venerdì 29 agosto 2014

LE 5 FINALISTE

La Coppa Campioni viene spesso ricordata per i trionfi delle squadre che si sono susseguite nell'arco degli anni. Saltano subito alla mente i cicli dell'Ajax, del Milan, del Liverpool e di tante altre; ma il primo vero ciclo che la competizione ricordi è senza ombra di dubbio quello del Real Madrid, capace di vincere le prime 5 edizioni sbaragliando la concorrenza in lungo ed in largo, trascinata da campioni che hanno fatto la storia del calcio, come ad esempio Di Stefano o Puskas.
Nessuno però, si ricorda facilmente di chi ha provato a contendere la coppa alla forte squadra spagnola; ed è con l'articolo di oggi che vogliamo ricordare le prime 5 finaliste uscite sconfitte dalla manifestazione continentale.

1956 - REIMS















Niente a che vedere con l'attuale squadra che milita nella massima serie francese. Il trascinatore della squadra è Raymond Kopa, potente ala già nel mirino del Real Madrid per la stagione successiva. Sulla panchina siede Albert Batteux, autentico allenatore vincente in patria con ben 8 scudetti conquistati, 5 dei quali con la formazione biancorossa.
Il cammino dei francesi scorre via senza troppi problemi, la squadra di Batteux è trascinata dai gol di Léon Glovacki e René Bliard; nel primo turno sono sufficienti una doppietta di Glovacki per avere la meglio dell'Aarhus in terra danese; lo stesso attaccante nato a Libercourt replica al ritorno insieme a Bliard per il 2-2 finale.
Nei quarti il Reims segna addirittura 8 gol, 4 per partita, avendo la meglio sull'MTK Budapest non senza però qualche grattacapo; infatti, dopo la vittoria casalinga 4-2, arriva, nel ritorno, un pirotecnico 4-4 che qualifica comunque i francesi alle semifinali dove, senza subire gol ha la meglio due volte sugli scozzesi dell'Hibernian.
La finale del 13 giugno si incanala subito bene; dopo 10 minuti i biancorossi sono già avanti di due gol grazie a Michel Leblond e Jean Templin, ma lo strapotere madrileno pareggia nel giro di 20 minuti per merito di Di Stefano e Rial. A nulla serve il nuovo vantaggio francese di Hidalgo a mezz'ora dalla fine, la squadra ardennaise si deve arrendere a Marquitos ed ancora una volta a Rial.

1957 - FIORENTINA


Forte del primo scudetto vinto, la squadra allenata dal monumentale Fulvio Bernardini, si guadagna il diritto di partecipare alla seconda edizione della coppa dalle grandi orecchie.
La manifestazione non si apre nei migliori dei modi per la viola che viene fermata in casa 1-1 dagli svedesi del Norkopping salvo poi andare a strappare in terra vichinga un 1-0 che la qualifica ai quarti di finale. Vittoria che si deve al gol siglato da Giuseppe Virgili, il forte attaccante che ha siglato 55 gol in 100 partite con la squadra toscana.
Più agevole il quarto di finale dove la squadra italiana si sbarazza del Grasshoppers. Forte del 3-1 (doppietta di Romano Taccola, il classico "bomber di riserva") ottenuto all'andata, la viola pareggia 2-2 a Zurigo conquistando la semifinale da contendere alla Stella Rossa. E' sufficiente un gol di Maurilio Prini a Belgrado per arrivare alla finale del "Nuevo Chamartin", lo stadio del Real Madrid che proprio in quell'anno viene dedicato a Santiago Bernabeu.
Nonostante il fattore campo avverso, la Fiorentina disputa una gara tatticamente perfetta. Di Stefano, Gento, Kopa e Rial non riescono a sfondare il muro di Bernardini. Ci pensa allora l'arbitro olandese Horn a dare una mano agli spagnoli, concedendo, al minuto 69, un inesistente rigore trasformato poi da Di Stefano e 6 minuti più tardi è Gento a chiudere il discorso con un delizioso pallonetto.

1958 - MILAN

Un'altra squadra italiana arriva alla agognata finale. Questa volta è il Milan, forte della vittoria in campionato proprio sulla Fiorentina.
Il cammino dei rossoneri ha inizio con una sfida che per i deboli di cuore è altamente sconsigliata; forte del 4-1 ottenuto all'andata, il Rapid Vienna "pareggia" nel ritorno del Prater demolendo la squadra italiana con un 5-2 che sa di devastante. A quell'epoca non esisteva il gol segnato in trasferta ed era quindi necessario uno spareggio vinto poi dai rossoneri 4-2 grazie alla doppietta di Gastone Bean ed ai gol di Mario Bergamaschi e  Juan Alberto Schiaffino.
Gli ottavi di finale sono certamente più tranquilli e vedono il Milan trionfare 4-1 ad Hampden Park contro un Glasgow Rangers non all'altezza della manifestazione. Protagonista della partita è Ernesto Grillo che realizza una doppietta; il ritorno di Milano vide ancora una vittoria rossonera per 2-0.
Il successivo turno oppone il Milan al Borussia Dortmund e nel match di andata in terra tedesca è un autogol di Bergamaschi a pareggiare il vantaggio di Carlo Galli; nel retour match un'altra valanga rossonera ha la meglio degli avversari. Il 4-1 finale porta le firme di Niels Liedholm, Ernesto Cucchiaroni, ancora Galli e Grillo.
In semifinale arriva la seconda sconfitta del torneo per opera del Manchester United che liquida la squadra di Giuseppe Viani con uno striminzito 2-1 totalmente spazzato via dal 4-0 del ritorno con uno Schiaffino in forma smagliante ed autore di una doppietta.
La finale si gioca il 28 maggio allo stadio Heysel di Bruxelles. Il Real Madrid fa come sempre paura aiutato dal fatto di aver segnato ben 22 gol in 6 partite.
La partita è incerta fino a mezz'ora dalla fine quando Schiaffino è furbo a sfruttare una mezza disattenzione dei blancos. 15 minuti più tardi è (manco a dirlo) Di Stefano ad impattare la partita; Grillo e Rial partecipano al 2-2 dei 90 minuti ma Gento al minuto 17 dei tempi supplementari trafigge i rossoneri portando a Madrid il terzo trofeo in tre anni.

