martedì 30 dicembre 2014

COPPA D'ASIA 2015 - LA GUIDA

A partire dal 9 gennaio prenderà il via in Australia la sedicesima edizione della Coppa d'Asia, manifestazione che negli ultimi anni ha visto il suo livello medio crescere costantemente, suscitando l'interesse di molti appassionati.
Il Giappone, campione dell'edizione 2011, metterà in palio l'ambito trofeo ed il gruppo degli ambiziosi pretendenti è eterogeneo e particolarmente significativo.
Tra le sedici squadre partecipanti alla fase finale troviamo le più forti e blasonate nazionali asiatiche accanto a rappresentative emergenti o alle prime esperienze in contesti di questo tipo.
Con questo articolo si vuole fare una panoramica dei quattro gruppi iniziali con una dettagliata descrizione delle singole rappresentative presenti.
Non mancheranno certo curiosità ed interessanti giocatori con la sensazione che questa Coppa d'Asia sarà davvero molto entusiasmante.

GRUPPO A


Australia e Corea del Sud sembrano destinate a farla da padroni, tenuto conto di un livello tecnico e di un'esperienza superiori. Tuttavia l'entusiasmo e le buone indicazioni fornite nelle qualificazioni potrebbero consentire alle "matricole" Oman e Kuwait di sovvertire un fin troppo facile pronostico.

Australia
La nazionale di Ange Postecoglou è qualificata di diritto come paese organizzatore e davanti al proprio pubblico si gioca un'importante quanto unica possibilità di imporsi in tale torneo continentale.
Nonostante un Mondiale 2014 piuttosto deludente (3 sconfitte nel girone), l'Australia ha messo in mostra giocatori importanti che potrebbero rivelarsi decisivi nella competizione che stiamo descrivendo.
Tra i pali Mathew Ryan sembra aver compiuto quella crescita che lo rende uno dei portieri più forti della manifestazione, come dimostrano le sue ottime prestazioni con il Bruges.
La fase difensiva è probabilmente il punto debole della squadra, avendo evidenziato più di una volta staticità e scarsa attitudine al contesto internazionale.
Il 4-2-3-1 voluto dal tecnico protegge la squadra solo in parte, mettendo talvolta in evidenza una retroguardia afflitta da lacune tecnico-tattiche.
Il centrocampo è un elemento completo, dove spiccano le geometrie di Mile Jedinak, la completezza di James Holland e l'agonismo di Mark Milligan e Matt McKay.
Sulle fasce dovrebbero arrivare buone indicazioni da elementi come Tommy Oar e Matthew Leckie, mentre nel ruolo di centravanti dovremmo vedere ancora Tim Cahill, con Bernie Ibini Isei possibile alternativa, mentre James Troisi e Massimo Luongo giocheranno a supporto. Robbie Kruse si presenterà alla rassegna con i postumi di un infortunio, che potrebbe impedirne la disponibilità come seconda punta o trequartista.

Corea del Sud
A Seul sperano che l'avvento del nuovo allenatore, il tedesco Uli Stielike, possa garantire un salto di qualità ed una crescita significativa del parco giocatori.
Proprio all'ex centrocampista di Borussia Mönchengladbach e Real Madrid spetterà il compito di far dimenticare il deludente Mondiale e di rilanciare il calcio della Corea del Sud.
Gli ultimi risultati non sono però positivi ed è facile pronosticare che per l'allenatore tedesco il compito sarà meno facile del previsto.
I punti di forza vertono sulla grande intesa esistente tra i giocatori e sulla grande rapidità, da sempre marchio di fabbrica della squadra coreana, specie nello sviluppo dell'azione offensiva.
I dubbi sulla selezione coreana vertono su di una difesa ancora non affidabile ed inesperta, nonostante giocatori come Joo-Ho Park e Jin-Su Kim militino in Bundesliga ed altri siano colonne delle migliori squadre coreane o dei cinesi del Guangzhou Evergrande (Youg-Gwon Kim).
Nel reparto di centrocampo spiccano le doti di Sung-Yueng Ki dello Swansea, dotato di ottima visione di gioco e di un tiro potente e preciso. Nel 4-2-3-1 voluto dal tecnico viene affiancato da Kook-Young Han o da Myung-Joo Lee, mentre più avanzati agiscono Ja-Cheol KooChung-Yong Lee ed Heung-Min Son.
Quest'ultimo è uno dei migliori elementi a disposizione e sembra essere la spalla ideale per la punta centrale, una volta che il sistema di gioco possa prevedere due attaccanti.
Nel ruolo di centravanti viene posta grande fiducia su Dong-Kook Lee, con Jung-Hyup Lee e Keun-Ho Lee possibili alternative.

Oman
La selezione allenata da Paul Le Guen si presenta al via della competizione a distanza di 8 anni dall'ultima presenza e lo fa dopo aver vinto il gruppo A di qualificazione.
Tale risultato è stato ottenuto grazie ad un'ottima organizzazione tattica e, soprattutto, ad una difesa davvero impenetrabile, battuta solo una volta nelle sei partite disputate.
A tal proposito il modulo potrebbe essere un 4-4-2 canonico, modificabile in un più accorto 5-4-1, per meglio sfruttare la solidità delle retroguardia.
Quest'ultima fa perno su elementi come Mohammed Al-Maslami o sul terzino Hassan Mudhafar, anche se è il collettivo nel suo insieme a rappresentare un punto di forza.
Tra i pali troviamo il giocatore con più esperienza internazionale, Ali Al-Habsi, 135 presenze tra Bolton e Wigan (con una FA Cup vinta) prima di trasferirsi al Brighton & Hove.
A centrocampo l'elemento migliore è senza dubbio Eid Mohammed Al-Farsi, giocatore che garantisce geometrie ed anche un ottimo contributo in zona gol.
Quest'ultimo aspetto potrebbe essere il vero problema della squadra, dal momento che sono stati solo sette i gol segnati nel girone.
Decisivo sarà l'apporto dell'esterno offensivo Qasim Said, cannoniere della squadra con tre reti nei match di qualificazione.
Come punte si possono menzionare Abdulaziz Al-Muqbali (decisivo contro la Siria) o l'esperto Ismail Al-Ajmi.

Kuwait
Conosciuto ai più per la partecipazione ai Mondiali del 1982, il Kuwait è una squadra che gode di ottima considerazione nel proprio continente, anche in virtù della vittoria ottenuta nel 1980 proprio in questa competizione.
Probabilmente gli anni menzionati sono lontani dal punto di vista del valore della rosa, ma la squadra di Jordan Vieira ha destato una buona impressione nel girone B di qualificazione, terminandolo al secondo posto. A tal proposito la rappresentativa guidata dal tecnico brasiliano ha perso una sola gara, per altro ininfluente, contro l'Iran dominatore assoluto del raggruppamento,
Il modulo scelto è un 3-4-3 che permette di esprime le discrete qualità del reparto offensivo, nel quale si fa apprezzare Bader Al Mutwa, talentuosa seconda punta chiamata a dimostrare la piena maturazione alla soglia dei trent'anni.
Il miglior marcatore delle qualificazioni è stato Yousef Nasser con tre reti, meritandosi la preferenza come punta centrale.
La fase difensiva è comunque gestita in modo apprezzabile, grazie alla presenza di elementi esperti come Hussain Fadel e Fahad Awadh.
Il folto centrocampo è impegnato in un notevole lavoro di raccordo e per tale compito si segnala Hamad Aman.

GRUPPO B


Più equilibrata la situazione nel secondo raggruppamento, dove sembra essere difficile trovare una favorita. Tra cicli terminati e nuove generazioni in crescita, le quattro squadre sembrano partire con le stesse possibilità, anche se la Corea del Nord sembra essere la meno accreditata al passaggio del turno.

