venerdì 30 gennaio 2015

POLITICALLY CORRECT

Calcio e politica, un binomio che ormai accompagna molto spesso le nostre giornate calcistiche. Non è certamente un mistero che ogni squadra abbia le proprie radici politiche; porto come esempio la mia città, Milano; Da una parte i Casciavit, ossia come venivano chiamati i tifosi del Milan da quelli dell'Inter, storicamente legati alla classe operaia e dell'altra i Bauscia, ossia come i tifosi del Milan chiamavano quelli dell'Inter che avevano radici più borghesi. Insomma, due termini molto simpatici che identificano (anche) politicamente una bellissima rivalità che dura da più di 100 anni.
Questo è per lo meno lo spirito con cui dovrebbero affrontarsi due rivali, cittadine e non; ma purtroppo col tempo abbiamo scoperto che non è così, per lo meno in molti casi.
Ciò che vogliamo riportare oggi alla memoria è una partita che per periodo storico e diversità di cultura, può essere definita come una delle sfide più politiche che il mondo del calcio abbia mai conosciuto.
Marsiglia, 5 dicembre 1997: tutto è pronto per il sorteggio dei gironi della 16° edizione del Campionato del Mondo. 4 le nazionali al debutto (Croazia, Giamaica, Giappone e Sudafrica) e tanta attesa per capire come saranno composti i gruppi con la nuova formula che per la prima volta vede presenti 32 squadre.
Le palline girano, vengono estratte e ad un certo momento ci si blocca. Unitamente a Germania e Jugoslavia, capitano nel Gruppo F Iran e Stati Uniti.


I conflitti che si svilupparono in Iran verso la fine degli anni 70 hanno messo a dura prova le relazioni internazionali delle due superpotenze che prima di allora mai si erano affrontate su un campo da calcio; a tal proposito il Presidente della Federazione statunitense commentò così dopo il sorteggio: "E' la madre di tutte le partite". Per la FIFA fu semplicemente un allarme rosso, una bega da evitare, ma tant'è, l'urna aveva emesso il suo verdetto.
Dopo alcuni mesi di seria preoccupazione e di riunioni per prendere adeguate misure di sicurezza in vista di possibili attentati terroristici, si arrivò al fatidico match; ad alimentare un pochino di tensione il fatto che entrambe le squadre si presentarono alla partita avendo perso il primo incontro (l'Iran venne sconfitto 1-0 dalla Jugoslavia, gli Stati Uniti 2-0 dalla Germania con secondo gol di Klinsmann, attuale CT degli americani); insomma, chi perde può già iniziare a fare le valigie.
Prima dell'inizio della gara, risultato tranquillo e senza nessuno scontro particolare, sorse un problema: secondo il regolamento FIFA la squadra sorteggiata con la lettera B (l'Iran in questo caso) doveva prendersi carico di andare lei incontro a stringere la mano alla squadra A (gli Stati Uniti), non un grosso problema per la maggior parte, un enorme problema per l'Ayatollah Ali Khamenei che non volle assolutamente che i "suoi" andassero a stringere la mano agli americani. Per quieto vivere e per buona pace dell'Ayatollah, la FIFA acconsentì che dovevano essere gli americani ad andare incontro agli iraniani.
A scongiurare che in campo si possano verificare scontri che vadano al di là dei semplici falli, i 22 giocatori decisero di farsi fotografare assieme prima del fischio d'inizio, regalando alla storia del calcio una delle più belle diapositive dell'intero panorama umano.