1959 - REIMS

Per la seconda volta in 4 edizioni, lo Stade Reims approda alla finale della Coppa Campioni. Quella del 1959 è sicuramente una squadra diversa rispetto a quella del 1956, basti pensare all'esodo verso Madrid di Raymond Kopa. Sulla panchina, invece, siede sempre Batteux.
La squadra transalpina ha però nelle sue fila un certo Just Fontaine, terrificante bomber ed attuale detentore del record di maggior gol in un'edizione del Mondiale, ben 13. Fontaine sarà capocannoniere anche dell'edizione in questione della Coppa Campioni, infilando nelle porte avversarie 10 gol.
Il percorso del Reims è subito in discesa, nel turno preliminare viene falciato via il malcapitato Ards, squadra nordirlandese che partecipa alla manifestazione senza troppe pretese. In 2 gare, Fontaine realizza ben 6 gol, 4 dei quali nella gara di andata giocata nel paese anglossassone che vede la vittoria dei francesi per 4-1. Nel turno degli ottavi ad opporre una debolissima resistenza ci pensano i finlandesi dell'HPS Helsinki, demoliti con 7 gol tra andata e ritorno; qui Fontaine si contiene e lascia la scena a Jean Vincent (qualcuno se lo ricorderà sulla panchina del Camerun a Spagna 82), autentico mattatore nella gara casalinga con una tripletta.
Nei quarti di finale arriva la prima mazzata: lo Standard Liegi si impone 2-0 in Belgio spazzando via in un amen i sogni di gloria francesi. I belgi, però, non hanno fatto i conti con l'oste e nella gara di ritorno una doppietta di Fontaine ed un gol di Roger Piantoni (un altro che in maglia biancorossa ha segnato gol a grappoli) qualificano il Reims.
Nella gara di andata della semifinale arriva un altro ko, questa volta per opera degli svizzeri dello Young Boys che si impongono a Berna per 1-0. Ma gli svizzeri, al pari dei belgi, non riescono a mantenere il vantaggio e nel match di ritorno una doppietta di Vincent ed il gol del difensore Armand Penverne spediscono alla finale di Stoccarda i transalpini.
Il Real Madrid deve fare a meno di Puskas, il quale non ha ottenuto il visto dalla Germania per fare ingresso nel paese teutonico; inoltre lo strapotere di Fontaine non collabora a far dormire sonni tranquilli ai madrileni.
Dopo appena 2 minuti però, è Enrique Mateos ad aprire le danze seguito dal gol di Di Stefano che chiude la partita sul 2-0 al minuto 47. Da segnalare, tra il primo ed il secondo gol, il rigore parato da Dominique Colonna che nega a Mateos la doppietta personale.

1960 - EINTRACHT FRANCOFORTE

Dopo Francia ed Italia tocca alla Germania contendere la coppa al fortissimo Real. I tedeschi dell'Eintracht Francoforte accedono alla manifestazione per la prima volta dopo aver conquistato il primo ed unico titolo in patria.
La squadra allenata da Paul Osswald mette subito in chiaro le cose avendo la meglio prima sullo Young Boys e poi sugli austriaci del Wiener Neustadt, bravi a creare qualche grattacapo di troppo ai tedeschi ed uscendo dalla competizione per un solo gol di scarto.
A mettersi in luce sono sicuramente gli attaccanti Erwin Stein ed Erich Meier che realizzano insieme 7 gol totali aiutati dalla fortissima ala Richard Kress, autentico corridore in grado di garantire una sostanziosa presenza offensiva (in epoca moderna sarebbe un esterno d'attacco nel 4-3-3).
In semifinale una grandinata di gol si abbatte sui Rangers Glasgow; i tedeschi segnano 6 gol all'andata e, per non far torto a nessuno, 6 nel ritorno con il fantasista Alfred Pfaff che realizza due doppiette.
Ma come si suol dire "chi la fa, l'aspetti". Nella finale di Glasgow (ironia della sorte) davanti a circa 125.000 spettatori, il Real Madrid vendica la squadra scozzese rifilando all'Eintracht 7 gol, per quella che rimane, ad oggi, la finale con più gol (10). Apre le danze ancora Kress che dopo 18 minuti insacca nella porta di Dominguez; ma la furia di Puskas ed di Di Stefano si abbatte sui tedeschi a cavallo del primo e secondo tempo.
L'attaccante ungherese realizza un poker che lo rende capocannoniere della manifestazione con 12 gol, rendendo vana un'altra doppietta, quella di Stein.

Nella stagione successiva il Real Madrid termina il ciclo di 5 finali consecutive a seguito dell'eliminazione per opera del Barcellona.
Un tanto (giustamente e senza repliche) celebrato ciclo vincente è su tutti gli almanacchi di calcio; dove si trovano, però, anche le squadre che al Real hanno conteso senza successo la coppa dalle grandi orecchie.


Matteo Maggio

martedì 26 agosto 2014

ERNEST WILIMOWSKI

Il secolo scorso rappresenta senza dubbio il fulcro della storia del calcio, nel quale da una fase pioneristica si è arrivati a quella dei nostri giorni, attraverso una miriade di stravolgimenti, talvolta direttamente collegati al contesto socio-politico.
Sovente tali avvenimenti hanno influenzato lo svolgimento dei vari campionati e limitato le carriere dei vari giocatori, costretti ad abbandonare la loro nazione o a vedersi privare del diritto di svolgere la propria professione.
Come sappiamo, il 1900 è stato caratterizzato da due conflitti mondiali, che hanno spazzato via vite, confini e, limitatamente al contesto calcistico, intere e fulgide carriere.
Nei casi più fortunati i protagonisti hanno visto solo ridursi le proprie opportunità, accettando di buon grado cambiamenti e decisioni politiche al fine di vedere salva la propria vita.
Un tale ambito sembra molto lontano da quello dei nostri giorni, abituati come siamo a vedere i giocatori come idoli e le questioni pre e post belliche solo come argomentazioni da libro di storia o da documentario.
Concentrandosi sul solo aspetto sportivo, il XX secolo è colmo di giocatori che solo in parte possono godere del giusto riconoscimento per le loro abilità, finendo per essere quasi del tutto dimenticati o presenti solo in qualche datato tabellino.
Ovviamente più passa il tempo e più risulta difficile poter dare la giusta dimensione a tali bistrattati atleti, nonostante siano da annoverare tra i più grandi interpreti dell’arte calcistica.
Nella maggioranza dei casi, solo i grandi appassionati possono avere confidenza con i loro nomi, dovendo sforzarsi di risalire a notizie tramite archivi distrutti o di sporadici racconti basati sulle scarse cronache dell’epoca.
Analizzando le gesta di uno di questi calciatori, il nostro riferimento va alla Polonia degli anni’30, terra in procinto di entrare, tragicamente, nell’area nazista e nella triste storia della Seconda Guerra Mondiale.
In questo contesto, proprio sul confine tedesco-polacco nasce Ernest Wilimowski, macchina da gol implacabile ed autentico incubo per le difese avversarie dell’epoca.