Uzbekistan 
Il calcio uzbeko è sicuramente in grandissima crescita ed i risultati delle varie rappresentative nazionali sono lì a dimostrarlo.
La qualificazione è arrivata grazie al secondo posto nel girone E, senza mai avere problemi a battere la concorrenza di rappresentative come Hong Kong e Vietnam.
Nonostante l'abbordabile raggruppamento, il tecnico Mirjalol Qosimov ha ottenuto importanti conferme dal suo flessibile 4-5-1.
Nella sufficientemente solida difesa spicca la presenza di Vitali Denisov, terzino sinistro del Lokomotiv Mosca ed in assoluto il miglior elemento del reparto.
Anche nella zona mediana è presente un leader, Odil Akhmedov, in grado di impostare al meglio il gioco. Insieme ad Azizbek Haydarov e Timur Kapadze forma un trio di mediani di ottimo spessore.
Molto utile risulterà l'apporto proprio di Timur Kapadze, recordman di presenze con la nazionale dei "White Wolves".
Leggermente più avanzati agiscono Sanjar Tursunov e Server Djeparov, con Sardor Rashidov come ottima alternativa.
I centrocampisti più avanzati sono chiamati a supportare l'unica punta vera e propria, identificabile in Farhod Tadjiyev, anche se ottime indicazioni sono arrivate dal giovane Igor Sergeev, attaccante messosi in mostra anche nell'ultimo Mondiale Under 20.

Arabia Saudita
I fasti degli anni 90 sembrano parecchio lontani, ma la squadra allenata dal rumeno Cosmin Olaroiu viene da un grande girone di qualificazione, condotto, a dire il vero, dal precedente allenatore Juan Ramon Caro.
Il 4-4-2 voluto dal precedente selezionatore può variare in un 4-1-4-1 davvero efficace, tanto da essere stato decisivo nel pareggio per 1-1 contro l'Uruguay ad ottobre.
La difesa è un reparto solido e viene comandata dall'esperto Osama Hawsawi, con Hassan Fallatah e Abdulla Aldossary come apprezzabili esterni.
Nel girone di qualificazione i gol subiti sono stati solo 3, al cospetto di squadre quali Iraq e Cina.
Nel zona mediana troviamo Saud Kariri a dettare i tempi dall'alto della sua esperienza e del sua carisma. Accanto a lui Ibrahim Ghaleb, con Yahya Al-Shehri e Taisir Al-Jassim più avanzati.
L'attacco non vede più i leggendari nomi che hanno fatto la storia del calcio saudita, ma propone nomi interessanti ed in rapida crescita: su tutti Naif Hazazi, al quale possono essere affiancati Youssef Al-Salem o Hamdan Al-Hamdan.
Possibile anche l'utilizzo di Nasser Al-Shamrani, esperto attaccante dal gol facile e capocannoniere delle ultime 5 edizioni del campionato locale.
Interessante anche la soluzione che prevede l'impiego di due esterni offensivi, con l'utilizzo alternativo dei giovanissimi Fahad Al-Muwallad (2 gol nelle qualificazioni) ed Abdulfattah Asiri.

Cina
Nonostante le squadre di club cinesi si facciano apprezzare nelle maggiori competizioni asiatiche, la nazionale sembra attraversare un difficile momento di transizione.
A riprova di tutto ciò vi è la difficile qualificazione, ottenuto solo come miglior terza dei 5 gironi presenti.
Il 4-4-2 (o 4-2-3-1) del francese Lain Perrin dovrà per forza ridare compattezza ad una squadra fragile, capace di concedere l'unico punto ottenuto nel girone dall'Indonesia.
La difesa sembra concedere un po' troppo, nonostante non manchino elementi di spessore e di buona esperienza. Si segnala a tal proposito l'esterno destro Linpeng Zhang del Guangzhou Evergrande, uno degli elementi più positivi della retroguardia.
Sempre dal medesimo club proviene Zhi Zeng, capitano e vero e proprio metronomo della squadra.
Il suo compito sarà anche quello di "disciplinare" il talento di giocatori quali Gao Lin e Xi Wu, che con le loro giocate sono chiamati a fare la differenza.
Si segnalano altri apprezzabili trequartisti quali Hanchao Yu e Junmin Hao, così come un altro valido e futuribile mediano, Jiaqi Zhang.
Come centravanti si punta su Xu Yang Yu Dabao, anche se la mancanza di un vero e proprio terminale offensivo sembra essere il difetto più grave della squadra di Perrin.

Corea del Nord
L'aver vinto l'AFC Challenge Cup nel 2012 ha consentito alla selezione coreana di guadagnarsi il posto per la Coppa d'Asia senza passare dalle qualificazioni.
Tale vantaggio ha permesso al tecnico Tong-Sop Jo di costruire una discreta formazione, basata prevalentemente su giocatori giovani.
Come sempre, quando si parla di Corea del Nord, le informazioni sono davvero poche, soprattutto in merito alle scelte tecniche effettuate dal commissario tecnico.
Si possono comunque segnalare il discreto portiere Myong-Guk Ri, i difensori Hyok-Chol So e Kwang- Ik Son, così come il trequartista Yong -Gi Ryang.
Interessante la probabile coppia offensiva formata da Il-Gwang Jong e dalla stella Kwang- Ryong Pak, primo giocatore della Corea del Nord ad approdare in Europa ed attualmente in forza al Vaduz.
Sarà proprio la voglia di emergere dei giocatori coreani a poter fare la differenza nel girone, anche se le giocate di Kwang-Ryong Pak saranno indispensabili in una rosa comunque inesperta e per varie ragioni non avvezza ai contesti internazionali.

GRUPPO C


Girarci intorno non ha davvero senso, la grande favorita per tasso tecnico ed esperienza è di sicuro la nazionale iraniana, forte anche dell'agrodolce esperienza al mondiale brasiliano. Partono un gradino più avanti di Oman e Bahrain, gli Emirati Arabi, nazionale in netta ed esponenziale crescita.

Iran
La nazionale di Carlos Queiroz ha conquistato l'accesso alla rassegna continentale stradominando il proprio gruppo, ottenendo 16 punti contro Kuwait, Libano e Thailandia mettendo in mostra sempre il maggior tasso tecnico e spesso realizzando 3-4 gol a partita.
Tra i pali si fa affidamento su Alireza Haghighi, colui che stoppò l'Argentina fino al 91' minuto prima dell'invenzione di Messi.
Il modulo è pressoché un classico 4-2-3-1 con la difesa incentrata sull'esperto Jalal Hosseini, vero e proprio comandante del reparto arretrato a cui verrà data ulteriore copertura dai due perni del centrocampo Javad Nekounam ed Andranik Teymourian, con il primo a dettare anche i tempi di gioco essendo dotato di un discreto tocco di palla.
Sulla trequarti ci si aspetta molto da Ashkan Dejagah, uno degli iraniani da più tempo all'estero ma mai sbocciato definitivamente.
Molto interessante la crescita di Alireza Jahanbakhsh, 21enne esterno sinistro attualmente in forza al NEC con cui ha già messo a segno 7 gol e numerosi assist.
Nel reparto avanzato toccherà a Reza Ghoochannejhad (autore dell'unico gol brasiliano) garantire concretezza. La punta ex Charlton ha realizzato 5 gol nelle qualificazioni, ma occhio anche a Karin Ansarifard, giovane promessa del movimento iraniano.
Queiroz sarà dunque chiamato a conquistare il primo posto nel girone e possibilmente portare il Team Melli ai fasti degli anni 70, quando vinse ben 3 titoli continentali.

Emirati Arabi Uniti
Che cavalcata quella emiratina. Stessi punti ottenuti dell'Iran (16) in un girone che la vedeva opposta ad Uzbekistan, Hong Kong e Vietnam con le due nazionali indocinesi a fare da comparsa.
Ci stava scappando pure il punteggio pieno ma un gol dell'uzbeko Sergeev nell'ultima partita ha negato questo primato.
Gran bella formazione quella in questione che ha abbinato una solida difesa (appena 3 gol subiti) ad un attacco atomico (il migliore al pari dell'Iran) capace di 18 gol in 6 partite.
Una difesa che vede come punti fermi il terzino (o centrale all'occorrenza) Mohamed Ahmad ed Abdulaziz Hussain. Una linea difensiva completata anche da Abdelaziz Sanqour, tutti ragazzi con un'età media di 24 anni che garantirà enorme costanza.
A centrocampo Omar Abdulrahman è la grande rivelazione degli emiratini; dotato di buona visione di gioco è lui il faro del centrocampo che dovrà accendere le punte Ali Mabkhout Alhajeri ed Ahmed Khalil, rispettivamente 5 e 3 gol nelle qualificazioni; da loro ci si aspetta molto, soprattutto quella maturità dimostrata con le rispettive squadre di club.
Dopo la disastrosa campagna verso Brasile 2014, la panchina è stata affidata a Mahdi Ali, tecnico che aveva vinto la Coppa d'Asia under-19 nel 2008 e lo scorso anno ha portato la squadra alla vittoria della Coppa del Golfo.
C'è molta curiosità attorno a questo gruppo di giovani, vedremo come sapranno disimpegnarsi in un contesto internazionale di alto livello.