Ma veniamo al calcio giocato. Lione, 21 giugno 1998: da una parte l'Iran, ultima ed unica partecipazione prima di Francia 98 ad Argentina 78 dove realizzò 2 gol subendone 8, mostrando un calcio non all'altezza delle rivali. Arrivato in terra francese grazie allo spareggio thriller contro l'Australia, l'Iran ha in Ali Daei il suo faro in attacco e nello spogliatoio.
Dall'altra gli Stati Uniti, affacciatisi al calcio di livello già da qualche anno; e se la prima esperienza ad Italia 90 fu disastrosa, lo stesso non si può dire del Mondiale casalingo di 4 anni dopo dove passò il primo turno, salvo poi essere eliminata dal Brasile agli ottavi di finale per merito di un gol di Bebeto ad un quarto d'ora dalla fine; fu comunque un Mondiale stra-riuscito sia a livello organizzativo che a livello di squadra.
Negli Stati Uniti ci sono in campo Kasey Keller, portiere in forza al Leicester e Brian McBride che bene sta facendo in patria con i Columbus Crew. Il resto della rosa, a parte il difensore David Regis che gioca in Germania nel Karlsruhe, milita nella MLS, nata appena 5 anni prima e non ancora considerato torneo da palcoscenici di primo piano.
Stessa situazione per il tecnico iraniano Jalal Talebi che schiera tre elementi che militano in Germania: il già citato Ali Daei (FOTO), 149 presenze e 106 gol (record iraniano) col Team Melli, protagonista per altro di una stagione non fortunatissima al Bayern Monaco a fine millennio; suo compagno d'attacco quel giorno Khodad Azizi, in forza al Colonia con cui non ha mai brillato nelle tre stagioni passate in Renania. A centrocampo infine Karim Bagheri, uno dei primi registi moderni ed autentica bandiera del Persepolis con cui ha chiuso la carriera dopo le esperienze all'Arminia Bielefeld ed al Charlton.
Il resto è un gruppo molto unito che trova nel portiere Ahmadreza Abedzadeh e nel difensore Mohammad Kakhpour i suoi giocatori più esperti.


Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da una partita carica di tensione, le due squadre si affrontarono a viso aperto regalando al pubblico della Gerland un discreto spettacolo. Dopo pochi minuti gli iraniani reclamano per un netto fallo di Keller su Azizi ma l'arbitro svizzero Urs Meier non concede il rigore tra lo stupore della panchina mediorentale.
Gli Stati Uniti si fanno vedere subito con una traversa centrata dai McBride ed un palo colpito da Claudio Reyna, ma al 40' un perfetto cross di Javad Zarincheh pesca la testa di Hamid Estili che segna un gran gol e su cui Keller non può nulla.
Nella ripresa sono ancora gli Stati Uniti ad iniziare meglio e come una sorta di sfortuna divina è Regis a colpire il palo ad Abedzadeh fuori posizione; ma lo stesso Abedzadeh è protagonista qualche minuto più tardi quando esce a valanga su Milan Hejduk che aveva sparato a colpo sicuro da pochi passi, un miracolo che tiene in vita le speranze iraniane.
Con gli americani riversati in avanti alla ricerca del pareggio, è Ali Daei a lanciare in porta Mehdi Mahdavikia che dopo una corsa di 50 metri conclude alle spalle di Keller per il 2-0 a 6 minuti dalla fine. 3 minuti più tardi a nulla servirà il colpo di testa di McBride, se non a far passare qualche patema alla retroguardia guidata da Kakhpour.
Al fischio finale esplode la gioia del popolo iraniano; in campo sono numerosi i festeggiamenti e lo stesso avviene nei locali e nelle piazze principali del paese, con la gente che si riversa in strada per festeggiare il primo storico successo dell'Iran ad un Mondiale; un successo ottenuto sull'"arcinemico" statunitense che però non sarà sufficiente a qualificarsi per gli ottavi di finale.

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Si tende spesso ad associare il calcio alla violenza anche per episodi che non c'entrano nulla, ma che vengono comunque inseriti nel mondo del pallone solo perché i protagonisti professano una discutibile fede per una determinata squadra.
Con questo non voglio dire che il calcio non abbia le sue colpe, ma non tutte le violenze sono colpa del calcio quando esso è protagonista. Questo Iran-Stati Uniti è andato al di là della violenza, è riuscito, seppur per una sera, a tenere uniti due popoli, regalando uno spettacolo che rimarrà nella memoria di tutti gli sportivi.


Matteo Maggio

martedì 27 gennaio 2015

AH PERU'!

Consultando gli albi d'oro delle più importanti competizioni calcistiche è possibile imbattersi nella cosiddetta  "sorpresa", vale a dire quella squadra che mai avremmo pensato potesse vincere la competizione in oggetto.
L'elenco di tali outsiders sarebbe lunghissimo, a conferma che il gioco del calcio molte volte mal si sposa con i pronostici o con i giudizi "sulla carta".
Quando pensiamo, ad esempio, ai grandi tornei tra nazionali, ci aspettiamo di trovare tra i vincitori sempre le solite grandi squadre, storicamente abituate ad alternarsi nei successi.
Solitamente anche la Copa America non sfugge da tale tendenza, anche se è possibile notare qualche valida eccezione, come ad esempio la vittoria della Bolivia narrata in un nostro precedente articolo.
Sicuramente molti resterebbero sorpresi nel sapere che la Copa America del 1975 viene vinta dal Perù, avendo nella memoria le non brillanti prestazione di detta nazionale negli ultimi anni.
In pochi però possono ricordare o sapere che la rappresentativa di quegli anni è in assoluto la più forte nazionale peruviana di sempre e, probabilmente, una delle più forti squadre sudamericane di tutti i tempi.