La sua infanzia è sin da subito influenzata dalle vicissitudini della sua famiglia e da quella della Polonia stessa, finendo per assumere tale cittadinanza nel 1922, quando ancora risulta di passaporto tedesco.
Tale periodo è per lui importante per la maturazione come calciatore, nonostante il suo piede sinistro sia affetto da polidattilia, vale a dire dalla presenza di sei dita.
La sua esperienza inizia nel Kattowitz dove resta fino all’età di 17 anni, quando ottiene di poter giocare con la squadra del Ruch Chorzow.
Si mette subito in mostra per la sua facilità nel trovare la rete, favorita da grande rapidità di movimento sorretta da un fisico prestante a dispetto della non straordinaria altezza.
Dentro l'area di rigore ha il grande preggio di farsi trovare sempre nelle giusta posizione per calciare, riuscendo a piazzare il pallone con precisione negli angoli più remoti della porta.
Tali caratteristiche gli permettono di realizzare 112 gol in 89 partite di campionato, vincendo 5 volte il titolo nazionale e per 3 volte la classifica marcatori. A tal proposito sin dalla prima stagione dimostra subito il suo straordinario feeling con il gol, segnando ben 33 reti.
Le sue grandi qualità sono ovviamente notate anche dallo staff tecnico della nazionale, che lo rende un punto fermo della rappresentativa dal 1934.
Due anni più tardi avrebbe l'opportunità di disputare le Olimpiadi di Berlino, ma la partecipazione gli viene negata per motivi discipilinari mai chiariti.
Nel 1938, però, il commissario tecnico Kaluza non può fare a meno di uno degli attaccanti più forti del panorama calcistico e lo convoca per la terza edizione dei Mondiali, da disputarsi in Francia.
La squadra Polacca è una delle più attese della rassegna, potendo contare oltre che su Wilimowski anche su giocatori del calibro di Szeszepaniak, Scherfke, Piontek ed altri leggendari protagonisti del relativo campionato polacco.
La particolare formula dell'epoca prevede che la manifestazione abbia inizio dagli ottavi di finale, da disputarsi con un'unica gara ad eliminazione diretta.
L'avversario per la rappresentativa polacca è il temibile Brasile, etichettato da tutti come favorito, essendo trascinato da un altro eccelso attaccante, Leonidas.
La partita è subito in salita per la Polonia, messa in difficolà dai palleggiatori brasiliani, che dominano il primo tempo, terminato 3-1. La rete polacca è realizzata da Scherfke su calcio di rigore, procurato da un'ottima giocata di Wilimowksi.
Nel secondo tampo cambiano le condizioni metereologiche, a causa di un insistente pioggia che spazza via la precedente afa e rende pesante il terreno di gioco.
In questo contesto più "europeo" sale in cattedra la punta polacca, che realizza tre reti, fissando la gara sul 4-4 e portandola ai tempi supplementari.
Al termine di essi la spunta il Brasile per 6-5 grazie a 2 reti di Leonidas, che rendono inutile il quarto gol personale di Wilimowski realizzato al 118° minuto.
Nonostante la sconfitta e la conseguente eliminazione, per la punta polacca resta la soddisfazione di essere il primo giocatore a realizzare 4 gol al Mondiale: tale record gli verrà sottratto da Oleg Salenko, che segnerà 5 reti durante il torneo del 1994. Tali numeri e prodezze riguardano le stagioni che precedono il 1939, anno nel quale si rende anche protagonista di una eccezionale prestazione, che rappresenta ancora un primato per il campionato polacco: in una partita contro l'Union Touring Lodz segna addirittura 10 gol nel 12-1 finale.
Appena dopo tale indimenticabile partita, la Polonia viene invasa dall'esercito nazista, costringendo la federazione ad interrompere il campionato e Wilimowski a cambiare squadra e nazionalità.
Wilmowski ottiene la cittadinanza tedesca ed il permesso di continuare a giocare a calcio, dato che ai polacchi viene tolto tale diritto.
Il governo tedesco decide di trasferirlo nel FC Kattowitz, con lo scopo di farla diventare la squadra più forte del campionato e mezzo efficace di propaganda.
A causa di tutto ciò termina anche la sua esperienza con la nazionale polacca, che lascia con il ragguardevole bilancio di 21 reti in 22 presenze.
In particolare la sua ultima gara coincide con una storica vittoria contro la fortissima Ungheria:  in tale occasione una sua memorabile tripletta sancisce il 4-2 finale in rimonta.
A questo punto la statistiche su di lui sono frammentarie o innesistenti, anche a causa dei passaggi di squadra ai quali è costretto.
Per lui è un periodo difficile, caratterizzato anche dagli sforzi da lui profusi per salvare la madre dal campo di concentramento al quale viene destinata: grazie alla sua fama di calciatore ed alla sua professione di agente di polizia riesce nell'intento, accettando, però, di giocare per le squadre tedesche vicino al regime.
Durante la guerra milita nel Chemnitz, e nel Monaco 1860, segnando con continuità e vincendo con la squadra bavarese la Coppa di Germania nel 1942. Tale successo viene ottenuto battendo in finale lo Schalke 04 per 2-0 e la prima rete porta proprio la firma di Wilimowski.
In questo periodo ha l'opportunità di giocare con la maglia della Germania e lo fa per 8 volte, mettendo a segno ben 13 gol. In un match giocato contro la Svizzera riesce nell'impresa di segnare ancora 4 reti nella stessa partita, trascinando la squadra tedesca nel 5-3 finale.
Al termine del conflitto viene ritenuto un traditore dal governo polacco e gli viene proibito di recarsi nella sua nazione; decide pertanto di traferirsi definitvamente in Germania, giocando fino al 1959 per Augusta, Offenburger, Singen, VfR Kaiserslautern e Kehler.
Come accennato, per buona parte della sua carriera non ci sono cifre certe, essendo non reperibili al momento dati statistici attendibili sulle sue apparizioni e realizzazioni.
In modo analogo ad altri campioni dell'epoca, viene fatto un conteggio sulla base delle testimonianze e sulle cronache dell'epoca, tentando di rendere quantitativo quello che le parole possono solo rendere altamente qualitativo.
Nel caso di Wilimowski si può parlare di 554 reti ufficiali, bottino che salirebbe a 1175 se venissero contate le partite amichevoli ed alcuni tornei giocati nel periodo di dominazione nazista.
Alla luce di quanto riportato, non sembra giusto dover dare un numero ad un tale fenomeno, esempio di come il talento riesca ad imporsi anche in contesti terribili come quelli bellici.


Di lui resta un frammentario video, molti gol ed il rimpianto di non aver potuto dimostrare ulteriormente la sua abilità in un'Europa libera, magari in quei campionati che qualche anno più tardi accoglieranno anche i grandi talenti provenienti dalla parte orientale del continente.
Nella sua vita resta la delusione per non aver partecipato al Campionato del Mondo del 1954, vinto dalla Germania Ovest e visto solo come spettatore; non viene considerato dal commissario tecnico a causa dei sui 38 anni, nonostante sia ancora in ottima forma e altamente prolifico.
A questa non positiva situazione si aggiunge il suo tormentato rapporto con la natia Polonia, paese che lo rifiuta più volte e nel quale non fa più ritorno.
In questi casi lo spazio per rimpianti e risentimenti deve lasciare spazio alla giusta celebrazione di un grande campione, più forte anche di quelle folli decisioni politiche che massacrano paesi, uomini ed immensi calciatori.