Qatar
Ottenuto il pass senza troppe complicazioni, il Qatar arriva alla Coppa d'Asia da vera incognita. Da una parte non sono ammessi passi falsi in vista del Mondiale 2022 che si terrà proprio in terra qatariotadall'altra c'è una nazionale che mai è andata oltre i quarti di finale. In questi ultimi 4 anni il Qatar è cresciuto molto, sia a livello di giocatori che di movimento calcistico ed è chiamato ad una prestazione per lo meno convincente dal punto di vista tattico.
Gli appena 2 gol subiti nel girone di qualificazione fanno del Qatar una delle difese più solide dell'intero continente. Schierata con 4 (o 5 uomini) la linea arretrata ha in Abdelkarim Hassan un cursore di fascia instancabile utilizzabile anche a centrocampo.
La linea mediana, composta prevalentemente da 3 giocatori ha in Ibrahim Khalfan il suo punto di forza; ala veloce molto tecnica sa accentrarsi e rifornire le punte e talvolta è egli stesso a finalizzare l'azione (4 gol nelle qualificazioni).
Attacco che ha nell'uruguayano naturalizzato Sebastian Soria e nel giovane guizzante Hassan Al-Haidos le vere bocche da fuoco.
Sarà una bella sfida per il tecnico franco-algerino Djamel Belmadi che avrà il compito di portare il Qatar a livelli consoni per essere il paese organizzatore di un Mondiale.

Bahrain
Ecco qua la rivelazione delle qualificazioni. 0 sconfitte, 14 punti ottenuti ed appena un gol subito dalla nazionale del nuovo CT Marjan Eid (in carica da un mese) che ha sostituito l'iracheno Adnan Hamad che a sua volta aveva preso il posto di Anthony Hudson, vero fautore della qualificazione.
Le ultime apparizioni della nazionale bahraina non sono state delle più entusiasmanti, ma le qualificazioni fanno ben sperare per un posto tra i grandi.
Tra i pali la sicurezza di Sayed Jaffer è indiscutibile; l'estremo difensore è stato protagonista con parate decisive coadiuvato da una solida difesa che ha in Mohamed Husain il suo gladiatore e capitano.
Se da una parte la difesa subisce pochissimi gol, l'attacco non è dei più prolifici ed è il vero tallone d'achille rei "Red Wolves". Dei 7 gol realizzati 3 sono arrivati dal centrocampista Faouzi Aaish, uno che quando segna raramente il Bahrain perde.
Il vero punto di forza del reparto avanzato è Ismail Abdul-Latif, longilineo attaccante che in nazionale ha già realizzato 30 gol in 62 partite, ma che inevitabilmente dovrà essere più incisivo nella rassegna australiana rispetto alle partite contro Qatar, Yemen e Malesia.
La squadra bahraina è un buon mix di giocatori esperti tra cui il centrocampista Mahmood Abdulrahman e giovani vogliosi di mettersi in mostra come gli attaccanti Sami Al-Husaini 25enne con 20 presenze in nazionale ed il 23enne Saad Al-Amer già andato in gol nelle 3 presenze confezionate. Al nuovo CT l'ardua sentenza.

GRUPPO D


Girone abbastanza facile per il Giappone campione in carica ma uscito con le ossa rotte dal Mondiale. E' la favorita numero 1 con Giordania ed Iraq a contendersi la seconda piazza. Parte dietro a tutti la Palestina, all'esordio in Coppa d'Asia.

Giappone
Aria nuova nel Sol Levante dove Javier Aguirre ha preso il posto di Alberto Zaccheroni, alla naturale chiusura di un ciclo che l'ha visto protagonista 4 anni fa.
Fedele al suo 4-3-3, il tecnico messicano ha da subito guadagnato il rispetto dello spogliatoio.
I "Samurai" si sono concentrati sulle amichevoli, avendo ottenuto di diritto la partecipazione in quanto detentrice del trofeo; un mese fa ha battuto 2-1 l'Australia dopo essere crollata sotto il poker di Neymar.
Pochi dubbi di formazione e tanta fantasia per Aguirre che tra i pali potrà contare su Eiji Kawashima, da qualche tempo in Belgio allo Standard Liegi.
Difesa a 4 con Yuto Nagatomo e Gotoku Sakai sulle corsie con Atsuto Uchida dello Schalke validissima alternativa. Al centro Maya Yoshida avrà il compito di gestire i tempi insieme a Masato Morishige, una coppia molto fresca e comunque con margini di crescita.
In mezzo al campo Makoto Hasebe ed il recordman di presenze Yasuhito Endo (fresco campione col Gamba Osaka) garantiranno copertura e corsa forti di un'intelligenza tattica davvero molto sensbile.
Qualche metro più avanti spazio alla fantasia di Shinji Kagawa, reduce da un periodo opaco al Manchester United e per questo tornato a disposizione di Klopp nel Borussia Dortmund. Kagawa avrà il compito di rifornire di palloni Shinji Okazaki, vero incubo per le difese avversarie e forte dei 40 gol realizzati in nazionale con cui ha disputato poco più di 80 partite.
Alternativa tattica sarà quella di allargare il gioco sulle fasce dove Keisuke Honda sulla destra ed il 22enne Yoshinori Muto cercheranno di creare spazi utili ad allargare il gioco per l'inserimento dei centrocampisti.
Aguirre ha a disposizione una rosa di altissimo livello, a lui il compito di confermare il Giappone come nazionale più forte d'Asia.

Giordania
Dimenticata la brutta sconfitta nello spareggio mondiale contro l'Uruguay, la Giordania si tuffa nella Coppa d'Asia, competizione che mai l'ha vista protagonista nelle tre precedenti partecipazioni.
Si riparte da Ray Wilkins, ex centrocampista tra le altre anche del Milan, che ha preso il posto di Ahmed Abdel-Qader, autore della cavalcata che ha portato i giordani al secondo posto del gruppo A. Wilkins finora non ha ottenuto neanche una vittoria nelle 5 amichevoli sinora disputate. 
Poca fatica nello sbarazzarsi di Singapore e Siria, i "Cavalieri" hanno mostrato buone individualità, su tutti l'attaccante Thaer Bawab autore di 3 gol e cresciuto calcisticamente nel Real Madrid.
Tra i pali le 106 presenze sono sufficienti perché Wilkins faccia affidamento su Amer Shafi, fresco campione di Giordania con l'Al-Wehdat.
Difesa rigorosamente a 4 con due esterni molto accorti tra cui si segnala il terzino destro Oday Zahran unico ad aver disputato tutte le amichevoli programmate da Wilkins.
In mezzo sono state provate varie soluzioni, ma come punto fermo dovrebbe esserci Anas Bani Yassen, altro punto fermo della nazionale con cui ha già messo insieme 74 presenze all'età di 26 anni.
Nei vari esperimenti di Wilkins il centrocampo è sempre rimasto a 4 sia con l'utilizzo del rombo che con gli uomini in linea o addirittura con i 3 trequartisti in caso la situazione lo richieda. Punto fermo sembra essere Khalil Bani Attiah, 23 anni ma con già un'ottima esperienza internazionale. Classica mezzala destra sa disimpegnarsi anche come rifinitore .
Davanti il titolare fisso sarà Ahmad Hayel, uno che ha cominciato tardi a segnare per la nazionale ma che negli ultimi tempi ha saputo conquistarsi posto e fascia da capitano.
Al suo fianco oltre al già citato Bawab, Wilkins avrà a disposizione 3 alternative che rispondono ai nomi di Abdallah Deeb, Hamza Al-Dardour ed alla novità (solo per numero di presenze) Yousef Al-Rawashdeh. Contando l'importanza della manifestazione, il tecnico inglese potrebbe propendere per la maggiore esperienza di Deeb.