Per meglio chiarire come la compagine andina sia arrivata a tale trionfo, è bene spiegare nel dettaglio la formula del torneo del 1975.
La competizione manca da 8 anni e viene deciso di non dare l'organizzazione a nessun paese, ma di suddividere nove delle dieci partecipanti in tre gironi con partite di andata e ritorno.
Le vincenti di tali raggruppamenti si uniscono all'Uruguay, già ammesso in semifinale in quanto detentore del trofeo.
Il commissario tecnico Marcos Calderon, eredita la panchina nel 1974, con il chiaro intento di far dimenticare la mancata partecipazione al Mondiale dello stesso anno
In Perù c'è grande delusione per la fallita qualificazione a tale torneo, perché la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una generazione di giocatori quasi irripetibile, capaci di portare la nazionale davvero in alto.
E' normale quindi che l' aspettativa per l'imminente torneo continentale sia quella di bissare l'unico successo che "La Blanquirroja" ottenne nel 1939, anno della prima edizione della competizione.
Analizzando la rosa a disposizione ci rendiamo immediatamente conto come il valore dei calciatori sia altissimo e di come lo schema tattico sia in grado di esaltarne le caratteristiche.


Tra i pali viene scelto Ottorino Sartor dell'Universitario, estremo difensore trentenne di buona esperienza e di discreta affidabilità.
La linea difensiva resta immutata in tutte le partite del torneo e viene saggiamente guidata da due autentiche leggende del calcio peruviano.
Julio Melendez è in assoluto uno dei centrali più affidabili del torneo, distinguendosi per efficacia e classe sopraffina.
In campo sembra non avere punti deboli, combinando al meglio un fisico prestante ad una notevole rapidità, figlia anche degli esordi come esterno destro.
Lega buona parte della carriera agli argentini del Boca Juniors, dei quali diventa anche capitano, vincendo due campionati ed una coppa nazionale.
Nel 1973 mette fine alla sua esperienza argentina e ritorna in patria, dimostrandosi ancora un punto di forza della nazionale.
Hector Chumpitaz è da sempre soprannominato "El Gran Capitan" e questo basterebbe ad esemplificare il carisma da lui posseduto e l'importanza che egli riveste dentro e fuori dal campo.


Si dimostra un centrale difensivo completo in grado di interpretare in modo moderno il ruolo, considerato il periodo nel quale gioca.
Nonostante il ruolo ha un grande feeling con il gol, tanto da segnare 77 reti ufficiali in carriera.
A livello assoluto viene considerato uno dei migliori difensori sudamericani di tutti i tempi, in virtù di quanto dimostrato anche a livello di club.
In tale contesto lega il suo nome a quello dell'Universitario, con il quale vince ben 8 campionati.
A 31 anni e dopo le ultime delusioni patite in relazione agli ultimi Mondiali, Chumpitaz ha un grande desiderio di vincere, dimostrandosi ancora di più vero leader del gruppo, nonché elemento fondamentale per la retroguardia peruviana.
Lo schema di Calderon prevede la presenza di due mediani ai quali viene dato il compito di bilanciare al meglio la squadra e sostenere con profitto la manovra.
In tali ruoli vengono schierati Santiago Ojeda e Raul Parraga, con Alfredo Quesada a rappresentare molto di più di una semplice alternativa.
Nonostante tali giocatori non brillino per qualità tecniche, si dimostrano fondamentali per il lavoro di raccordo nella fase mediana, oltre a garantire corsa e sostegno alla poderosa fase offensiva che stiamo per descrivere.
Appena più avanti della zona mediana troviamo quello che viene riconosciuto come il più forte giocatore peruviano di tutti i tempi, Teofilo Cubillas.