Giovanni Fasani

venerdì 22 agosto 2014

LA PAURA DI GIOCARE

Quante volte, noi appassionati di calcio, abbiamo calcato un campo da calcio (o da calcetto)? Tante, troppe, impossibile ricordarsele tutte. Ma di certo, ce n'è stata qualcuna più tesa di altre, quella che può valere la conquista di un torneo, una rivalità di quartiere e via discorrendo.
Sono quelle partite cariche di tensione, dove nessuno vuole perdere e dove è difficile che qualcuno attacchi in maniera assidua fin da subito.
Ma la storia ci porta alla memoria un episodio, ormai divenuto un simbolo della storia del calcio.
Stiamo parlando di cosa successe allo Zaire nel mondiale tedesco del 1974, o più precisamente del gesto di Ilunga Mwepu, all'epoca difensore 25enne in forza al Mazembe e da qualche tempo nel giro della nazionale dell'attuale Repubblica Democratica del Congo.


Lo Zaire era diventato da 3 mesi campione d'Africa, una coppa stradominata in lungo ed in largo in terra egiziana culminata dalla finale vinta contro la Zambia dopo il replay. I Leopards furono trascinati dalle 9 reti (record in una fase finale della Coppa d'Africa) in 6 partite di Mulamba N'Daye.
Poco prima del mondiale questa storia è stata sapientemente raccontata da Federico Buffa nella trasmissione "Buffa racconta" in onda su SKY, fugando ogni dubbio sulla reale conoscenza delle regole da parte del difensore zairese.
Vogliamo riproporla oggi per chi non è riuscito a seguire la puntata in questione o per chi ancora oggi, non conosce la realtà dei fatti.

La storia parte da qualche tempo prima della fatidica partita col Brasile del 22 giugno 1974. In Zaire si era insediato il potere di Mobutu Sese Sako, per tutti Mobutu, uno dei più sanguinari dittatori che la storia ricordi.
Mobutu divenne Capo di Stato Maggiore nel 1960 a seguito del colpo di stato ai danni del Presidente Patrice Lubumba e successivamente, nel 1965, divenne definitivamente capo del potere zairese grazie al secondo colpo di stato, quello ai danni di Joseph Kasa-Vubu.
Lo Zaire parte per la Germania tra l'entusiasmo generale, quello di una nazione che per la prima volta è protagonista nella più grossa manifestazione calcistica.
Gli africani sono inseriti nel Gruppo 2 congiuntamente a Scozia, Jugoslavia ed appunto Brasile; ovviamente sono poche le speranze di far punti, figuriamoci quindi quelle di passare il turno.
Tuttavia, il primo match vede imporsi la Scozia 2-0, per lo Zaire un buon risultato, per gli scozzesi, sciuponi in fase realizzativa, una vittoria che si rivelerà amara.
La partita successiva è quella della negativa svolta. Gli zairesi vengono sommersi dalla valanga jugoslava che si impone 9-0 a seguito di un match che non è praticamente mai iniziato, anche se, ad onor del vero, sull'1-0 la nazionale africana ha avuto la ghiotta occasione per pareggiare ma l'attaccante Belu spreca calciando addosso a Maric.

                 

Qualsiasi squadra, dopo due sconfitte così, guarda al match successivo come ad una semplice comparsa, una specie di obbligo di scendere in campo.
Ma per i Leopards non è così. Dopo la sconfitta con la Scozia arrivarono le prime minacce targate Mobutu e dopo la disfatta jugoslava, arrivarono minacce di morte sia ai giocatori che ai loro famigliari.
Si arriva all'ultima partita, quella da disputare contro il Brasile, una delle Selecao meno forti della storia e bisognosa di vincere con 3 gol di scarto (sperando nella contemporanea non-vittoria della Scozia). Ecco allora che il presidente Mobutu ha una "brillante" idea (citiamo proprio le parole di Mwepu in un'intervista del 2002): "Se avessimo perso con più di tre gol di scarto col Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa".
Dopo appena 12 minuti le gambe degli zairesi iniziarono a tremare, il Brasile attaccò sin dai primissimi minuti ed un bel destro di Jairzinho sbloccò la partita.
In campo esiste una sola squadra e solo le tante ed efficaci parate di Mwamba Kazadi tengono a galla gli zairesi che non vedono l'ora di finire questa maledetta partita, possibilmente senza subire più di tre gol.
Nel secondo tempo la musica non cambia ed al 66° minuto un potentissimo sinistro di Rivelino non lascia scampo a Kazadi che dovrà soccombere anche 13 minuti più tardi al destro innocuo di Valdomiro che si insacca proprio sotto le braccia del portiere zairese.
Qualche minuto dopo accadde "l'episodio". Viene fischiato un calcio di punizione dal limite per il Brasile; sulla palla, manco a dirlo, ci va Rivelino; l'arbitro romeno Rainea ci mette almeno due minuti per far posizionare correttamente la barriera zairese, che, impaurita da un probabile quarto gol e memore del sinistro fulmineo del fantasista brasiliano, avanza poco furbescamente nella direzione del pallone.
Finalmente si ristabilisce l'ordine e l'arbitro fischia, ma poco prima che Rivelino calci il pallone verso la porta di Kazadi, arriva uno dei momenti più incredibili della storia del calcio.

                   

Quello che per anni è stato considerato un gesto comico, non è nient'altro che una manifestazione di paura, la paura di perdere la vita.
Per fortuna dello Zaire, quella partita terminò 3-0 ed al rientro in patria i giocatori vennero immediatamente convocati dal presidente Mobutu, il quale non mantenne la promessa di elargire premi ai giocatori, costringendoli, per giunta, a non emigrare all'estero a seguito di contratti già stabiliti con squadre non zairesi.
Una triste storia quindi quella dei Leopards, fortunatamente (se così si può dire) risolta senza le gravi conseguenze promesse dalla ignobile dittatura.



Matteo Maggio

martedì 19 agosto 2014

TRAGEDIA GRECA.... PER GLI AVVERSARI!

Le grandi competizioni tra nazionali sono probabilmente le uniche ad aver mantenuto inalterato il loro fascino e ad attirare un gran numero di appassionati, desiderosi di ammirare quanto di meglio il calcio possa offrire.
Tale discorso è ovviamente pertinente per il Campionato del Mondo, autentica espressione del massimo livello calcistico globale e strumento per ottenere la massima gloria nel medesimo ambito.
Se da un lato tale manifestazione è la più importante ed avvincente, dall’altro non lascia molto spazio alle sorprese, limitando a poche nazionali l’onore di vincerla. Tali fortunate nazioni sono quasi sempre identificabili nelle favorite della vigilia o nei paesi organizzatori, lasciando lo spazio solo occasionalmente a qualche “meteora”, abile, magari, a raggiungere i quarti o le semifinali.
Proseguendo in tali analisi possiamo affermare come, invece, il Campionato Europeo sia più incerto ed in alcuni casi si possa concludere con una vincitrice davvero inaspettata.
In un nostro precedente articolo abbiamo descritto l’impresa della Danimarca, capace nel 1992 da passare da non qualificata a campione d’Europa.
Possiamo ora focalizzare l’attenzione su di un’altra nazionale, autentica sorpresa dell’Europeo 2004, della quale risulta vincitrice davvero a sorpresa, anche a fronte delle pessime quotazioni attribuite dai bookmakers alla vigilia del torneo.
La Grecia iscrive il proprio nome nella storia e nell’albo d’oro del torneo in virtù di un impressionante cammino, che la vede battere le più accreditate e blasonate avversarie al termine di partite giocate con sagacia tattica e grande cuore.
Tutto parte dal nome dell’allenatore, il tedesco Otto Rehhagel, che dopo aver fatto grande il Werder Brema decide di tentare l’esperienza come commissario tecnico, accettando l’offerta della federcalcio greca nel 2001.


