a dettar legge in Olanda non è la "solita" squadra di Amsterdam.

Giovanni Fasani



Fonti: solofutbol, wikimedia, wikipedia, anp, members

venerdì 21 marzo 2014

IL TRIONFO DELL'IMPOSSIBILE

Il calcio è solito regalare spesso delle emozioni forti, questo lo sappiamo tutti, basta essere tifosi di una squadra ed il gioco è fatto. Ci sono però, anche delle situazioni in cui ci si emoziona per altre squadre, non necessariamente quelle del cuore.
Più di una volta sono incappato in quest'ultima situazione, soprattutto quando ad una manifestazione, di qualsiasi latitudine o longitudine, partecipa una squadra cosiddetta outsider, quella che con ogni probabilità farà di sicuro le partite del girone, salvo poi tornare a casa, quando va bene, con un paio di punti al massimo.
La Coppa d'Asia 2007 non fa eccezione. A tale manifestazione partecipano i soliti nomi: Giappone, Corea del Sud, Iran, Arabia Saudita, Australia, Cina; tutte più o meno favorite per la vittoria finale. A fare da comprimarie ci sono le 4 squadre organizzatrici (Malesia, Thailandia, Vietnam ed Indonesia) ognuna delle quali ospita un girone ed altre 6 squadre che agiscono da possibili mine vaganti: Oman, Iraq, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain ed Uzbekistan.


Oltre alle citate squadre favorite, il torneo è pregno di numerosi giocatori blasonati e famosi: tra i tanti possiamo citare il giapponese Nakamura, gli australiani Viduka, Kewell e Cahill, gli iraniani Nekounam, Mahdavikia e Rezaei (quest'ultimo in forza al Livorno), il cinese Sun Jihai.
Ognuno di questi giocatori contribuirà alla causa della propria nazionale, ma come vedremo, nessuno di essi riuscirà ad arrivare all'atto finale.
Le 16 squadre sono divise in 4 gironi con gare di sola andata. Ogni girone ha la sua favorita più un paio di potenziali sorprese ed una quarta squadra a fare da comparsa. Nel Gruppo A dovrebbe farla da padrone l'Australia che però arriva 2° alle spalle dell'Iraq, dopo che la qualificazione è stata ottenuta all'ultimo turno con un secco 4-0 ai padroni di casa della Thailandia.
Mark Viduka
Nel Gruppo B invece è il Giappone a fare più punti, trascinata dal già citato Nakamura e dai gol di Naohiro Takahara, in forza ai tedeschi dell'Eintracht Francoforte. I forti giapponesi chiuderanno con 7 punti frutto delle vittorie contro Emirati Arabi e Vietnam dopo aver pareggiato 1-1 il match inaugurale contro il Qatar.
Abbastanza a sorpresa arriva 2° il Vietnam padrone di casa, a testimonianza che di emozioni questo torneo ne regala davvero tante.
Al Qatar non sono sufficienti i 3 gol (uno per ogni match) di Sebastian Soria, attaccante uruguayano naturalizzato qatariota che tra il 2005 ed il 2012 è stato capace di mettere a segno 83 gol in 121 partite con la maglia del Qatar SC.

Sebastian Soria

Al pari del Gruppo A, anche il Gruppo C resta in bilico fino all'ultima giornata. La Malesia padrona di casa chiude il girone con 0 punti, 1 gol fatto e 12 subiti, mentre è l'Iran ad aggiudicarsi il 1° posto, frutto di 2 vittorie ed 1 pareggio, magistralmente guidato da Javad Nekounam, autentico centrocampista dai piedi buoni, visto in Europa nelle file dell'Osasuna.
A giocarsi la qualificazione è la Cina a cui basta un pareggio e l'Uzbekistan che per forza di cose deve vincere. Per i media e gli addetti ai lavori non c'è partita, per i sognatori la speranza è sempre accesa. Hanno ragione i secondi visto che la nazionale guidata da Rauf Inileev strapazza i malcapitati cinesi grazie a 3 gol messi a segno nei 20 minuti finali.

Javad Nekounam
Infine il Gruppo D vede il successo dell'Arabia Saudita trascinata dai gol di Yasser Al-Qahtani, attaccante molto mobile capace di 4 gol nel torneo (capocannoniere in coabitazione con il giapponese Takahara e l'iracheno Younis) e 44 gol complessivi in 100 presenze con la maglia dei Falchi sauditi.
Senza grosse prestazioni la seconda forza del girone è la Corea del Sud, forte di una vittoria sull'Indonesia arrivata alla 3° partita; la compagine indonesiana si è presenta alla manifestazione con 23 giocatori che militano tutti in patria e di cui la metà non ha più di 10 presenze con la maglia della nazionale, il che la dice lunga sulla risicata qualificazione dei coreani.