Sarebbe a tutti gli effetti un centrocampista, ma in realtà lo si può trovare in ogni zona del campo, specie in quella offensiva, dove si disimpegna come un attaccante.
In relazione a tutto questo, segna ben 338 reti in carriera, delle quali 26 in nazionale. Tra queste ultime ben 10 le mette a segno nei tre Campionati del Mondo da lui disputati (1970, 1978 e 1982).
Dal 1974 milita nel Porto, dopo aver incantato in patria con la maglia dell'Alianza Lima.
Anche in Portogallo ha modo di distinguersi, specie nel 1976, quando segna ben 28 reti in sole 29 apparizioni.
Inutile dire che il successo del Perù nella competizione dipenda in buona ragione dal suo stato di forma e dalla sua inclinazione a mettersi anche al servizio del trio offensivo voluto dal tecnico.
Nel reparto offensivo troviamo Percy Rojas, soprannominato "El Trucha", attaccante dal profilo completo e dal buon fiuto del gol.
Il 1975 è decisamente il suo anno: nella sua prima stagione con gli argentini dell'Independiente vince la Copa Libertadores e la Copa Interamericana, oltre al suddetto trofeo con la nazionale.
E' una punta rapida e versatile, in grado di adattarsi al meglio ai movimenti offensivi richiestigli.
Calderon ha grande stima anche di Enrique Casaretto, attaccante dello Sporting Cristal ed in possesso di una notevole esperienza nel campionato peruviano.
Al centro dell'attacco troviamo Oswaldo Ramirez, secondo realizzatore di tutti i tempi della selezione ed ovviamente massimo punto di riferimento della stessa.
Attaccante non altissimo ma ottimamente strutturato è il terminale ideale per il Perù, dimostrandosi abile a sfruttare al meglio la mole di gioco garantita dai compagni.
Con i suoi gol fa le fortune dell'Universitario e nel 1975 si trasferisce in Messico, per giocare nell'Atletico Espanol. Al termine dell'esperienza messicana rientra in patria nelle file dello Sporting Cristal.
Nel solo campionato peruviano segna ben 195 reti ed in 50 apparizioni in Copa Libertadores realizza 26 reti. Con la nazionale la media è leggermente inferiore, fermandosi a sole 17 reti in 57 partite, ma il suo nome è legato ad una grande delusione inflitta all'Argentina: una sua doppietta ai Mondiali del 1970 determina proprio l'eliminazione dell'"Albiceleste" durante le qualificazioni.
Completa il tridente Juan Carlos Oblitas, attaccante esterno tutto mancino dai notevoli fondamentali tecnici.


Nonostante parta esterno riesce con abilità a convergere verso per il centro per poi provare la soluzione personale ed è a tutti gli effetti una mezzapunta dal gol facile.
In carriera ha anche l'opportunità di cimentarsi senza grande fortuna in Europa, ma sono le prestazioni in patria a renderlo un valido elemento per la nazionale, per la quale gioca ben 62 volte.
Nello schema precedente notiamo come sua alternativa Hugo Sotil, mezzapunta dal talento cristallino e dalla classe purissima, al momento della competizione in forza al Barcellona.
A dimostrazione delle sue straordinarie qualità si può citare il suo esordio con la nazionale: nel match contro la Bulgaria giocato nel 1969 entra nel secondo tempo e segna 3 reti, decise nella vittoria del Perù per 5-3.
In Spagna mette in mostra tutte le sue qualità e diventa un elemento di fondamentale importanza per la squadra "blaugrana", completando il suo bagaglio tecnico giocando vicino ad un certo Johan Crujff.
Il fatto che non venga inserito nell'undici ideale di questa Copa America dipende proprio dall'atteggiamento della dirigenza catalana, che gli vieta sistematicamente il permesso di volare oltreoceano per le relative partite.
In aggiunta sembra essere non al massimo della forma, anche a causa di qualche vizio di troppo.
Anche per questo motivo trova un discreto spazio Cesar Cueto, giovane esterno dalle grandi potenzialità, che ha modo di maturare definitivamente nell'Atletico Nacional e nell'America de Calì negli anni a venire.
Nel 1975, a soli 23 anni, viene utilizzato con il contagocce dal tecnico peruviano.
Della rosa fa parte anche Geronimo Barbadillo, veloce ala che noi italiani ammireremo qualche anno dopo nelle file di Avellino ed Udinese.
Il Perù viene inserito nel gruppo C, con Cile e Bolivia, rappresentative sicuramente non nel massimo splendore della loro storia calcistica.
Dopo il pareggio a Santiago del Cile per 1-1 (rete di Rojas), per la squadra di Calderon arrivano tre vittorie che le garantiscono la vittoria del raggruppamento : il Perù vince in Bolivia per 0-1 (Ramirez), batte il Cile 3-1 in casa (Rojas e doppietta di Oblitas) e con lo stesso punteggio sconfigge la Bolivia sempre a Lima (rigore Ramirez, Cueto e Oblitas).
Ad attendere il Perù in semifinale c'è il Brasile, in quella che sembra essere a tutti gli effetti una rivincita del Mondiale 1970.
Nell'andata a Belo Horizonte Chumpitaz e compagni regalano una delle gioie più grandi ai proprio tifosi: battono i verde-oro per 1-3 con doppietta di Casaretto e gol di Cubillas nel finale.