Nei tre anni che precedono l’Europeo costruisce ed amalgama una squadra che rispecchia in pieno i suoi ordinamenti, esemplificati nell’attenzione ai particolari e nell’impostazione tattica sempre impeccabile.
La qualificazione viene ottenuta  vincendo il girone 6, precedendo la Spagna di una lunghezza. Nonostante il positivo risultato, la squadra non sembra esprimere un gioco di alto livello, dando l’impressione di un’impostazione superata ed a tratti obsoleta.
In realtà il tecnico è abile nel capire i possibili limiti dei suoi uomini e ad adattare pienamente le singole caratteristiche alla creazione di un vero e proprio gruppo coeso.
All’interno di esso identifica alcuni elementi cardine ai quali si affida e dai quali ottiene il massimo rendimento possibile.
Più dettagliatamente le convocazioni vengono fatte sulla base delle indicazioni delle partite di qualificazione, cercando di mantenere la massima aderenza al canovaccio tattico studiato dallo staff tecnico.
Lo schieramento sembra un classico 4-4-2, ma in campo quello che emerge è il grande senso di compattezza e solidità: impostata la fase difensiva, i centrocampisti e le punte sono chiamati a dare il proprio contributo alla linea arretrata, che risulta il punto cardine sulla quale costruire le fortune della squadra. A riprova di tutto ciò si può prendere ad esempio il cammino nelle qualificazioni, chiuso con soli 8 gol fatti, ma soli 4 subiti .
In porta viene confermato Antonis Nikopolidis, esperto portiere dell’Olympiakos dal buon rendimento, nonostante uno stile alcune volte approssimativo.
Le sue possibili alternative sono Konstantinos Chalkias e Fanis Katergiannakis, con quest’ultimo reduce dall’esperienza in Italia nelle file del Cagliari.
La difesa viene schierata a 4, con i due esterni abili nella fase di contenimento e pronti ad accompagnare le azioni con studiate sovrapposizioni. In tali ruoli vengono preferiti Giourkas Seitaridis a destra e Takis Fyssas a sinistra.
Nel ruolo di centrale troviamo l’affidabile Michalis Kapsis, difensore completo e in ottimo stato di forma dopo la Champions League giocata con l’AEK Atene.
Completa il reparto Traianos Dellas, altissimo centrale difensivo della Roma ed insuperabile sulle palle alte.


 
Grazie anche agli insegnamenti di Fabio Capello completa la sua maturazione come centrale difensivo e si impone come leader del pacchetto arretrato ellenico.
Col tempo ha sopperito ad una inevitabile lentezza con un ottimo senso della posizione e con la naturale fisicità, che lo rende affidabile marcatore del centravaneti avversario.
Questo reparto risulta uno dei punti forti della compagine greca, cooperando in maniera ottimale con il centrocampo al fine della creazione di un vero e proprio “muro” di contenimento.
La retroguardia viene completata da giocatori come Stelios Venetidis, Nikos Dabizas, e Yannis Goumas, in grado di garantire esperienza e duttilità.
A centrocampo troviamo 4 uomini disposti a prima vista in linea, ma deputati a compiti diversi ed, ovviamente, con caratteristiche diverse.
Rehhagel vuole sugli esterni giocatori polivalenti, in grado di dare copertura, ma al tempo stesso abili negli inserimenti senza palla, favoriti anche dai movimenti degli attaccanti.
A destra si disimpegna Stelios Giannakopoulos, dinamico esterno del Bolton in possesso di buona tecnica e notevole velocità.
Sull’altro lato del campo viene impostato Kostas Katsouranis, polivalente centrocampista abile a disimpegnarsi in tutti i ruoli, grazie ad una notevole intelligenza e a doti tecniche da trequartista.
Nella zona centrale la squadra può contare sull’ordine tattico garantito da Angelos Basinas, classico mediano in grado di dare i tempi alla squadra, stazionando nella zona nevralgica del campo.
In tale decisiva porzione di campo agisce Theodoros Zagorakis, giocatore completo e dal grande carisma, autentico uomo-squadra ed indiscusso capitano della rappresentativa.