Nei quarti di finale troviamo quindi 3 sorprese: Iraq, Vietnam ed Uzbekistan. Almeno una di queste 3 nazioni andrà in semifinale, visto che nella prima partita saranno di fronte Iraq e Vietnam allo stadio Rajamangala di Bangkok. La partita si sblocca subito, dopo 2 minuti sarà Younis Mahmoud ad aprire le danze, chiuse al 65° sempre dall'attaccante classe 83, che nei 5 anni passati nelle file dell'Al Gharafa (sua squadra durante la manifestazione), ha messo a segno 71 gol in 88 partite, una media straordinaria condita da diversi premi personali (e non solo), tra cui giocatore arabo dell'anno e MVP della Coppa d'asia 2007. Nello stesso anno Younis entra anche nella lista del Pallone d'Oro, terminando al 29° posto. Per il forte attaccante nato a Kirkuk dev'essere come vincerlo quel premio.


A differenza dell'Iraq, l'Uzbekistan abbandona la manifestazione nei quarti di finale subendo un 2-1 dalla nazionale saudita senza però sfigurare. A 8 minuti dalla fine Pavel Solomin accorcia le distanze preparando l'assalto finale, ma il muro saudita resiste e porta in cascina la preziosa semifinale.
I due quarti di finale restanti (quelli sicuramente più sfiziosi) vengono entrambi decisi ai calci di rigore. Il Giappone ha la meglio sull'Australia dopo l'1-1 dei 120 minuti e la Corea del Sud supera l'Iran dopo un noioso 0-0.

In semifinale rimane solo la sorpresa Iraq a contendere il titolo alle più blasonate nazionali sopracitate. I leoni di Mesopotamia si trovano di fronte la fortunata Corea.
Altro noioso 0-0 ed altra serie di calci di rigore. Questa volta però, la fortuna dei coreani verrà meno. Dopo 6 rigori realizzati è Yeom Ki-Hun a sbagliare spianando la strada della finale alla nazionale in maglia verde. La gioia per le strade irachene è incontenibile a tal punto che 50 persone perderanno la vita a seguito di alcuni attentati.
La seconda semifinale è la gara più spettacolare del torneo: l'Arabia Saudita la spunta al termine di una lotta senza esclusione di colpi contro il Giappone; ad aprire le danze è il solito Al-Qahtani che realizza al 35° minuto, esattamente 2 minuti prima il pareggio di Nakazawa, autentica bandiera del Yokohama Marinos. Nella ripresa una doppietta di Malek Mouath fa esplodere di gioia anche la nazionale guidata da Helio dos Anjos, tecnico con un passato da calciatore nelle serie minori brasiliane.


Si arriva quindi all'atto finale, l'Iraq sembra aver dato già molto e ha nelle gambe i 120 minuti della semifinale, mentre l'Arabia Saudita è forte dell'esperienza e della maggior freschezza nonostante la battaglia a suon di spettacolo contro il Giappone.
Ma l'abbiamo detto all'inizio, le emozioni ogni tanto diventano tali anche quando in campo non c'è la squadra del cuore. Sarà l'Iraq, forte di un gol del suo eroe nazionale Younis al 72°, a portare a casa l'ambito trofeo; gli iracheni non credono ai loro occhi, men che meno i sauditi che forse sono entrati in campo sottovalutando l'avversario.


In Iraq si scatena il finimondo, se chiediamo a qualsiasi cittadino se la nazionale aveva qualche chance di vittoria, ragionevolmente nessuno risponderà che la percentuale sia superiore al 5%. Il governo iracheno, però, vieta qualsiasi festeggiamento memore di ciò che accadde 4 giorni prima; ma fu un'emozione talmente grande, forse irripetibile nell'immediato che la gente si riversò in strada con macchine, motorini, furgoni e qualsiasi cosa per fare baccano tutta la notte. Alcune persone si sono addirittura gettate nel Tigri nonostante i severissimi divieti. Gente fuori di sé, persone che sparano in aria, persone commosse e chi più ne ha più ne metta; il primo ministro Nuri al Maliki commenterà così "E' una lezione sul trionfo dell'impossibile e su come agguantare la vittoria".
La vittoria la ottiene l'Iraq magistralmente guidato dal tecnico brasiliano Jorvan Vieira, una vita passata da tecnico in Medio Oriente ed attuale allenatore della nazionale del Kuwait.
A noi rimarrà una grande emozione, l'emozione di un popolo che per una notte ha vissuto da vera protagonista.