Non è a dire il vero un grandissimo Brasile, ma è comunque una squadra temibile, tanto che al ritorno batte per 0-2 la squadra di Calderon, equilibrando l'esito della qualificazione.
Nel regolamento non vengono conteggiati i gol segnati in trasferta e non è previsto uno spareggio nelle semifinali, perciò ci si affida al sorteggio.
L'accesso alla finale è deciso dal lancio della monetina; in questo caso la dea bendata strizza l'occhio al Perù, che si guadagna la finale contro la Colombia.
I "Cafeteros" hanno dominato il proprio girone ed in semifinale hanno letteralmente annientato l'Uruguay, vincendo in casa addirittura per 3-0.
La squadra allenata da Sanchez è trascinata da giocatori del calibro di Willington Ortiz , Diego Umana, il bomber Josè Ernesto Diaz e Ponciano Castro.
Un gol proprio di quest'ultimo decide il match di andata giocato a Bogotá, rivelatosi molto sofferto per la nazionale peruviana.
Sei giorni dopo si gioca in un Estadio Nacional gremito che trascina il Perù alla vittoria per 2-0, grazie alle marcature di Oblitas e Ramirez.
Ancora una volta ci troviamo in una situazione di stallo, ma in questo caso il regolamento prevede la disputa di una spareggio, da giocarsi in campo neutro.
Viene scelta la sede di Caracas in Venezuela ed in tale contesto lo staff tecnico può contare sulle prestazione di Sotil, liberatosi per una volta dal vincolo impostogli dalla squadra di club.
Come nella migliore delle fiabe è proprio il giocatore del Barcellona e segnare l'unica rete dell'incontro ed a decretare il successo per la squadra di Lima, scatenando la gioia di tutto il popolo peruviano.


La leggenda vuole che Sotil arrivi allo Stadio Olimpico di Caracas solo pochi minuti prima dell'inizio del match, raggiungendo i compagni direttamente nello spogliatoio, appena prima che venga consegnata all'arbitro la distinta ufficiale.


Potremmo parlare di impresa e tessere le lodi di una squadra che ha saputo inserirsi tra le grandi almeno per una volta.
Ma l'opinione comune, non solo tra le strade di Lima, è quella che quel Perù è stato davvero una grande squadra.
Certo non sono mancati gli episodi fortunati, vedi la monetina, ma sicuramente tutto il popolo peruviano è convinto che tali avvenimenti siano solo in parte un risarcimento per lo sfortunato Mondiale del 1970, dove, per loro, il Brasile di poteva davvero battere.
L'hanno fatto 5 anni dopo, dimostrando davvero che la generazione peruviana degli anni '70 merita di essere annoverata nel novero delle grandi nazionali sudamericane.


Giovanni Fasani

venerdì 23 gennaio 2015

VICENZA BY NIGHT

Quante volte negli ultimi anni ci siamo posti la domanda: "Ma che sta succedendo al calcio italiano?" Una frase magari detta dopo una pesante sconfitta o ad una clamorosa imbarcata delle squadre italiane in Europa o semplicemente quando concentriamo la nostra attenzione sui campionati esteri.
Le risposte a questo quesito sono innumerevoli e di certo non è questo il luogo adatto per discuterne.
Molto spesso colleghiamo un pensiero alle nostre risposte e suona più o meno così: "Ah come eravamo forti negli anni 90"; eh sì, negli anni 90 eravamo davvero forti ed i numeri non mentono mai: 18 trofei vinti a livello europeo (Coppa Campioni, Coppa UEFA, Coppa Coppe e Supercoppa Europea) più 14 volte una squadra italiana è arrivata in finale in una di queste competizioni. Sono numeri d'alta classe, ma sono anche numeri che ci fanno provare un senso di malinconia se pensiamo invece agli ultimi 10 anni del nostro calcio.
Pensare che in quegli anni c'era anche chi "poteva permettersi" di partecipare ad una competizione europea contro ogni pronostico, così come fece, nella stagione 1997/1998, il Vicenza allenato da Francesco Guidolin, storico allenatore abituato ad allenare in provincia e transitato anche da Udinese e Palermo.