Abbina una notevole tecnica ad un'innata capacità di essere sempre al posto giusto, distinguendosi in ogni fase di gioco. Tale qualità lo rende il collante ideale tra i reparti, ruolo che riesce ad intepretare con dinamismo e lucidità.
Un altro eclettico elemento è Giorgos Karagounis, centrocampista offensivo, ma in grado di giocare anche nella zona mediana o come esterno, essendo in possesso di corsa, tecnica e ottimo tiro dalla distanza. L'allenatore lo schiera a seconda delle esigenze nei vari ruoli del pacchetto mediano, chiedendogli anche quella giocata che possa cambiare le sorti della partita.
Alternativa di grande qualità è Vassilios Tsiartas, eccelente trequartista in possesso di un piede sinistro preciso e potente ed in grado di assicurare giocate di grande contenuto tecnico. Un suo calcio di rigore ha deciso la sfida contro l'Irlanda del Nord, regalando alla Grecia la qualficazione alla manifestazione.
Rehhagel si affida anche ad elementi come Giorgos Georgiadis e Pantelis Kafes, dinamici intepreti di più compiti a centrocampo ed ottimi a dare il proprio contributo nel corso della partita.
Vassilis Lakis ha il compito di dare riposo agli esterni titolari, grazie alla sua velocità ed alla sua rapidità, nonostante venga da una non altamente positiva stagione nel Crystal Palace.
Gli schemi offensivi prevedono la presenza di una punta centrale di peso, identificabile in Angelos Charisteas, giovane attaccante del Werder Brema dal fisico possente ed abile nel gioco aereo quanto in quello di sponda per i compagni. Nonostante la grande altezza è comunque sufficientemente agile e generoso nel portate il primo pressing ai difensori opponenti.
Al suo fianco viene spesso scelto Zisis Vryzas, attaccante atipico in grado di intepretare i movimenti del compagno di reparto e di giocare in sua funzione, svariando o tagliando verso la porta avversaria.
Anche a lui viene chiesto a volte di "abbassare" la sua posizione e di opporsi  all'esterno difensivo avversario. 
Entrambi non sono particolarmente prolifici, ma assicurano movimenti e giocate utili per lo sviluppo della manovra e sono perfettamente collaudati nei meccanismi di gioco del tecnico tedesco.
Anche a partita in corso può essere decisivo Demis Nikoladis, attaccante da gol facile e particlarmente avvezzo alle giocate dentro l'area di rigore.
Completa il reparto Dimitrios Papadopoulos, il giocatore più giovane tra i selezionati, al momento in forza al Panathinaikos.
Con questi uomini la Grecia affronta il gruppo A, composto da Russia, Spagna e Portogallo.
L'esordio avviene contro i padroni di casa ed è il primo segnale che la squadra ellenica non è così involuta e modesta: La squadra di Rehhagel vince per 2-1 grazie al gran gol da fuori area di Karagounis ed al rigore di Basinas. Inutile il gol di un giovane Cristiano Ronaldo per la squadra lusitana.
Per tutta la gara la compagine ellenica gioca una partita di contenimento, creando una diga difficile da superare per gli avversari, che a loro volta vengono infilati da ficcanti ripartenze, come in occasione dell'azione che porta al calcio di rigore.
L'impegno succesivo è contro la Spagna, la rivale superata nel girone di qualificazione alla fase finale.
Per la Grecia la gara si mette in salita, a causa della rete di Morientes al 28° di gioco.
Lo svantaggio non crea problemi agli uomini di Rehhagel che continuano a giocare la solita gara accorta ed ottengono il pareggio al 66°, grazie ad una bella giocata di Charisteas, abile a sfruttare un lancio dal centrocampo e ad infilare Casillas.
Nell'ultima sfida contro la Russia, la Grecia rischia di vanificare quanto di buono fatto precedentemente, nonostante le basti il pareggio per avere la certezza del passaggio del turno: nei primi minuti la squadra non sembra essere concentrata come al solito e subisce due reti in 17 minuti, ad opera di Kincenko e Bulykin. In concomitanza con la sconfitta della Spagna con il Portogallo, agli uomini di Rehhagel serve una rete per azzerare la differenza reti e passare a discapito degli iberici in virtù dei maggiori gol segnati.
Tale marcatura arriva al 43° con Vryzas, che rende ininfluente la sconfitta per 2-1 e regala ai compagni il secondo posto e la conseguente qualificazione ai quarti di finale.
L'avversario da battere è la Francia campione in carica, che si presenta come favorita per il passaggio del turno.
In questo caso l'intepretazione della gara da parte dei greci è perfetta, in quanto riescono a creare una sorta di "gabbia" intorno a Zidane, lasciando ben pochi spazi per la manovra francese.
La gara viene decisa da una grande giocata di Zagorakis, che salta Lizarazu e mette al centro un preciso pallone per la testa di Charisteas, che insacca con un forte colpo di testa.
A seguito di questa rete, gli uomi di Santini solo raramente impesieriscono la retroguardia ellenica, comandata da Dellas e ben protetta da Zagorakis e compagni.
In semifinale ad opporsi alla Grecia troviamo la Repubblica Ceca, capitanata da Pavel Nedved e trascinata nel torneo dal capocannoniere Milan Baros.
L'incontro è molto tattico e risulta difficile trovare episodi salienti, anche a causa dell'uscita anzitempo di Nedved per infortunio.
I supplementari sono quindi inevitabili ed in tale contesto vige il principio del Silver Gol, che arresta la partita alla fine del primo tempo supplementare in caso di vantaggio di una delle due squadre.
A fruire di tale temporanea formula è proprio la Grecia, che sblocca la gara al 105° con un colpo di testa di Dellas, abile a sfruttare la precisa traiettoria calciata da Tsiartas.
Per il difensore il gol è doppiamente storico, perchè segnato nell'unica partita decisa dal Silver Gol, che viene abolito successivamente nello stesso anno.
Si arriva così alla finalissima, da giocare nuovamente contro il Portogallo, avversario nella prima partita della manifestazione.
Rehhagel deve rinunciare a Karagounis squalificato, ma scommette comunque sullo stesso schieramento tattico, puntando a non dare spazio ai raffinati palleggiatori lusitani, autori di un un ottimo Campionato Europeo dopo la sconfitta iniziale.
L'incontro si sviluppa sulla falsa riga di quelli precedenti, con i greci attenti alla fase difensiva e con i portoghesi in difficoltà nel sviluppare il loro solito gioco.
Nel secondo tempo arriva la rete che decide la partita e l'Europeo: Basinas batte un calcio d'angolo sul quale si avventa Charisteas che ancora di testa batte Ricardo.
A seguito della rete il Portogallo si riversa in attacco e trascinato dal pubblico obbliga la Grecia ad una difesa ad oltranza
Anche grazie ad un ottimo Nikopolidis, la compagine ellenica resiste fino al 90° e si laurea campione d'Europa.


E' ovviamente un successo storico ed inimmaginabile, ottenuto al termine di autentiche battaglie, vinte con la capacità di trovare la giocata decisiva nel momento opportuno.


L'impostazione di Rehhagel può anche essere vista come antica e assolutamente difensivista, ma appare anche perfettamente lucida, perchè valutata sulla base delle caratteristiche dei propri giocatori, sicuramente non accumunabili ai grandi campioni presenti nel torneo descritto.
In tal senso il commissario tecnico trasmette grandi motivazioni, che sembrano crescere partita dopo partita, quasi come se anche i giocatori si rendessero conto per primi di avere la possibilità di scrivere una grande pagina della storia del calcio.
In un gruppo così unito non sembra facile trovare dei singoli degni di citazione, se non Zagorakis, nominato miglior giocatore del torneo, grazie a strepitose prestazioni e ad un modo di intendere il ruolo davvero a 360 gradi.
Quest'ultimo come Dellas o il decisivo Charisteas non riusciranno a ripetersi a tali livelli in seguito, non fornendo nei propri club prestazioni riconducibili a quanto fatto nel 2004.
La Grecia riesce nell'impresa di centrare un successo che ha pochi precedenti in competizioni di grande livello, e che sembra irripetibile, in quanto dovuto ad un connubbio di situazioni difficilmente riproponibili.
A Rehhagel va il merito di aver intepretato al meglio tutti questi contesti e di aver gestito la situazione in modo ottimale, in termini di stretegie e scelte.
La Grecia iscrive il suo nome nell'albo d'oro dei Campionati Europei, anche alla faccia dei bookmakers.

Giovanni Fasani

venerdì 8 agosto 2014

GLI EROI ROMENI

Pochi giorni fa hanno preso il via le due maggiori competizioni per club in Europa, parliamo ovviamente di Champions ed Europa League.
Com'è ormai consuetudine si gioca il 1° turno preliminare, a cui partecipano le squadre delle nazionali con il ranking più basso. Troviamo, ovviamente, tanti nomi di squadre di cui non immaginiamo neanche l'esistenza; San Marino, Gibilterra, Far Oer mandano in campo le vincitrici dei rispettivi campionati.
Quando va bene, queste squadre, riescono al massimo a segnare un paio di gol, quando va male ne prendono 15 tra andata e ritorno; figurarsi quindi se mai le potremmo trovare nei gironi finali.
Una cosa simile è successa più volte nella storia delle due competizioni, anche se mai vi ha partecipato una squadra delle nazioni sopra citate.
A far parte di quest'ultimo gruppo di squadre non fa eccezione l'Unirea Urziceni, squadra romena dell'omonima città (Urziceni) che nella stagione 2009-2010 arrivò alla fase a gironi del massimo torneo europeo.