Iraq
Sempre complicata la situazione nel paese mediorentale, dove guerra e morte la fanno da padroni e dove quella notte del 29 luglio 2007, dove l'Iraq vinse la sua unica Coppa d'Asia, sembra lontana anni luce.
Qualificazione ottenuta all'ultima giornata dove è stata strapazzata la Cina, l'Iraq riparte ancora una volta da Younis Mahmoud, autore del gol che valse la Coppa nel 2007 ed autore della doppietta stronca-Cina.
La buona campagna al Mondiale under-20 di due anni fa ha regalato ai "Leoni di Mesopotamia" qualche giovane interessante, tra cui Ali Adnan, terzino sinistro di gran corsa e dal fisico prorompente attualmente in forza ai turchi del Rizespor, dopo una parentesi nell'esercito per difendere il proprio paese dall'ISIS.
In difesa comanderà Salif Shaker, esperto centrale e bicampione in patria tra le fila dell'Al-Shorta.
Saif Salman e Humam Tariq sono altri due giovani che torneranno sicuramente utili in mezzo al campo. Il primo per rompere le trame avversarie, mentre il secondo è un guizzante fantasista dal piede fatato, per di più dotato di un'intelligenza tattica che pochi 18enni hanno.
Starà al tecnico Hakeem Al Azzawi impiegarli nel contesto adatto e farne due futuri punti fermi.
In caso sia necessaria la presenza di due punte, saranno Alaa Abdul-Zahra e Hammadi Ahmad a giocarsi un posto da titolare.

Palestina
E' la vera rivelazione della manifestazione a cui vi prenderà parte per la prima volta forte della vittoria della AFC Challenge Cup 2014 che assegna appunto un posto per la Coppa d'Asia.
Inevitabile che sia la cenerentola del torneo, anche se il movimento del calcio palestinese è in esponenziale crescita da qualche tempo dove si gioca regolarmente (più o meno) il locale campionato.
In porta tutta l'esperienza di Ramzi Saleh che all'età di 34 anni può finalmente partecipare ad una rassegna di alto livello. La linea di difesa è pressoché disposta con 3 marcatori tra cui si segnalano Haytham Theeb e Raed Fares, entrambi in forza all'Hilal Al-Quds; ma occhio anche a Javier Cohene, paraguayano di nascita e con esperienze in Portogallo e Serbia.
In un centrocampo che mischia forza e fantasia si segnala il vero artefice della cavalcata che ha portato la Palestina alla conquista della Challenge Cup: Ashraf Nu'man, trequartista di natura ma impiegato anche come attaccante; è tuttora il massimo goleador palestinese.
Anche Abdelhamid Abuhabib, impiegato col contagocce, si erge a possibile talento forte della sua fantasia che ne fa un prezioso centrocampista di qualità. Starà poi a Khader Yousef garantire alla difesa copertura e fiato per recuperare palloni, aiutato dall'esperienza svedese di Imad Zatara che milita da 3 stagioni nell'Atvidabergs.
In avanti vengono impiegate solitamente 3 punte: Rami Al Masalma, Hilal Musa e Murad Said sono i tre titolari anche se la buona vena di Nu'man potrebbe inevitabilmente relegare uno dei tre in panchina.
Ci sarà poco da perdere per i "Cavalieri" e sarà di sicuro un'importante vetrina per alcuni possibili talenti; mentre per il popolo palestinese sarà un momento storico, da vivere in un'atmosfera davvero surreale.

Nella speranza che questa manifestazione regali spettacolo, riusciremo anche a capire se il continente avrà raggiunto un livello tale per poter insidiare le nazionali più blasonate nei futuri confronti mondiali.
Da parte nostra non resta che augurarvi una buona Coppa d'Asia certi di avervi fornito una panomarica dei possibili protagonisti.


Giovanni Fasani e Matteo Maggio

venerdì 19 dicembre 2014

LA CORONA CAMBOGIANA

Quando pensiamo alla Cambogia (lo so, molto raramente nella vita), lo facciamo ricordando la sanguinosa dittatura degli anni 70 che spezzò le vite di moltissimi innocenti e diede al paese un significativo cambio epocale.
Fino a quel momento il paese viveva in una situazione molto tranquilla; l'economia, seppur per la maggior parte dipendente dalle coltivazioni, era stabile ed a tutto ciò anche il calcio viveva i momenti migliori del piccolo stato asiatico.
Gli anni 50 e 60 sono stati i migliori in Cambogia anche se non vi era una lega professionista, lo sport era molto popolare a discapito dei risultati che mai arrivavano (il miglior piazzamento è il 4° posto alla Coppa d'Asia del 1972).
Dopo vari di anni in cui la popolazione ha dovuto ricostruire le macerie della dittatura, nel 2000 la federazione ha dato vita alla nuova Premier League, una svolta epocale per il calcio locale.
Molti impresari hanno investito nella nuova competizione, non da meno la rete di telecomunicazioni Samart che ha fondato, nel 2002, il Samart United, meglio conosciuto oggi con il nome di Phnom Penh Crown.



I risultati del Samart sono stati sin da subito abbastanza gloriosi. Guidati dall'allenatore-giocatore Hok Sochetra, celebre attaccante in patria, hanno conquistato subito il titolo al primo anno e partecipando poi all'Asean Club Championship, una sorta di torneo riservato alle squadre di minor ranking del continente asiatico. Disputatosi solo due volte, è andato in archivio nel 2005.
Dopo un paio di anni in cui sono mancati sponsor ed investimenti (la Samart si è tirata indietro) arriva il primo cambio di nome, viene mantenuta la parola United ma Samart si trasforma in un semplicissimo Hello.
Il cambio di nome non ha però portato fortuna alla squadra biancorossa, arrivata seconda in campionato ma comunque sicura di partecipare alla successiva AFC President's Cup, vetrina molto importante soprattutto per le squadre meno abituate a stare a grandi livelli.
Guidati dal suo bomber Hok Sochivorn, fratello dell'allenatore-giocatore, sono stati eliminati al primo girone, conquistando tuttavia una bella vittoria per 2-1 contro il WAPDA, squadra pakistana.


Nella stagione 2006 la squadra ha ottenuto un altro secondo posto causa un'altra finale persa contro il Khemara davanti a 10.000 spettatori che gremivano gli spalti dello stadio nazionale.
Il cambio di nome non porta benissimo alla squadra della capitale che all'inizio del campionato aveva svoltato nuovamente con il nome di Phnom Penh United, più adatto alle origini geografiche della squadra ma che ancora una volta non ha dato i frutti sperati.
Il 2007 è segnato dal quarto cambio, scompare la parola United per far spazio ad Empire, dando l'impressione di essere sempre più la squadra del potere; e come per le annate precedenti, il cambio non è efficace, tanto che la squadra fa peggio arrivando terza in campionato.
Il 2008 è un anno tranquillo, si rimane con lo stesso precedente nome e guarda caso la squadra mete in bacheca il secondo titolo nazionale e la sua prima Hun Sen Cup (la coppa nazionale). IL campionato è stato dominato sin da subito e terminato con 6 punti di vantaggio, mentre la coppa è stata un pò più sofferta grazie all'1-0 con cui i coronati si sono sbarazzati del Preakh Khan Reach.