Ma come fece il Vicenza ad accedere all'allora Coppa delle Coppe? Semplice, vinse la Coppa Italia nell'anno precedente, una specie di mosca bianca in mezzo alle vittorie di Fiorentina, Juventus, Milan e Parma, squadre molto più quotate dei biancorossi.
Negli ultimi vent'anni la Coppa Italia è poco considerata nel panorama calcistico italiano, spesso si tende a far giocare chi gioca meno, ma poi alla fin fine finisce per trionfare quasi sempre una squadra abituata a palcoscenici da finale.
Ma quel Vicenza aveva una marcia in più, regalandoci anche quell'alone di malinconia se pensiamo a che fine abbia fatto la squadra veneta.
Guidolin disponeva i suoi con il classico 4-4-2 dove tra i pali era titolare il fedelissimo Pierluigi Brivio, 7 stagioni passate con la maglia vicentina dopo la "promozione" dal più modesto Palazzolo.
La fascia sinistra era presidiata da Luigi Sartor, onesto terzino destro che non ha avuto troppe fortune con le maglie di Juventus ed Inter. Sulla sinistra Massimo Beghetto, uno dei primi italiani ad emigrare nel Regno Unito all'inizio del secolo; Beghetto vanta anche un'esperienza nello Sliema Wanderers, squadra maltese.
I due centrali, entrambi con un ottimo senso della posizione ed una coesione davvero invidiabile erano Giovanni Lopez, allenatore per altro del Vicenza nella scorsa stagione e Fabio Viviani, spesso impiegato anche a centrocampo (suo ruolo naturale) essendo dotato di una spiccata propensione alla corsa.
Sulla fascia destra Giuliano Gentilini, autentico gira-Italia avendo vestito ben 19 maglie diverse nel nostro paese; sulla sinistra corsa e polmoni ce li metteva Gabriele Ambrosetti, cresciuto calcisticamente nel Varese e transitato (solo 16 presenze ufficiali) al Chelsea pre-Abramovich tra il 1999 ed il 2001.
Nella parte centrale Domenico Di Carlo, mediano con un gran senso della posizione ed autentica bandiera dei biancorossi con cui ha vissuto gioie e dolori per 10 anni, intraprendendo negli ultimi tempi una poco prolifica carriera da allenatore.


Giampiero Maini abbinava corsa ed impostazione, senza eccellere nel secondo fondamentale, ma comunque prezioso per la manovra che prevedeva spesso la soluzione larga per mettere in moto soprattutto Ambrosetti.
Davanti la coppia Roberto Murgita, attuale assistente di Giampiero Gasperini al Genoae Giovanni Cornacchini garantivano gol e soluzioni diverse. Il primo più abile nel gioco di sponda, il secondo più ficcante e sempre pronto ad inserirsi negli spazi lasciati liberi dalle difese.


L'avventura in Coppa Italia (doveroso ricordare come dopo 10 giornate il Vicenza fosse da solo in testa alla classifica) inizia con la vittoria sulla Lucchese dove protagonisti dei gol sono Maurizio Rossi, "riserva di lusso" e classica ala vecchio stampo in grado di percorrere tutta la fascia e Cornacchini; mentre nel secondo turno i biancorossi si guadagnano il quarto di finale contro il Milan dopo aver sconfitto il Genoa nello spareggio grazie ancora ad un gol dell'attaccante classe 1965, in barba a chi lo credeva finito dopo l'opaca stagione al Bologna.
Mentre tutti credono in uno stop della mina vagante Vicenza, la squadra di Guidolin impone la sua legge anche contro il Milan, pareggiando 1-1 a San Siro (Ambrosetti e Baggio) e tirando giù la saracinesca al Menti due settimane dopo chiudendo sullo 0-0 al termine dei 90 minuti.
A questo punto l'ambiente inizia a credere nell'impresa ed il Menti diventa un vero e proprio fortino da tutto esaurito, come nella semifinale di andata dove a cadere sotto i colpi di capitan Di Carlo e soci è il Bologna di Renzo Ulivieri che se ne torna in Emilia sconfitto dalla rete di Murgita a fine primo tempo.
Il ritorno si gioca al Dall'Ara ed un gol di Scapolo sembra indirizzare la gara ai supplementari, ma i rossoblu non hanno fatto i conti col gol dell'ex, sarà infatti Cornacchini a regalare la finale al minuto 89 con un sinistro al volo da pochi passi.
Arriva così la doppia finale da contendere al Napoli. Pecchia regala la gara di andata ai partenopei siglando l'unica rete della partita al minuto 21 con Brivio che evita almeno un paio di gol che sarebbero stati letali; mentre il ritorno in un Menti completamente biancorosso vede la squadra di casa passare (ironia della sorte al 21') in vantaggio grazie al gol in mischia di Maini. Fino al 90' non vengono realizzati altri gol e viene espulso Caccia nel Napoli. Il resto lo commentano le immagini.