Trovare una squadra romena alla fase finale della Champions League non è poi così strano, anche se nella maggior parte dei casi a parteciparvi è la Steaua Bucarest, per altro unica squadra del paese balcanico ad aver vinto a livello europeo.
L'Unirea è stata fondata nel 1954 ma senza però partecipare ai campionati romeni, si limitava a qualche torneo locale fino al 1976, anno in cui viene inserita nella Diviza D, la quarta serie del calcio locale.
Gli inizi non sono promettenti, fatto salvo per qualche promozione nella Diviza C, serie che viene vinta dalla squadra biancoblu nella stagione 2002-2003.
Ma cos'ha fatto così speciale questa squadra durante la stagione 2008-2009, anno dell'unico scudetto? Assolutamente nulla, solo la capacità del tecnico Dan Petrescu di assimilare un ottimo gruppo capace di fare del Tineretului un vero e proprio fortino, violato solamente in due occasioni.


L'Unirea non deve neanche fare i preliminari della Champions League e viene inserita nel Gruppo G insieme a Siviglia, Stoccarda e Glasgow Rangers; un girone non impossibile, se non che la squadra romena ha zero come numero di esperienza internazionale.
L'avventura europea ha inizio il 16 settembre 2009 quando i biancoblu scendono al Ramon Sanchez Pizjuan per affrontare il Siviglia; al termine dei 90 minuti il risultato è di tutto rispetto, 2-0 per gli spagnoli grazie alle reti di Luis Fabiano e Renato.
13 giorni dopo arriva il debutto casalingo, si gioca allo stadio Steaua in quanto il Tineretului non è omologato per le competizioni europee.
All'iniziale gol di Tasci, risponde il centrocampista 25enne Serban Dacian Varga al minuto 48 con uno splendido tiro che batte Lehmann, siglando il primo storico gol della formazione romena nella Champions League.
Dopo la lunga pausa di tre settimane, si torna in campo il 20 ottobre; teatro della sfida Ibrox Park, casa dei Rangers di Glasgow.
E' la sera in cui si fa la storia. L'Unirea batte i Rangers 4-1 in rimonta; una partita pazzesca complici tre autogol (due a favore dei romeni) ed un rigore fallito dagli scozzesi.
Per gli ospiti vanno a segno il l'attaccante Marius Bilasco ed il difensore argentino Pablo Brandan (FOTO).


Le restanti tre partite qualificano i romeni all'Europa League, essendo arrivati terzi ad 1 solo punto dallo Stoccarda secondo.
Nella penultima partita è arrivata anche la soddisfazione della prima vittoria casalinga grazie ad un'altra autorete, quella di Dragutinovic, difensore serbo del Siviglia.
Purtroppo, per la squadra romena, il sorteggio non è dei più semplici. L'avversario è il certo più quotato Liverpool che dopo l'1-0 casalingo, vince anche in Romania 3-1 estromettendo anzitempo gli eroi romeni.
Rimane comunque nel cuore di tanti tifosi la splendida cavalcata e la soddisfazione di aver visto il piccolo club di Urziceni giocare tra i grandi ed in stadi da grandi.
Purtroppo, però, nel 2011 arriva la triste notizia che la squadra biancoblu è stata squalificata da tutte le competizioni romene per problemi economici; ne è derivato il conseguente (e triste) scioglimento; il tutto come in una delle più cupe storie balcaniche.


Matteo Maggio

martedì 5 agosto 2014

JAN CEULEMANS

In uno dei nostri primi articoli ci eravamo occupati della figura del "finto centravanti", ruolo che è divenuto oggigiorno conosciuto come "falso nueve".
Nel nostro precedente scritto abbiamo esaltato un giocatore come Hidegkuti, descritto come il vero pioniere di questo modo di giocare ed autentico maestro nella sua massima interpretazione.
Inoltre abbiamo rintracciato nel gioco voluto da Pep Guardiola una riproposizione di tale atteggiamento tattico, che spiega l'origine spagnola del nome in questione.
Appare però evidente come tra tali apici storici vi siano stati altri casi accostabili a tale modello, rendendo tale atipica quanto efficace mossa tattica mai superata e vincente.
La necessità di ampliare i compiti della punta e la volontà di togliere riferimenti agli avversari, hanno portato molti allenatori a considerare tale impostazione; tuttavia non è facile trovare giocatori disposti a tale faticoso ruolo o altri in possesso delle giuste caratteristiche per garantire i risultati sperati.
A tal proposito sembra corretto citare Jan Ceulemans come una delle espressioni più vicine a tale concetto, dato che per quasi 20 anni ha combinato una grande forza fisica, propria di una punta, ad un senso tattico vicino a quello di un centrocampista.


Nato in Belgio nel 1957, sin da subito mette in mostra doti eccezionali nel Lierse, squadra della sua città natale, Lier, cittiadina delle Fiandre vicina ad Anversa.
In tale contesto si guadagna ben presto l'accesso alla prima squadra, venendo impostato alternativamente come seconda punta o trequartista.
A soli 21 anni e dopo ben 110 presenze, riceve l'offerta del Bruges, che rimane colpito dalle sue eccezionali prestazioni e dai sui 39 gol nelle suddette apparizioni.
Ceulemans risulta abilissimo nei movimenti, non permettendo al diretto avversario di interpretarne le intenzioni e le successive giocate. 
La sua impostazione sembra quella di un vero e proprio centravanti, caratterizzato da un fisico estremamente prestante e da un'ottima tecnica individuale.
Quello che lo caratterizza è la sua abilità nello sfuttare ogni zona del reparto offensivo, amando partire da lontano quanto inserirsi con profitto nell'area di rigore.
E' in possesso inoltre di doti atletiche di grande livello, che lo facilitano nei 16 metri avversari e gli consentono di reggere l'urto con gli avversari, potendo anche superarli con poderose azioni personali.
Calcia preferibilmente con il sinistro e riesce sempre ad imprimere grandissima potenza alle sue conclusioni.
I quasi 190 centimetri di altezza lo rendono molto temibile nel gioco aereo, qualità che esprime maggiormente con intelligenti inserimenti in area, difficilmente letti dalle difese avversarie e resi letali dalla sua fisicità.
In sostanza è una chiave tattica importante per la sua squadra, permettendo uno sviluppo del gioco vario e di qualità, unito ad un ottimo feeling con il gol.
Un particolare divertente ricade nei suoi calzettoni: molte volte si trova ad iniziare la partita con gli stessi perfettamente indossati, salvo poi farli scivolare alle caviglie a furia di corse e contrasti per il campo.
Ovviamente il Bruges compie un salto di qualità tesserandolo nel 1978.