Matteo Maggio


Fonti: japanisanisland, topnews, wikipedia, weltfusball, iraqsport, ven1

martedì 18 marzo 2014

NIENTE DI GREAVES

Facendo finta di partecipare ad un quiz televisivo potremmo incappare nella seguente domanda: " Quale giocatore ha segnato più gol nella storia della First Division inglese?".
Sono sicuro che pensandoci attentamente verrebbero in mente nomi altisonanti, andando a parere tra i più forti e prolifici attaccanti anglosassoni della storia del calcio.
Sono però altrettanto certo che la risposta giusta la darebbero in pochi, fatto sicuramente strano se si considera il valore del giocatore in questione.
Per varie ragioni tale formidabile centravanti è uscito dalla memoria calcistica recente, nonostante i numeri realizzati lo annoverino tra i più grandi realizzatori di ogni epoca.
Dopo questo preambolo è venuto il momento di svelarne anche il nome: Jimmy Greaves.


Autentico "Enfant Prodige" del mondo del calcio, ha un impatto devastante con la realtà professionistica, iniziando la carriera con la maglia del Chelsea. Segna subito all'esordio ad appena 17 anni e nelle successive stagioni scrive la storia del club londinese.
Autentico "centravanti d'area" dimostra un fiuto per il gol innato ed una completezza tecnica sbalorditiva.
Nella stagione 1958/1959 è subito capocannoniere con 33 gol, migliorandosi ulteriormente in quella 1960/1961 dove mette a segno 41 reti in 40 partite. I tifosi del Chlesea ricorderanno per sempre una sua strepitosa tripletta al Manchester United nel novembre 1960.
Gioca con continuità anche con la nazionale, dove puntualmente segna all'esordio contro il Perù.
Nel 1961 vanta già124 gol in 157 partite di campionato e si impone come autentico fenomeno, considerando che ha appena 21 anni.


Nonostante le decine di realizzazioni da lui garantite, i "Blues" retrocedono in Second Division, liberando di fatto Greaves, che ha la possibilità di approdare in un club di livello superiore.
Le maggiori squadre europee si mettono in fila per garantirsi le prestazioni della giovane punta e dopo una lunga trattativa la spunta il Milan.
Sull'esperienza italiana del centravanti inglese si potrebbero scrivere pagine e pagine, considerando sia gli aspetti tecnici, sia quelli extracalcistici.


Viene fortemente voluto dal direttore tecnico Dipo Viani, che riesce a creare una copia potenzialmente micidiale con un altro fenomeno del periodo, Josè Altafini.
Greaves lascia l'Inghilterra tra tanti dubbi e, a detta di tanti, contro la sua volontà. Inoltre parte da Londra con l'angoscia per la perdita di un figlio, evento che lo segna indiscutibilmente, specie per come affronta l'avventura nella città milanese.
Nonostante ciò esordisce in un'amichevole contro il Botafogo, segnando una doppietta ed entrando subito nei cuori dei tifosi milanisti.
Purtroppo per lui, non riesce ad entrare nelle simpatie dell'allora allenatore rossonero, Nereo Rocco.
Il "Paron" ne intuisce subito le straordinarie qualità e lo impone ovviamente titolare, ma non ne tollera lo stile di vita fuori dal campo.
Greaves è avvezzo alla vita mondana e non disdegna qualche bevuta di troppo, non adeguandosi alle regole dell'allenatore e comportandosi come si comportava nella patria natia. Si narra anche di sue presunte "scappatelle" dal ritiro, che mandano letteralmente in bestia l'allenatore triestino.
Inoltre mal digerisce i rigidi dettami tattici del calcio italiano, essendo abituato ad essere il riferimento dei compagni e prendendo l'area di rigore come suo habitat esclusivo, escludendosi di fatto dalla manovra.
In alcune partite Rocco lo prova anche da attaccante esterno, ma la sua anarchia tattica lo porta a non rispettare tale dettame, tanto da tornare ben presto in posizione centrale.
Segna le sue prime reti contro l'Udinese ed è decisivo anche nel derby vinto contro l'Inter.
Nel Milan gioca solamente 10 partite realizzando altrettanti gol, in una stagione complicata dove i risultati arrivano con difficoltà. Le sue intemperanze non vengono più tollerate dalla dirigenza milanista, che decide di cederlo al Tottenham dopo l'ennesimo litigio con il tecnico prima del match con la Juventus nell'inverno del 1961.
Tale decisione porta benefici ad entrambe le parti: il Milan conquista lo scudetto dopo una strepitosa rimonta e Greaves inizia la parte più bella e vincente della sua carriera.