Il 2009 è l'anno del definitivo Phnom Penh Crown ma tanto per cambiare la squadra non riesce ad imporsi in campionato e viene anche eliminata nella AFC President's Cup nonostante una bella vittoria 3-1 sui bhutanesi dello Yeedzin. Arriva però la seconda vittoria consecutiva nella coppa nazionale dando il via a quella che sarà una squadra quasi imbattibile in patria.
Nel frattempo la massima divisione cambogiana viene sponsorizzata dalla Metfone, la compagnia telefonica locale e la finale è uno spettacolo sensazionale. Il Phnom Penh Crown riesce ad imporsi 4-3 sconfiggendo ancora una volta il Preakh Khan Reach; il titolo del 2010 è forse quello meno atteso, dato che la squadra aveva concluso la stagione regolare con un deludente quarto posto.
Il 2011 è sicuramente l'anno di maggior successo della società biancorossa che dopo aver conquistato il suo quarto titolo nazionale, ha ancora una volta la possibilità di partecipare alla President's Cup.
Ed a differenza delle volte precedenti la cavalcata è di quelle importanti: chiuso il primo girone al secondo posto, il Phnom Penh vince, davanti a Neftchi Kochkor e Yadanarbon, la seconda fase, accedendo alla finale da disputarsi contro Taiwan Power Company, formazione di Taipei Cinese.
Dopo una finale bellissima giocata in maniera meraviglisa da entrambe le squadre, saranno i cinesi a portare a casa la coppa, rendendo però gli onori delle armi ad una squadra mai così in alto nella propria storia.
Artefice di questa impresa è David Booth, tecnico inglese che ha girato in lungo e largo l'Indocina e con qualche esperienza nelle serie minori britanniche.


Nel 2013 è un altro tecnico europeo, lo svizzero Sam Schweingruber, ad assumere la guida della squadra. Nel primo anno non arriva nessun trofeo, ma nel 2014 arriva il quinto titolo in 12 anni di vita, regalando ai biancorossi il primato in patria.
Ora però ci sarà da conquistare qualcosa di più grande, quella AFC President's Cup sfuggita di mano qualche anno prima.


Matteo Maggio

martedì 16 dicembre 2014

CHA BUM-KUN

Quando noi tifosi italiani sentiamo la parola “Corea” ci vengono alla mente ricordi davvero poco piacevoli, con particolare riferimento alle sconfitte patite dalla nostra nazionale con entrambe le rappresentative che portano tale nome.
Nel 1966 la Corea del Nord grazie ad un gol di Pak Doo-Ik mette fine all’avventura italiana al Mondiale inglese, causando una raffica di insulti e lancio di ortaggi al rientro della rappresentativa in Italia.
Nel 2002 è la Corea del Sud ad estromettere la squadra di Trapattoni dal Campionato del Mondo, anche grazie al pessimo arbitraggio di Byron Moreno.
Nonostante queste cocenti delusioni, nell’immaginario collettivo italiano i giocatori coreani restano dei mediocri, non sviluppando quel principio per il quale i giocatori bravi possono nascere e cresce ovunque.
A fronte di questa retrograda mentalità abbiamo etichettato più di un giocatore come “bidone” o “brocco” solo per la sua provenienza, salvo ricrederci una volta pervenuto il responso del campo.
Tale processo è ovviamente applicabile anche agli atleti della Corea del Sud, storicamente superiori alla omonima formazione del Nord.
Nel corso degli anni le “Tigri Asiatiche” sono riuscite a produrre interpreti di ottimo livello, alcuni dei quali si sono anche imposti nel palcoscenico europeo, riferimento massimo per poter stabilire il valore di un calciatore.
Nel 1978 sbarca in Europa un attaccante proveniente da Hwaseong che in poco tempo vince le inevitabili diffidenze, costruendosi una carriera ricca di gol. 
Cha Bum- Kun vive la sua intera esperienza nel vecchio continente in Germania, dove mantiene una media realizzativa notevole e riesce a vincere per 2 volte la Coppa Uefa.


In patria si mette in mostra con il Korean Air Force, segnalandosi per doti che difficilmente da quelli parti sono soliti vedere. In virtù di tale talento viene convocato a soli 19 anni in nazionale, guadagnandosi quella visibilità che gli permette di finire sui taccuini degli osservatori di molte squadre.
Come anticipato, la svolta per lui arriva alla fine degli anni '70, quando viene acquistato dal Darmstadt, squadra allora militante nella massima serie tedesca.
L'avventura nella città dell'Assia dura una sola stagione, per giunta conclusa con una sola presenza. Nonostante un palpabile scettiscismo, nel 1979 arriva la chiamata dell'Eintracht Francoforte, che ne intuisce le qualità ed è pronto a scommettere sulla sua imminente esplosione.


Quello che sorprende di Cha Bum-Kun è la grande velocità di base, specialmente quando riesce a distenderla in campo aperto, caratteristica che lo rende quasi imprendibile.
Si dimostra da subito un attaccante completo, anche in area di rigore, grazie a movenze rapide e ad un senso del gol molto sviluppato.
Difficile trovare un punto debole in un centravanti che calcia bene con entrambi i piedi (il preferito è il destro) e che sopperisce ad un fisico slanciato ma non potente grazie ad un'innata capacità di smarcamento ed a guizzi che mettono in crisi anche il più smaliziato difensore.
L'allenatore Rausch è certo di aver fatto un affare, considerato che a 26 anni il giocatore coreano è pronto per il definitivo salto di qualità.
Il rischio è comunque alto, tenuto conto che il limite di stranieri tessarabili è limitato a due e che uno dei suddetti posti è gia occupato dal brillante difensore austriaco Bruno Pezzey.
L'intuizione dei dirigenti dell'Eintracht si dimostra subito vincente in tutti i sensi, tanto che il centravanti coreano realizza 12 reti in 31 apparizioni in campionato e partecipa alla storica vittoria della Coppa Uefa 1979/1980.
La doppia finale è tutta tedesca, dato che l'avversario è il Borussia Monchengladbach. il successo viene ottenuto nel match di ritorno, quando l'Eintracht ribalta il 3-2 dell'andata e si aggiudica il trofeo.
Il successo è il massimo riconoscimento ottenuto dalle "Aquile " ed è ottenuto grazie ad un'ottima prova di squadra ed alle reti del cannoniere Bernd Nickel.
L'esperienza sul fiume Meno dura per altre tre stagioni, dove si conferma attaccante prolifico, segnando altre 34 reti in Bundesliga, con apice nella stagione 1982/1983 (15 realizzazioni).
Nel suddetto periodo incrementa anche il suo palmares, grazie alla vittoria nella Coppa di Germania 1981. In finale la squadra di Buchmann sconfigge il Kaiserslautern per 3-1.
Nel 1983, anno nel quale compie trent'anni, accetta l'offerta del Bayer Leverkusen, ancora pronto ad investire sulle doti del centravanti coreano.


Le "Aspirine" vengono da stagioni terminate nella seconda parte della classifica, per poco non culminate in una clamorosa retrocessione. Lo scopo del club è quello di risalire la china in Bundesliga ed affacciarsi al contesto europeo.
L'apporto di Cha Bum-Kun è da subito molto positivo; continua a segnare con la consueta frequenza ed arriva anche a stabilire il suo primato personale di realizzazione. Nella stagione 1985/1986, infatti, segna 17 gol in 34 presenze di Bundesliga.
Complessivamente segna 39 reti nelle prime tre annate, dando un notevole contributo alla qualificazione alla Coppa Uefa nel 1986.
A partire dal suddetto anno le prestazione del coreano sembrano calare sensibilmente: pur giocando con continuità non riesce a ripetersi in termini di gol, terminando le successive due stagioni con 6 gol ciascuna.
La stagione 1987/1988 è però storica per i tifosi di Leverkusen, perché è quella nella quale viene vinto l'unico titolo europeo nella storia del club: la Coppa Uefa.
La squadra di Ribbeck si rende protagonista di un grande torneo, dove elimina compagini come Tolosa, Feyenoord, Barcellona e Werder Brema, prima dell'atto finale contro l'Espanyol.
Il Bayer Leverkusen è trascinato da giocatori come Christian Schreier, Falko Gotz, Ralf Falkenmayer, il portiere Vollborn e da una difesa granitica. In rosa troviamo anche due future conoscenze del calcio italiano, il brasiliano Tita (Pescara) ed Herbert Wass (Bologna).
Cha Bum- Kun va a segno una sola volta, nei trentaduesimi di finale contro l'Austria Vienna, prima della pirotecnica doppia finale.
A Barcellona il match termina 3-0 per gli spagnoli, lasciando, sulla carta, poche possibilià alla compagine tedesca.
Nel ritorno all'Ulrich Haberland Stadion succede l'impensabile, con Il Bayer che impatta il risultato, portando la sfida ai calci di rigore. La terza rete viene segnata all'81° proprio dal centravanti coreano, che precede il trionfo tedesco dopo i tiri dagli 11 metri.