La squadra blu-azzura torna al successo in campionato un anno dopo il suo arrivo, distanziando lo Standard Liegi di 4 punti.
Tale successo rappresenta il primo di 4 affermazioni con la popolare compagine belga, unita a 2 Coppe del Belgio e ben 5 Supercoppe nazionali.
Nonostante un ottimo palmares appare evidente come nella sua personalissima bacheca manchi un successo internazionale.
In questo caso entriamo in un ambito particolare della sua lunga ed eccezionale carriera: seppur ritenuto per anni uno dei migliori attaccanti europei, non riesce ad imporsi in nessuna competizione al di fuori dei confini belgi, sia con il Bruges che con la magila della nazionale.
Con il proprio club partecipa a modeste apparizioni nelle Coppe Europee, suddivise tra eliminazioni nei primi turni in Coppa Campioni e Coppa delle Coppe.
A livello personale segna all'esordio nella massima competizione europea, nel 2-1 contro il Wisla Cracovia. Si ripete anche al ritorno in Polonia, ma il Bruges perde 3-1 e viene eliminato al primo turno.
Nonostante la squadra non sia altamente competitiva nel contesto europeo, le giocate di Ceulemans la trascinano alla semifinale di Coppa Uefa nella stagione 1987/1988.
Il forte attaccante realizza reti importanti per ottenere pesanti rimonte in quasi tutto il cammino. La prima contro la Stella Rossa, dove i bluneri vincono il ritorno per 4-0 trascinati dal proprio capitano, schierato con il numero 6.


Ancora più significativa è quella contro il Borussia Dortmund scaturita in un 5-0 a seguito della sconfitta per 3-0 in Germania. E' proprio Ceulemans ad aprire le marcature nel match di ritorno, dando il via alla goleada.


L'avventura viene interrotta dall'Espanyol, che in casa si impone per 3-0, ribaltando il 2-0 dell'andata aperto ancora dalla rete della punta belga.
Tolta un'altra semifinale di Coppa delle Coppe nella stagione 1991/1992, la sua ultima da giocatore, non ci sono particolari soddisfazioni europee da segnalare, in controtendenza a quanto fatto in patria e ad una rosa di discreto livello. 
Si dimostra estremamente fedele ai colori blu e neri, non prendendo in cosiderazione le invitanti offerte provenienti dai maggiori campionati europei.
Nell'estate del 1980 l'ambizioso Milan tenta di ingaggiare il giocatore, trovando persino un accordo con lui e con il Bruges.
A sorpresa, però, quando tutto sembra definito, Ceulemans cambia idea e rifiuta il trasferimento: voci mai confermate rivelano che sarebbe stata la madre del giocatore a convincerlo a non andare in Italia. A differenza del club le cose vanno diversamente in nazionale, dove Ceulemans e compagni scrivono le pagine ed importanti del Belgio fino ai giorni nostri.


La sua avventura con i "diavoli rossi" incomincia nel 1977, ma la rassegna dove imprime il suo nome nella storia è l'Europeo 1980, organizzato dall'Italia.
La squadra allenata da Thys è di ottimo livello e può contare su altri importanti giocatori, quali Jean Marie Pfaff, Juliean Cools, François Van der Elst, Erwin Vandenbergh e via dicendo.
Rispetto a come gioca nel Bruges, in nazionale i suoi movimenti sono da vera e propria punta, muovendosi in tandem con l'attaccante centrale.
A conferma di tutto ciò vince il proprio girone, pareggiando contro Inghilterra ed Italia e battendo la Spagna.
La partita contro la squadra inglese termina 1-1 ed il gol belga è realizzato proprio da Ceulemans al 29°, 3 minuti dopo il vantaggio di Wilkins.
In finale l'avversario da battere è la Germania, che si impone per 2-1 con gol tedesco di Hrubesch arrivato a 2 minuti dalla fine.
Ovviamente la delusione è tanta per il Belgio, ma la finale conquistata rappresenta il miglior risultato ottenuto in un campionato europeo.
Due anni più tardi Jan Ceulemans fa il suo esordio nella Coppa del Mondo, nella partita contro i campioni in carica dell'Argentina. La compagine belga vince 1-0 a sorpresa ed ottiene il primo posto nel raggruppamento, passando al turno successivo contro Polonia e URSS. Le belle prove offerte nelle prime tra partite sono un lontano ricordo ed il Belgio perde entrambi gli incontri, uscendo dalla competizione.
Ancora più sfortunati sono i campionati europei del 1984, dove la squadra di Thys non passa il girone, subendo anche un umiliante 5-0 dai futuri campioni della Francia.
Per Ceulemans c'è la parziale soddisfazione di realizzare il suo primo ed unico gol in tale torneo, segnando il gol del vantaggio nell'ultima gara contro la Danimarca.
Quella che sembra un ritorno all'oblio per la nazionale si trasforma nel 1986 nel miglior mondiale di sempre per il Belgio.
L'attaccante del Bruges arriva all'appuntamento al topo della carriera e a 29 anni viene insignito del titolo di capitano.
Dopo aver passato il turno solo come miglior terza, la squadra si trasforma letteralmente nella gare ad eliminazione, arrivando sino alla semifinale.
Appassionante la gara degli ottavi di finale, dove l'URSS viene battuta per 4-3, grazie anche al primo gol di Ceulemans nei campionati del mondo.
Nei quarti l'avversario è la Spagna che viene battuta ai calci di rigore, essendo il match terminato 1-1. La rete belga porta ancora la firma dello scatenato attaccante.


In semifinale Diego Armando Maradona segna due gran gol e porta la sua Argentina in finale, lasciando al Belgio la finale per terzo posto.
La squadra arriva stanca all'appuntamento e la Francia si impone per 4-2, nonostante Ceulemans porti in vantaggio i suoi all'11° minuto.


Per lui si chiude un mondiale da protagonista, imprezziosito da 3 gol e dalla nomea di giocatore che non molla mai, culminato nel soprannome "capitano coraggioso".
Saltati gli europei del 1988, causa un disastroso girone di qualificazione, Ceulemans ha l'ultima grande occassione con la propria nazionale: il Mondiale del 1990 giocato in Italia.
Inserita nel girone con Spagna, Uruguay e Corea del Sud, la rappresentativa belga chiude il girone al secondo posto e per Ceulemans c'è la soddisfazione di un gol nel 3-1 contro la squadra sudamericana.
Negli ottavi la squadra da affrontare è l'Inghilterra che ottiene la qualificazione al 119° con un gol di Platt.
Con la fine del Mondiale si chiude il rapporto con la nazionale, che parla di 23 reti in ben 96 partite, rendendolo primatista per presenze in nazionale.
Due anni più tardi termina la carriera, lasciando al Bruges la pesante eredità di 407 presenze e 196 gol.
Le caratteristiche evidenziate lo rendono uno dei più forti giocatori degli anni '70/'80 e solo la sfortuna lo ha privato di quei successi europei che avrebbe ampiamente meritato.
Nonostante questo particolare, il suo nome viene ricordato qualora si voglia citare un giocatore completo, potente, prolifico e dal grande carattere.


Se Hidegkuti è stato il primo "falso centravanti", Ceulemans lo si può definire, bonariamente, una "falsa seconda punta", solo di fatto radicata al ruolo di attaccante ed incline a fare di tutto il campo il suo riferimento.



Giovanni Fasani