Con gli Spurs vince subito la FA Cup e si guadagna un posto per il Mondiale di Cile 1962.
L'avventura inglese termina già ai quarti e Greaves riesce a segnare solo un gol nella vittoria per 3-1 contro l'Argentina.
Il 1963 è l'anno di grazia per il centravanti inglese, che vince la classifica marcatori e ottiene con il club la prima vittoria internazionale, conquistando la Coppa delle Coppe. Ovviamente
il Tottenham viene trascinato dal suo portentoso attaccante, che risulta miglior marcatore anche in tale manifestazione con 6 reti, 2 delle quali segnate in finale contro l'Atletico Madrid.


Greaves segna il primo ed il quarto gol e si guadagna quel riconoscimento internazionale che fino a quel momento gli era mancato.
Tale successo si va ad aggiungere all'iniziale vittoria della Charity Shield.
Al termine della stagione ottiene il terzo posto nella classifica del Pallone d'Oro, alle spalle di Jashin e Rivera.
Dopo tre stagioni ricche di gol, ma prive di successi ed il titolo di miglior realizzatore nel 1965, arriva la grande occasione per tutti i calciatori inglesi: Il Mondiale del 1966 che l'Inghilterra gioca da paese ospitante.
Come tutti sappiamo, quest'ultima riesce nell'impresa di laurearsi campione del mondo, ma per Greaves si rivela un'esperienza non positiva.
Parte titolare nelle prime tre partite, facendosi male nell'ultima contro la Francia. Nonostante si ristabilisca presto, non viene più considerato dal commissario tecnico Ramsey, che gli preferisce Hurst.
I maligni insinuano che Graves non abbia celebrato la vittoria finale contro la Germania, non sentendo sua tale vittoria, in aperta polemica con le scelte tecniche dell'allenatore.
Nel 1967 reagisce alla grande a tale situazione ed a tutte le polemiche, portando il Tottenham a vincere nuovamente la Coppa d'Inghilterra e garantendogli un ottimo terzo posto finale.
Le successive stagioni non sono così positive, anche se nella stagione 1967/1968 ottiene il suo ultimo trofeo, portando a casa nuovamente il Charity Shield.
Nel frattempo chiude anche la sua militanza nella nazionale inglese, partecipando all'Europeo del 1968. Termina con un significativo bilancio di 44 reti in 57 partite.
Si toglie infine un'ultima soddisfazione diventando capocannoniere del campionato 1968/1969, portando a 6 i successi in carriera in questa classifica.
Gioca un ultima stagione con gli Spurs prima di approdare in un altra squadra di Londra, Il West Ham. 
Ovviamente lascia a White Hart Lane un ricordo indelebile, condito da 220 realizzazioni in poco più di 300 presenze.


Con gli hammers gioca una sola stagione, quella1970/1971, segnando 13 gol in 38 partite.
Al termine della stessa decide di ritarsi, lasciando ai posteri un'eredità di ben 357 reti in 516 partite in campionato.


Non è facile da dirsi se con un carattere più conciliante o una maggior adattabilità avrebbe vinto di più, magari quel titolo nazionale che manca nel suo comunque ottimo palmares.
Potrebbe, in effetti, nascere il rimpianto di cosa avrebbe potuto fare nel Milan, che da lì a poco avrebbe dominato anche in Europa. Probabilmente in molti potrebbero pensare che le imbeccate di Gianni Rivera avrebbero potuto permettergli di accrescere maggiormente il suo bottino di gol realizzati.
L'opinione di chi scrive è quella che un giocatore del genere va apprezzato per quello che ha fatto, soprattutto quando si parla di un attaccante dalla media gol come quella in questione.
Forse è meglio ricordarlo così, come un giocatore che ha sempre vissuto per il gol, incurante degli schemi ed inguaribilmente egocentrico dal punto di vista tattico.