A questo punto per il Vicenza si aprono le porte dell'Europa, quell'Europa conquistata già nella stagione 1977/1978 ma che si interruppe l'anno dopo nei trentaduesimi a seguito della sconfitta contro il Dukla Praga. L'approdo in Europa (alla terza stagione consecutiva in serie A) richiede ovviamente una rosa all'altezza. Dopo la conquista della Coppa Italia Murgita passerà al Piacenza, mentre Maini andrà a vestire la magia del Milan senza troppe fortune. Cornacchini ha invece preso la via di Padova. La società passa dalle mani dell'imprenditore Pieraldo Dalle Carbonare a quelle di Paolo Scaroni con la complicità del gruppo inglese ENIC. Arrivano numerosi acquisti, su tutti Pasquale Luiso (FOTO), il toro di Sora, classico bomber rapido in grado di tenere in allerta le difese avversarie. Nella sua carriera non ha mai segnato molto, ma Luiso sta andando incontro alla sua stagione migliore, trascinando il Vicenza soprattutto in Europa. Alla corte di Guidolin arrivano anche un giovanissimo Francesco Coco, il talento puro e cristallino di Lamberto Zauli. Marco Schenardi preziosissimo a centrocampo ed un Massimo Ambrosini in prestito dal Milan che lo ha prelevato dal Cesena. Gustavo Mendez e Ricardo Canals danno più peso alla difesa ed al centrocampo impreziosito dalla presenza di Roberto Baronio.
Marcelo Otero ed Arturo Di Napoli completano il reparto avanzato alternandosi una maglia da titolare.


Come fosse abituato a palcoscenici di un certo livello, i veneti abbattono già nel primo tempo il Legia Varsavia al Menti nei sedicesimi grazie a Luiso ed Ambrosetti.
Nella gara di ritorno il muro biancorosso resiste fino al 56' quando Kacprzak accorcia lo svantaggio, ma a pochi minuti dalla fine Zauli approfitta di un contropiede con il Legia riversato in avanti alla ricerca del gol che avrebbe spedito tutti ai supplementari.
Venisse giocata ora la partita sarebbe a senso unico, ma nel 1997 Vicenza-Shakhtar Donetsk era più che una partita equilibrata, un degno ottavo di finale che la corazzata di Guidolin risolse già in Ucraina grazie alla doppietta di Luiso ed al gol di Massimo Beghetto, altro rinforzo "di lusso" della nuova proprietà per un 3-1 finale che non lascia scampo ai malcapitati ucraini. Nella gara di ritorno vanno in gol ancora Luiso e Viviani, nel mezzo il momentaneo pareggio di Serhey Atelkin, transitato in Italia con la maglia del Lecce.
Quando il gioco dovrebbe farsi più duro ecco che i temibili vicentini annientano con un secco 4-1 il Roda in terra olandese e manco a dirlo è Luiso ad aprire i conti realizzando poi una doppietta impreziosita da Belotti ed Otero. Dell'ariete Peeters l'unica marcatura giallonera.
Il match di ritorno è ancora più roboante. In un Menti tirato a lucido gli uomini di Guidolin scatenano un uragano che si abbatte sui poveri olandesi. Un pokerissimo che porta le firme di cinque marcatori diversi complice una difesa avversaria da brividi.