La stagione successiva è l'ultima per la punta asiatica, che chiude con il calcio giocato a 36 anni, per intraprendere la carriera di allenatore.
Se i numeri al livello di club sono notevoli, ancora di più lo sono se consideriamo il suo bilancio con la nazionale: dal 1972 al 1986 disputa 121 partite realizzando 55 reti, affermandosi come miglior realizzatore di tutti i tempi con la maglia della Corea del Sud.
La squadra asiatica fatica ancora ad imporsi a livello mondiale, ma nel proprio continente ottiene ottimi risultati, come i Giochi asiatici del 1978 (titolo diviso con la Corea del Nord) e ben 4 Merdeka Cup (torneo creato per celebrare l'indipendenza della Malaysia).
A tali successi Cha-Bum-Kun partecipa come stella assoluta, che avrebbe la possibilità di brillare al massimo nel 1986, quando la nazionale allenata da Jun Nam Kin ha la possibilità di disputare il suo primo Mondiale.
La rappresentativa coreana viene eliminata al primo turno, ma desta un'ottima impressione, perdendo con onore contro Argentina ed Italia e strappando un punto alla Bulgaria.
Per Cha Bum-Kun non arrivano reti, ma resta il grande onore di aver portato la sua nazione a tale storico traguardo.
Sicuramente non saremo di fronte ad un fenomeno, ma ad un ottimo giocatore, abile ad imporsi in contesti molto duri, portando con fierezza la bandiera della sua nazione, contribuendo in campo e fuori alla grande evoluzione del calcio coreano.


In assoluto è uno dei migliori calciatori asiatici di sempre ed in Germania è ricordato come una centravanti completo e concreto nei pressi della porta.
Negli anni '80, con la limitazione del numero degli stranieri, riuscire a fare la differenza è davvero una cosa notevole. Alla faccia del paese di provenienza....



Giovanni Fasani

venerdì 12 dicembre 2014

UN POLACCO SULL'EGEO

Vi ricordate quando in qualche articolo fa parlammo di Ally McCoist, l'attaccante scozzese divenuto vero e proprio simbolo in patria, nella sua Glasgow? Bene; raccontavamo di quanto sia difficile essere profeti in patria, in tanti non ci sono riusciti altri, come McCoist, lo hanno fatto in maniera perfetta.
Al contrario è forse più semplice essere profeti nella patria di altri. Gli esempi sono innumerevoli, ma non sempre ci si ricorda di tutti.
Personalmente, quando iniziai a seguire il calcio, rimasi stupito da qualche calciatore in particolare; ce n'era uno che però purtroppo non riuscivo a seguire come volevo, giocava in uno stato dove il calcio non è molto seguito, cosicché mi dovetti basare su sporadici filmati (davvero si contavano sulla punta delle dita) e sulle sapienti pagine del calcio estero del Guerin Sportivo. Quel giocatore risponde al nome di Krzysztof Warzycha, prolificissimo attaccante polacco classe 1964.



Cresce calcisticamente nel Ruch Chorzow dove in 7 stagioni, tra giovanili e prima squadra, realizza circa 70 gol, guadagnandosi nel 1990 la chiamata del Panathinaikos di cui diventerà indissolubile bandiera per 15 anni.
L'operazione della squadra greca è tutt'altro che casuale. Warzycha, nel 1989, vince il campionato polacco diventandone anche il capocannoniere grazie ai suoi 24 gol in 30 partite, più o meno la metà di tutti quelli realizzati dalla squadra biancoazzurra.
Chi pensa che lo stacco tra Polonia e Grecia (due stati l'uno l'opposto dell'altro per politica e clima) sia un ostacolo per il 26enne polacco si sbaglia di grosso.
Ci sono da smentire anche tantissimi addetti ai lavori polacchi, i quali credevano che il campionato greco era di gran lunga inferiore a quello polacco e dove Warzycha non si sarebbe adattato al nuovo contesto.
Nel suo primo anno con la maglia verde spedisce nelle porte avversarie 14 palloni, conquistando da subito il campionato ed entrando nei cuori dei propri tifosi in maniera quasi folgorante; per tutti diventerà Christof Wazecha.
La conquista del titolo viene accolta con grande gioia dai sostenitori della capitale che non vedevano la propria squadra trionfare da 3 anni.
Ben presto in città, sponda color verde ovviamente, ci si accorge che l'acquisto di Warzycha può regalare qualcosa di più che il titolo locale, vinto 20 volte a discapito di un dominio devastante dei cugini dell'Olympiakos.



Il video che avete appena visto è semplicemente una piccola parte di ciò che ha fatto il polacco nella sua avventura greca. Pur non avendo un fisico prestante (è alto 178 cm) ha delle movenze da "numero 10" ed un piede preciso e potente da "numero 9", il che può regalare più di una variante tattica ai suoi allenatori.
In alcune giornate si ha l'impressione che Warzycha possa tranquillamente giocare e vincere da solo le partite; i momenti di vuoto sono davvero pochi per il terrore delle difese avversarie, spesso in affanno quando si ritrovano davanti il fenomeno polacco.
Ciò che manca è la vittoria della classifica marcatori, ma giocando in un campionato dove Saravakos (suo compagno di squadra) e Dimitriadis (AEK Atene) vanno in gol con la stessa facilità non è per niente facile. Il primo titolo di capocannoniere arriva nella stagione 1993/1994 quando realizza 24 gol non riuscendo però a contribuire alla vittoria del titolo.
Se ci soffermassimo un attimo sulle statistiche ci accorgeremmo della costanza con cui va a segno il bomber polacco. Nella stagione precedente a quella di capocannoniere realizza ben 32 gol ed in quello successivo 29 che gli valgono il secondo titolo personale consecutivo.
Il campionato 1994/1995 è praticamente stradominato dal Pana che sbaraglia la concorrenza terminando il cammino con ben 16 punti di vantaggio sui cugini biancorossi a cui rifila questo gol.



I verdi di Atene non hanno mai avuto fortuna nelle Coppe Europee, complice un livello non eccelso del calcio greco ed una netta superiorità delle compagini continentali più forti.
Ma la Coppa Campioni 1995/1996 segna in qualche modo un momento storico, nonostante il Pana non riesca a trionfare.
Dopo aver faticato nello sbarazzarsi dell'Hajduk Spalato nel turno preliminare, gli uomini allenati da Juan Ramon Rocha vincono il girone A lasciandosi alle spalle Nantes, Porto ed Aalborg. Ad onor del vero il Pana aveva giocato la prima partita del girone contro la Dinamo Kiev perdendo 1-0, ma a seguito della squalifica degli ucraini era stato ripescato l'Aalborg che riuscì ad imporsi 2-1 (di Warzycha l'inutile gol greco).
Al termine del girone Krzysztof realizza solamente 3 reti, ma è nella seconda fase che si scatena dapprima rifilando 2 gol al Legia Varsavia nei quarti e poi realizzando uno storico gol allo stadio De Meer nella semifinale contro l'Ajax. Quello di Warzycha sarà infatti l'ultimo gol segnato nel vecchio stadio dei lanceri, per di più interrompendo un'imbattibilità casalinga degli olandesi che durava da 4 anni.



Purtroppo non sarà sufficiente a spedire in finale il Pana che soccomberà al ritorno sotto una prova perfetta dell'Ajax, bravo ad imporsi per 3-0 allo Spyros Louis.
Mentre in patria continuano a fioccare i gol, Warzycha rimane vittima di un incidente stradale dal quale ne esce incredibilmente illeso e neanche la paura scalfisce la voglia di gol dell'attaccante polacco che a cavallo dei due campionati (1997 e 1998) insacca una cinquantina di gol che però non porteranno alcun trofeo nella bacheca del Pana.
Rimarrà ad Atene fino alla stagione 2004 alla veneranda età di 40 anni. E' tutt'ora il maggior cannoniere della storia del trifoglio avendo realizzato 244 gol in 390 partite; meno prolifica l'avventura nella nazionale polacca dove racimola appena 9 gol in 50 partite.
Non sarà stato profeta in patria, ma se chiedete a qualche tifoso del Pana chi è stato uno dei giocatori più forti di tutti i tempi, state pur certi che Wazecha troverà sicuramente posto.