Giovanni Fasani



Fonti: chelseafc, magliarossonera, myfootballfacts

venerdì 14 marzo 2014

CORSO MAGENTA

Il 5 febbraio si è tenuto il sorteggio della 8° edizione della OFC Champions League (la 13° contando anche la vecchia OFC Championship Club), ossia la Coppa dei Campioni Oceanica. E’ la competizione più piccola a livello continentale, nulla a che vedere con la nostra Champions o con la Copa Libertadores.
La mia attenzione si è focalizzata su una squadra della Nuova Caledonia dal nome curioso, tale Magenta; chi è di Milano saprà di sicuro che Magenta è collegato al prestigioso Corso nel cuore della città meneghina. Ma in questo caso Magenta è sinonimo di potenza calcistica in patria, per lo meno dalla stagione 2002/2003, annata dalla quale, la squadra della capitale Noumea, ha vinto il titolo nazionale per 7 volte su 11; quello caledoniano è un campionato molto piccolo, vanta appena 8 squadre, cosa più che naturale visto che nell’isola vivono circa 250.000 abitanti.

 
Come si può vedere dalla foto, anche i campi in Oceania sono molto diversi da quelli del resto del mondo, spesso sono parchi che vengono adattati a campi da gioco e, nella maggior parte dei campionati, i piccoli impianti ospitano le gare di più squadre.
L'Associacion Sportive Magenta nasce nel lontano 1966 con il nome di Nickel Noumea, i primi 3 anni sono di nulla, i successivi 4 splendidi; arriveranno infatti 4 coppe nazionali consecutive tra il 1969 ed il 1972 ma senza mai vincere il campionato.
Seguiranno poi numerosi anni senza mai vincere niente fino al principio degli anni 2000 quando i caledoniani, appunto, vinceranno il loro primo titolo nazionale nel 2003.
Doveroso però citare un fatto abbastanza curioso: nella stagione 1994-1995 il Magenta parteciperà ad un'altra coppa, non oceanica, non caledoniana, ma bensì alla prestigiosissima Coppa di Francia. Chi legge ovviamente dirà: ma cosa scrivi? Ad essere onesto, sono rimasto di sasso anch'io la prima volta che l'ho saputo (chi non lo sarebbe...).


La federazione francese dà la possibilità di partecipazione ad una squadra per ogni paese ex colonia francese. I paesi sono 7: Guadalupa, Guyana, Martinica, Isole Mayotte, Réunion, Tahiti ed appunto la Nuova Caledonia.
Il Magenta parteciperà a tale manifestazione 8 volte superando il primo turno a cui è ammessa (32esimi di finale) in una sola occasione e neanche troppo in là nel tempo. Era la stagione 2010-2011 quando i caledoniani si imposero 5-4 ai danni del Dunkerque che allora militava nella CFA2 (la nostra serie D per intenderci), risultato ottenuto ai calci di rigore dopo l'1-1 finale. Nel turno successivo, il Parigi (allora nella Ligue National, la nostra serie C) liquidò la formazione di Noumea con un rotondo 4-0.
Doveroso ricordare come la maggior parte delle squadre oceaniche siano formate completamente da dilettanti. Di sicuro, però, un'esperienza indimenticabile per la piccola formazione in maglia gialla.

Per tornare a tornei più abbordabili per i nostri eroi, dobbiamo ritornare per un momento indietro ed ancora alla stagione 2003 e successivamente 2005 dove il Magenta parteciperà alla Coppa dei territori d'oltremare, competizione che mette di fronte le squadre vincitrici dei rispettivi campionati delle ex colonie francesi. In entrambe le occasioni i caledoniani non riusciranno mai ad andare oltre il 4° posto.
La stagione 2005 è di sicuro quella più significativa, arriverà infatti la finale della OFC Championship Club, partita che vedrà i gialli soccombere al Sydney per 2-0 dopo che nel girone erano arrivate le vittorie contro i tahitiani del Manu Ura (4-1), i salomoniani del Makuru (5-0) ed il pareggio contro i vanuatiani del Tafea finalisti dell'anno prima. In semifinale secco 4-1 ai tahitiani del Pirae.
 

Nel frattempo la squadra caledoniana continuerà a rastrellare trofei in patria, vincendo campionati e coppe a raffica. Manca in bacheca un torneo prestigioso, quella OFC Champions League che darebbe sicuramente prestigio e che darebbe accesso al Mondiale per Club contro squadre titaniche. Sognare non costa nulla ma servirà più malizia e più forza per scalzare l'egemonia dei neozelandesi dell'Auckland.