Matteo Maggio

martedì 9 dicembre 2014

LA COPPA INTERNAZIONALE

Come tutti sappiamo la prima edizione del Campionato del Mondo è datata 1930, per iniziativa di Jules Rimet, abile per la prima volta a creare un numero sufficiente di partecipanti per organizzare una rassegna globale.
A livello europeo risulta decisivo l'operato di Henry Delaunay, il quale nel 1960 si fa promotore del primo campionato europeo per nazioni.
Considerando le due date indicate, sorge spontaneo chiedersi come mail l'UEFA abbia atteso trent'anni per organizzare una rassegna continentale, soprattutto alla luce del successo avuto dalla Coppa del Mondo.
In realtà in Europa già dal 1927 si gioca un torneo di tale tenore, ristretto ad un limitato numero di partecipanti, ma dal livello tecnico altissimo.
Grazie ad un'idea del commissario tecnico austriaco Hugo Meisl, nel suddetto anno inizia la prima edizione della Coppa Internazionale, che fino al 1960 rappresenta la massima competizione europea per nazioni.

Tale competizione prevede la partecipazione di solo 5 squadre: Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Svizzera.
Queste ultime devpnp affrontarsi in un girone all'italiana con partite di andata e ritorno, dove vengono assegnati due punti per la vittoria ed uno per il pareggio.
Curiosamente il calendario non è fissato rigidamente in termini di date ed era lasciato alla discrezione delle varie federazioni quando giocare i relativi match.
Con questa disorganizzazione,era quindi possibile sapere quando la Coppa sarebbe iniziata, ma non quando si sarebbe conclusa.
A conferma di tutto questo arriva la prima edizione, inaugurata il 18 settembre 1927 e conclusa addirittura nel maggio del 1930.
Ad aggiudicarsela è stata proprio l'Italia di Vittorio Pozzo, abile a precedere l'Austria e la Cecoslovacchia di un solo punto e a fare suo l'ambito trofeo, totalmente realizzato in cristallo di Boemia.
La squadra azzura viene trascinata da Julio Libonatti e Gino Rossetti, che al termine  risultano i migliori marcatori della rassegna con 6 reti ciascuno.





La leggenda narra che il trofeo si ruppe durante la cerimonia di premiazione e che da quel giorno Vittorio Pozzo ne abbia sempre portato con se un frammento come portafortuna.
Nel 1931 viene pianificata la seconda edizione, stavolta in modo davvero impeccabile, tanto da conludersi nell'ottobre dell'anno successivo.
Questa volta a portare a casa il trofeo è la fortissima Austria, che grazie al famigerato "Wunderteam" mette in mostra un livello calcistico di grande livello.
La squadra di Meisl ha la meglio sull'Italia solo all'ultima giornata, grazie alla sconfitta della squadra di Pozzo in Cecoslovacchia, anticipata, cinque giorni prima, dalla vittoria austriaca contro la Svizzera.
Nonostante il miglioramento in termini di durata del torneo, il concetto di contemporaneità delle ultime gare era ben lungi a venire.
Ottima anche la prestazione dell'Ungheria, arrivata a soli tre punti dalla squadra campione, grazie anche alla reti del capocannoniere Isvan Avar.
Nel 1933, sulla spinta del grande successo della manifestazione, viene organizzato il terzo capitolo dello stesso, vinto nuovamente dalla compagine italiana.
Anche in questo caso la vittoria arriva dopo un testa a testa con l'Austria, concluso con 2 punti di vantaggio per la rappresentativa azzurra.
Curiosamente le due squadre vincono lo scontro diretto in trasferta: nel 1934 la squadra austriaca vince a Milano per 2-4, mentre un anno più tardi una doppietta di Silvio Piola vale il successo a Vienna.
Da segnalare come ancora l'Ungheria giochi un ottimo torneo, terminato con gli stessi punti dell'Austria.
Ancora un volta la disposizione temporale delle partite lascia a desiderare: la squadra di Meisl termina il proprio torneo il 6 ottobre 1935, quando l'Italia aveva ancora due partite da disputare, una delle quali potenzialmente decisiva contro l'Ungheria, staccata di soli due punti. Tale match termina in pareggio, non cambiando la classifica finale.
Nonostante i soli tre punti conquistati e l'ultimo posto in classifica, la Svizzera annovera tra le sue file il miglior realizzatore della manifestazione, Leopold Kielholz, noto anche per indossare gli occhiali durante le partite.



Il titolo di capocannoniere è in coabitazione con l'ungherese Sarosi, anch'egli autore di 7 gol.
Nel 1936 il trofeo viene messo in palio per la quarta volta, ma dopo le prime partite il torneo viene sospeso e definitivamente annullato a causa dell'imminente conflitto bellico. 
Prima del forzato stop è l'Ungheria ad essere in testa alla classifica, letteralmente spronata da un fenomenale Gyorgy Sarosi.
L'annessione dell'Austria alla Germania nel 1938 mette fine di fatto ad ogni presupposto per la continuazione e gli imminenti orrori causati della guerra fanno il resto.
Nel 1948 la voglia di calcio in Europa è tanta ed il torneo viene riproposto con la medesima formula, ma stavolta ad imporsi è la grande Ungheria, nella quale Ferenc Puskas incanta, laureandosi anche capocannoniere con 10 reti.
La squdra magiara desta meraviglia per la qualità del gioco e, nonostante le due sconfitte patite, mette a segno 27 reti complessive, determinate anche da un ispiratissimo Ferenc Deak.


Causa il retaggio del conflitto mondiale e le prime schermaglie della Guerra Fredda è risultato difficile poter organizzare tutte le partite, tanto che la competizione è durata ben 5 anni, fino al 1953.
Per l'Italia, privata dei mgliori talenti a causa della tragedia di Superga, arriv un deludente quarto posto, con la parziale soddisfazione di un ottimo pareggio a Budapest per 1-1.
Nonostante le palesi difficoltà organizzative, la ressegna ha un ulteriore capitolo, iniziato nel 1955 e concluso nel gennaio 1960, appena prima della prima edizione del Campionato Europeo. Tale notevole durata è dovuta anche all'annessione di una nuova partecipante, la Jugoslavia.
Nei 5 anni di durata si assiste al dominio di Ungheria e Cecoslovacchia, con quest'ultima che ha la meglio alla fine per un solo punto, confermando il livello calcistico in netto miglioramento e talenti di grandissimo livello, come Anton Moravcik.


Per la rappresentativa magiara è stata una grossa delusione, in quanto non sono bastati i 34 gol realizzati e le brillanti prestazioni di Puskas, Czibor, Kocsis e Lajos Tichy. Quest'ultimo viene premiato miglior marcatore al pari del cecoslovacco Jiri Feureisl.


Per l'Italia arriva un deludente penultimo posto, a riprova di un periodo di involuzione tecnica che si risolverà solo dopo qualche anno.
Con questa rapida sintesi delle sei edizioni della Coppa Internazionale abbiamo voluto ricordare un torneo sicuramente dimenticato e mai inserito nei vari palmares, ma che, ai tempi, è stato un grande obiettivo per le nazionali del centroEuropa.
E a giudicare dai campioni precedentemente indicati, il livello medio era davvero degno delle massime competizioni calcistiche attualmente ancora disputate.


Giovanni Fasani

venerdì 5 dicembre 2014

MEZZOGIORNO ROVENTE A GUADALAJARA

Alla domanda: "Cosa ricordi del Mondiale del 1986?", la maggior parte di noi risponderebbe con la più semplice delle frasi: "I gol di Maradona all'Inghilterra". Il che è legittimo, tutti abbiamo ben presente le prodezze (e non solo) del Pibe de Oro alla rassegna messicana.
Tuttavia tale torneo ha offerto numerosi spunti di discussione e di colore popolare; come non citare l'impresa del Canada che a momenti strappa un punto alla ben più quotata Francia? Oppure la vittoria del Marocco nel Girone F? O ancora la bolsa prestazione dell'Italia dopo la scorpacciata del 1982? Insomma, tutti argomenti che magari in futuro tratteremo.
Ed a proposito di Italia, la squadra allenata da Bearzot dovette abbandonare il torneo negli ottavi di finale per mano dei gol di Platini e Stopyra.
Quella Francia arrivò poi a misurarsi contro il Brasile allenato da Telé Santana, una squadra fortissima che fino a quel momento aveva realizzato 9 reti senza subirne alcuna. I verdeoro potevano contare ancora sulla tecnica di Socrates e Zico, nonché sul carisma di Falcao e Junior.
La Francia, trascinata da Platini, aveva nella sua rosa la freschezza in attacco di Stopyra e Papin e l'esperienza di giocatori del calibro di Giresse e Tigana.
A differenza del Brasile, i transalpini arrivarono secondi nel girone, a pari punti con l'URSS ma con una peggior differenza reti.
La sfida del 21 giugno è forse il quarto di finale più accattivante (al netto dei successivi gol di Maradona) che mette di fronte due sicure pretendenti al titolo nello stadio Jalisco di Guadalajara.


Abbastanza a sorpresa Santana tiene in panchina Zico, facendolo subentrare solo a 20 minuti dal termine dei tempi regolamentarii, mentre Henri Michel manda in campo la formazione tipo che ha ben figurato nelle precedenti gare.
Nonostante l'orario (mezzogiorno), un caldo da far invidia ai migliori forni di Murano e l'altissima posta in palio, la partita è subito frizzante con il Brasile che coglie due legni con Muller e con un Bats che deve compiere più di un miracolo per tenere in piedi i frastornati transalpini.
La pressione verdoro culmina al minuto 15 quando Muller, con un bello spunto, serve a Junior un pallone che il centrocampista del Torino recapita a Careca che trafigge Bats con un preciso e potente destro.



E' un duro colpo per i francesi che per alcuni minuti rimangono senza forze tra il cocente caldo e lo strapotere brasiliano che però con l'andare dei minuti si fa sempre meno roboante.
E sul finire del primo tempo la Francia perviene al pareggio grazie al suo uomo di punta, Michel Platini, che sfrutta al meglio un pallone crossato da Rocheteau per gonfiare la porta di Carlos.
Per tutto il primo tempo la partita è stata vibrante e piena di occasioni, prevalentemente brasiliane, dando conferma della enorme qualità in campo coadiuvata da una forza fisica notevole per resistere a certe temperature.
Con l'andare della partita, però, le forze fisiche iniziamo a mancare. Il centrocampo francese riesce ad arginare le sfuriate brasiliane, in primis con Bossis che soffoca (è proprio il caso di dirlo) Careca.
Che le cose in campo si stiano assopendo se ne accorge anche Telé Santana che a 20 minuti dal termine manda in campo Zico per Muller (in calo rispetto alla prima mezz'ora) nel tentativo di spezzare l'equilibrio in campo; per almeno 10-15 minuti il fantasista ex Udinese ha continuato a cercare lo sguardo del proprio CT, speranzoso di poter partecipare alla bellissima contesa dello Jalisco.


E Zico il segno lo lascia subito: Dopo appena 2 minuti dal suo ingresso in campo il fantasista brasiliano pesca con un delizioso passaggio Branco che entra in area e viene steso da Bats.
Igna non ha dubbi e fischia il penalty per la gioia incontenibile dei brasiliani che festeggiano come avessero già vinto. Sul dischetto si presenta il Galinho che si fa però ipnotizzare da Bats calciando un rigore senza precisione né forza.
Alla fine della partita in tanti si domanderanno come mai non abbia tirato Socrates o Careca, autori entrambi di un rigore trasformato contro la Polonia nel precedente ottavo di finale; pare che Santana abbia optato per Zico all'ultimo momento memore del rigore trasformato contro il Perù nel Mondiale del 1978, realizzato proprio due minuti dopo l'ingresso del 10 brasiliano.


Questo episodio è l'ultimo dei tempi regolamentari e chi nei supplementari si aspetta una partita bloccata, si sbaglia di grosso.
Le occasioni sono ancora molte, ne ha una clamorosa il Brasile con Socrates che però manca il pallone sul cross di Careca abile a liberarsi nell'area avversaria.
A pochissimi minuti dal termine dei 120 minuti c'è il primo episodio contestato della partita: Platini pesca Bellone solo davanti a Carlos che dà una lieve spinta all'attaccante francese che non cade ma perde il tempo per concludere nella porta sguarnita; a termine di regolamento sarebbe fallo più cartellino rosso, ma il romeno Igna lascia proseguire tra le proteste dei transalpini.
So che molti tifosi francesi non sarebbero d'accordo sul fatto che questa sfida si debba decidere ai rigori, ma da appassionati esterni non possiamo che essere contenti che la contesa si risolva con la classica lotteria dei rigori.
Dopo il solito scioglimento di muscoli ed un principio di doccia rinfrescante per tutti si inizia.



La tensione è alta, la stanchezza è ai massimi livelli e la pressione psicologica è degna dello studio dei migliori esperti del settore.
Il primo a presentarsi sul dischetto è Socrates che calcia alla destra di Bats, abile nell'intercettare la traiettoria con un prodigioso balzo. Inizia bene la Francia che manda il 25enne Stopyra a tirare il primo rigore; il giovane attaccante spara un bolide sotto la traversa imprendibile per Carlos.
A differenza di ciò che accade ora, nel cerchio di centrocampo, brasiliani e francesi sono mischiati tutti insieme, quasi a voler condividere un momento di inenarrabile tensione.
Essere nei panni di Alemao non deve essere piacevole per nessuno; il centrocampista brasiliano sa che un suo errore potrebbe condannare anzitempo la Selecao. Bats intuisce ma Alemao è freddo e preciso, primo gol per il Brasile.
E' il turno di Amoros che batte un rigore praticamente uguale a quello di Alemao; altro gol per la Francia che va sul 3-2. Ai tifosi brasiliani dev'essere preso un misto di speranza e disperazione quando dagli undici metri si è presentato Zico, ma questa volta il Galinho spiazza Bats con un potente destro.
Il terzo tentativo per i francesi fa scoppiare un altro caso: sul dischetto arriva Bellone che calcia alla sinistra di Carlos, palla sul palo, poi sulla spalla del portiere e poi in rete. A termini di regolamento il gol sarebbe da annullare, le proteste brasiliane sono veementi ma Igna va per la sua strada e convalida il gol. Il Brasile presenterà ricorso, prontamente cestinato dalla FIFA.
Bats e l'arbitro Igna tentano di far innervosire Branco discutendo sulla corretta posizione del pallone e giocando non poco coi nervi del brasiliano che comunque non si scompone e trafigge il portiere transalpino col suo famoso sinistro.
Nel giorno del suo 31° compleanno Platini potrebbe regalarsi una doppia gioia, una l'ha già ottenuta segnando il gol del pareggio, la seconda gli viene negata da se stesso a causa del maldestro rigore calciato sopra la traversa.
A questo punto Julio Cesar ha tra i piedi la palla del pareggio ma il suo devastante destro si stampa contro il palo tra l'incredulità di alcuni tifosi brasiliani.
E si arriva al rigore decisivo, quello di Luis Fernandez centrocampista in forza al Paris St Germain e futuro allenatore dell'Athletic Bilbao tra le altre.
Quasi a volersi scrollare di dosso il pesante errore, Platini corre verso il compagno di squadra e lo implora di chiudere il mezzogiorno di fuoco.
Fernandez quasi si trascina sul dischetto, è sulle gambe e forse quel rigore neanche vuole tirarlo, ma dal canto suo sa che in caso di trasformazione resterà per sempre nella storia della Francia. Carlos da una parte, palla dall'altra. Può esplodere la gioia francese.


Va bene Maradona, va bene il gol decisivo di Burruchaga in finale... Ma un posto d'onore lo trova anche questa partita, di sicuro uno dei quarti di finale più entusiasmanti di tutti i tempi, giocato a viso aperto da due nazionali dall'enorme carisma e bagaglio tecnico.


Matteo Maggio