Matteo Maggio



Fonti: oceaniafootbal, spaziogames

mercoledì 12 marzo 2014

MARACANA'


Il leggendario stadio Maracanà è stato inaugurato il 24 luglio 1950; era stato costruito con l'obiettivo di ospitare la Coppa del Mondo del 1950, vinta poi dall'Uruguay. Il suo nome originale era "Estadio Municipal", ma nel 1966 ha acquisito il suo nome attuale: "Stadio Màrio Filho" in onore di un noto giornalista e scrittore brasiliano morto a 58 anni, per un attacco cardiaco; la sua attività e la sua professionalità diedero impulso allo sviluppo del giornalismo sportivo in Brasile, e contribuirono alla diffusione della passione per il calcio in patria.
Tuttavia, per il popolo brasiliano e per i tifosi di tutto il mondo, il nome di questo stadio è e resta Maracanà; ma da dove ha origine? Il Maracanà, il cui nome per esteso è Primolius Maracanà (o Ara Aliblu), è un uccello molto diffuso nel Sud America centrale e orientale, per certi versi simile ad un pappagallo; può avere una lunghezza compresa tra i 35 e i 45 cm, una lunga coda ed un piumaggio generalmente verde: fino a poco tempo fa è stato inserito tra le specie vulnerabili (a rischio estinzione), ma sembra che in questi ultimi anni abbia colonizzato nuovamente alcune zone da cui era scomparso in passato. Una di queste zone, dove ancora oggi questa specie di uccello è molto diffusa, è proprio il quartiere di Rio de Janeiro dove sorge lo stadio.


In occasione dei Mondiali di calcio che si svolgeranno a breve, il Maracanà è stato oggetto di una profonda ristrutturazione: la capienza attuale dello stadio è stata drasticamente ridotta a 78.383 posti, tutti a sedere (inizialmente la sua capienza si aggirava tra i 140.000 e i 160.000 posti, con punte di oltre 220.000 spettatori, come in occasione della finale Brasile - Uruguay giocata il 16 luglio 1950); le gradinate dei posti a sedere originali, con una configurazione a due livelli, sono state demolite, lasciando il posto a nuove gradinate. 
I nuovi sedili sono di colore giallo, blu e bianco, creando insieme con il verde del campo i colori nazionali brasiliani. Inoltre le tonalità grigiastre rimandano al colore della facciata principale dello stadio, anch'essa realizzata ex novo. Il tetto dello stadio originale, in calcestruzzo, è stato demolito e sostituito con una membrana di fibra di vetro in teflon; questo nuovo tetto coprirà il 95% dei seggi all'interno dello stadio. Tutti questi lavori, durati all'incirca 5 anni, hanno avuto un costo complessivo di 285 milioni di euro.
Una particolarità di questo stadio è quella di avere 20.000 posti coperti del primo anello (le cosiddette "cadeiras perpetuas") che su idea dell'allora vice presidente della FIFA e presidente della FIGC Ottorino Barassi (che supervisionò i lavori di costruzione) furono venduti in anticipo nel 1948 come abbonamenti speciali per finanziare la costruzione dell'impianto, e che danno tuttora diritto ai possessori degli stessi ad assistere gratuitamente a tutte le partite giocate al Maracanà (comprese quelle della nazionale brasiliana) per 100 anni fino al 16 giugno 2050. Per questo motivo il numero di biglietti venduti per le partite è sempre ridotto di 20.000 unità.
Il Maracanà nel corso della sua storia è stato teatro di eventi indimenticabili, che hanno contribuito a renderlo famoso nel mondo: come non citare, per esempio, il millesimo gol segnato da Pelè? Ebbene, fu realizzato proprio in questo stadio, durante la partita Santos - Vasco da Gama (terminata 2 a 1 a favore del Santos di Pelè, che per la cronaca segnò su rigore il suo storico gol... era il 19 novembre 1969). Tanti sono i campioni che hanno giocato e segnato qui, da Zico a Roberto Rivellino, da Socrates a Romario, Bebeto e tanti altri... ma questo stadio è celebre anche per un altro evento, passato alla storia come un vero e proprio dramma sportivo: si tratta della finale tra Uruguay e Brasile del 1950. Il Maracanà era stato costruito apposta per i Mondiali, il Brasile era la squadra favorita e, una volta conquistata la finale, migliaia di tifosi (cifre confermate storicamente parlano di oltre 220.000 spettatori) si recavano a piedi verso lo stadio convinti di assistere ad una festa. 
E invece fu una tragedia, non solo sportiva: al gol iniziale di Friaca per i brasiliani avvenuto al primo minuto del secondo tempo, che fece esplodere di gioia il Maracanà, rispose al 58-esimo Schiaffino che ammutolì tutti i tifosi. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Al 79-esimo minuto, Ghiggia da una posizione quasi impossibile segnò il gol decisivo, che laureò l'Uruguay campione del mondo.


Quando l'arbitro Reader fischiò la fine, il clima era surreale.
Per il popolo brasiliano, così notoriamente passionale ed emotivo, e soprattutto amante del calcio e della propria nazionale, si trattò di una tragedia non prevista: erano già stati realizzati i carri per un Carnevale fuori stagione e per una festa che sarebbe dovuta durare per giorni; era stata predisposta una sontuosa premiazione con tanto di guardia d'onore e medaglie d'oro già coniate e personalizzate, che le massime autorità politiche brasiliane avrebbero dovuto consegnare ai giocatori e ai membri dello staff. L'inno nazionale uruguayano non fu nemmeno suonato dalla banda (com'era invece da programma al momento della premiazione), in quanto alla banda stessa era stata fornita solo la partitura dell'inno brasiliano e non quella degli avversari, in quanto ritenuta non necessaria.
Il peggio fu che in seguito a questa sconfitta in tutto il paese si verificarono casi di suicidio, chi per la delusione, chi perché aveva scommesso gran parte dei propri averi sulla vittoria della Selecao; furono proclamati tre giorni di lutto nazionale e, il mattino successivo, i giornali brasiliani titolarono "Nunca mais" - "Mai più". Mai più un dolore simile, mai più una beffa tanto atroce.
Obdulio Varela, capitano di quell'Uruguay che aveva appena sconfitto il grande Brasile nella sua casa (era il Brasile di Jair, Friaca, Zizinho, Ademir e Chico), dichiarò nei giorni immediatamente successivi alla finale, che non gli importava essere diventato il simbolo di un indimenticabile trionfo, né tanto meno che a Montevideo lo avessero eletto eroe nazionale: aver visto un intero popolo disperato e i bambini piangere lo avevano toccato a tal punto da fargli capire che cosa era la sconfitta e questo aveva provocato in lui un grande rimorso, tanto da lasciarlo con il cuore a pezzi.
Il Brasile, in seguito, ebbe modo di rifarsi e di prendersi le sue numerose soddisfazioni: la Selecao infatti è pentacampeon, l'unica nazionale in grado di vincere 5 titoli mondiali nella storia del calcio; senza contare gli altri trofei internazionali. 
Tuttavia, c'è una curiosità. A distanza di tanti anni da quel 1950, il Brasile torna a giocare un Mondiale in casa propria: non era mai successo da allora... e indovinate un po' dove si terrà l'attesissima finale, il prossimo 13 luglio?

Ebbene sì, al Maracanà. Tutti i brasiliani sperano nella rivincita.


Elia Marzorati




Fonti: storiedicalcio.altervista, visitriodejaneirobrasil, liberoquotidiano, calcioweb

lunedì 10 marzo 2014

LA MITROPA CUP

Nel calcio dei nostri giorni, dove un torneo come la Champions League attira l'interesse di tutto il pubblico, sembra impossibile pensare a come il più antico torneo europeo per club non sia oggi più giocato.
La Mitropa Cup, ideata nel 1927, termina la sua esistenza nel 1992, dopo un susseguirsi di cambiamenti di regolamento e, purtroppo, di prestigio.


Per meglio capire a come si è arrivati a dimenticarsi di tale competizione, è bene fare una rapida analisi delle sue varie fasi.
Derivante dal tedesco Mitteleuropa, ovvero Europa centrale, coinvolge all'inizio le squadre della suddetta area geografica.
Negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, i parametri per parteciparvi cambiano frequentemente, soprattutto per quanto riguarda i paesi che possono avere squadre partecipanti.
Nella sua ulltima edizione il quadro delle nazioni ammesse può essere riassunto nella seguente cartina:


Nonostante la tendenza ad "allargare" il contesto a più compagini possibile, tale torneo vede una netta affermazione del calcio "danubiano", identificato nei sistemi di gioco ungherese, austriaco e cecoslovacco. Le squadre di detti paesi occupano l'albo d'oro delle prime edizioni, con le uniche eccezzioni delle vittorie del Bologna nel 1932 e 1934.


In questi anni la Mitropa Cup vive il periodo di maggior importanza, raccogliendo i club che si ritenevano più forti ed espressivi del calcio più bello del continente. In merito a questo principio, vale la pena ricordare l'assenza delle squadre anglosassoni, che non hanno mai accettato di prendervi parte, forti della nomea di inventori del football e quindi non interessati a misurasi con squadre straniere.
La guerra crea invevitabilmente un'interruzione della coppa, che termina la sua prima fase nel 1940. Curiosamente la finale di quell'anno tra Ferencvaros e Rapid Bucarest non viene mai giocata, proprio a causa del conflitto bellico in corso.
Si ritorna a parlare di Mitropa Cup nel 1951, anche se con un'importanza diversa e, nuovamente, un regolamento stravolto rispetto all'iniziale impostazione. Per la precisione in tale situazione si assiste anche ad un cambiamento del nome, Zentropa Cup. Al termine del torneo, vinto dal Rapid Vienna, avviene un secondo stop alla manifestazione, che perdura fino al 1955.
Negli anni'50 rappresenta una delle vetrine continentali più importanti, insieme alla recente Coppa Latina.
La UEFA decide la creazione della Coppa dei Campioni, togliendo di fatto squadre e prestiogio alla vecchia coppa, che viene composta da squadre che si piazzano dietro la vincitrice del campionato nazionale. Nel periodo in questione solo 5 nazioni possono parteciparvi: Jugoslavia, Italia, Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria.
Si assiste, come in precedenza, ad un'egemonia delle ultime tre nazioni citate, che si alternano nelle vittorie con regolarità, con solo qualche rara "intromissione" italiana o jugoslava.
Il Bologna vince la sua terza Mitropa nel 1961, mentre la Fiorentina iscrive il proprio nome tra i vincitori nel 1966.
Il calcio balcanico conta 4 affermazioni nel periodo considerato. La compagine del Celik Zenika fa doppietta vincendo nel 1971 e nel 1972. Vojovodina e Partizan Belgrado portano a casa il trofeo rispettivamente nel 1977 e nel 1978.
Ci sarebbe anche la vittoria della Stella Rossa del 1958, ma in tale anno la coppa cambia nome diventando Coppa del Danubio e non viene ritenuta iscrivibile nell'albo d'oro della Mitropa Cup.
Questo è solo uno dei tanti cambiamenti in corsa che il torneo subisce nel dopoguerra; il più significativo è quello del 1960, dove alla coppa vera e propria si preferisce un torneo per nazioni: vi partecipano 6 squadre per ogni stato ed i risultati ottenutti convergono in una classifica finale a punti. L'esperimento non piace e dopo la vittoria dell'Ungheria nella suddetta stagione, si ritorna alla formula classica.
La rivoluzione più grande arriva però nel 1978: la coppa sembra caduta in un punto molto basso  d'importanza e dopo la vittoria del Partizan del 1978, l'UEFA decide di sospendere la competizione nel 1979.
Forse per non accantonare un trofeo così antico, decide di reintrodurlo con la formula più conosciuta e recente: un torneo destinato ai vincitori dei campionati di seconda divisione, ovvero, nel caso dell'Italia, del campionato di serie B.
Inutile dire che la Mitropa Cup perde progressivamente di interesse da parte del pubblico e diventa un torneo poco più importante di un'amichevole.
Nonostante tutto, le squadre italiane ben si disimpegnano con la nuova formula ed anche squadre di prestigio come Milan (1982) e Torino (1991) mettono in palmares la coppa.
A completare i trionfi italiani ci pensano Udinese (1980), Pisa (1986 e 1988), Ascoli (1987) e Bari (1990).


 A confronto con le principali coppe europee, la Mitropa Cup non regge il confronto e diventa soprattuto un costo per le società, che hanno un ritorno economico minimo nel parteciparvi. Il prossimo avvento delle televisioni nel calcio non sembra interessato al "prodotto Mitropa Cup", nonostante l'UEFA la difenda, anche con idee non proprio vincenti. Ad esempio istituisce una sfortunata Supercoppa Mitropa, che vede sfidarsi la vincente del 1988 contro la vincente del 1989. La sfida vede la vittoria del Banik Ostrava, dopo una doppia sfida di andata e ritorno contro il Pisa.
Questo è l'unico anno nel quale verrà disputata la supercoppa, per non appesantire un calendario già saturo di impegni.
Con la vittoria del Borat Banja Luka del 1992 la competizione termina la sua esistenza, restando solo negli almanacchi e nella memoria di chi ha visto la propria squadra parteciparvi.
 Resta comunque come esempio di una coppa prestigiosa, che nell'epoca precedente il conflitto mondiale ha rappresentato una delle competizioni europee più belle ed appassionanti.
Indipendentemente dagli stravolgimenti che ha subito, resta, indiscutibilmente, un simbolo di un calcio antico e, purtroppo, ormai passato.

Giovanni Fasani



Fonti: wikipedia, rivistasportiva