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A questo punto, senza quasi accorgersene, si arriva alle semifinali. L'urna oppone il Vicenza al Chelsea; ovviamente non sono i Blues che abbiamo conosciuto nell'ultimo decennio, ma annoveravano tra le proprie fila giocatori del calibro di Gianfranco Zola, Gianluca Vialli e Roberto Di Matteo, nonché Ed De Goey, portiere della nazionale olandese.
Il Vicenza torna a giocare in casa la gara di andata, il modulo è sempre il 4-4-2 con Ambrosini ancora una volta al fianco di Di Carlo e con Luiso e Zauli a formare il tandem d'attacco. E proprio Zauli dopo un quarto d'ora compie una magia agganciando un difficile pallone e girandosi per infilare la porta di De Goey all'angolino basso, un gol che merita di essere visto e rivisto più volte.


Fino al 90' non accade più nulla e si arriva quindi alla sfida dello Stamford Bridge in programma il 16 aprile. Guidolin ripropone la stessa formazione ed a testimonianza di un carattere davvero solido il Vicenza passa in vantaggio col suo bomber più prolifico, Pasquale Luiso che poco dopo la mezzora zittisce il pubblico londinese con un potente destro che non lascia scampo a De Goey; con l'andare della partita la maggior attitudine a certe sfide fa uscire il Chelsea che troverà il pareggio con Poyet prima del 45' e nella ripresa i gol di Zola e Hughes metteranno la parola fine alla bellissima avventura vicentina.



Nel finale l'espulsione di Ambrosini ed un'occasione d'oro non sfruttata da Di Napoli calano il sipario su una delle più belle cavalcate europee che l'Italia intera ricordi; perché se è vero che quando scendono in campo le rivali della propria squadra si propende per la straniera, col Vicenza di Guidolin un pò tutti abbiamo sognato che i veneti conquistassero la coppa.
Nell'albo d'oro sarà presente ovviamente il Chelsea, ma nella memoria degli sportivi sarà ben impressa una squadra d'oro, composta da giocatori essenziali con nessuna primadonna a pretendere le luci della ribalta.


Matteo Maggio

martedì 20 gennaio 2015

EDUARD STRELTSOV

La storia del calcio è ricca di giocatori che, ritenuti sicuri campioni in giovane età, non sono riusciti poi a dimostrare tutto il loro valore nell’evolversi della carriera.
La ragioni del mancato rispetto di tali positive aspettative vanno ricercate in più ambiti; alcune volte è la mancanza del giusto carattere ad impedire all’atleta di raggiungere i picchi sperati.
Altre volte ci si mette un infortunio a fungere da ostacolo al raggiungimento di tali lidi.
Altre volte ancora può essere la miopia di qualche allenatore a non consentirgli di rendersi conto del talento della giovane promessa in questione.
Purtroppo, però, in alcune circostanze è l’ambito politico a volersi intromettere, tarpando le ali a qualche potenziale fenomeno, trasformando una florida carriera in un'esistenza tormentata ed infelice.
A tale proposito la vicenda di Eduard Streltsov è esemplificativa di tale incresciosa situazione, dove il forte centravanti sovietico è passato dal poter giocare il Mondiale del 1958 da protagonista, al ruolo terribile di deportato in un gulag.


Nato a Mosca nel 1937 si mette subito in luce in giovanissima età, esordendo appena diciassettenne nella Torpedo Mosca, squadra ai tempi in procinto di compiere un decisivo salto di qualità nelle gerarchie calcistiche sovietiche.
L’apporto di Streltsov è da subito eccezionale, dato il talento puro di cui dispone la giovane punta.
Nel compassato calcio di matrice sovietica non hanno mai visto un giocatore così estroso, capace di sottrarsi con profitto dai severi dettami tattici in voga in tale contesto.
Dimostra inoltre un particolare gusto per la giocata spettacolare, esemplificata da quello che diventa in poco tempo il suo marchio di fabbrica: il colpo di tacco.
Tuttavia non è un giocoliere fine a se stesso, essendo un attaccante estremamente prolifico, come dimostrano i 48 gol realizzati in sole 89 gare di campionato.
Oltre ad essere dotato di un fisico prestante, si mette in mostra per una tecnica di altissimo livello, che gli permette di balzare subito all’occhio dei migliori osservatori, nonché a quello dello staff tecnico della nazionale.

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Nel 1954, contro la Svezia, la selezione sovietica ottiene una sonante vittoria per 6-0, impreziosita da tre prodezze dell'asso della Torpedo Mosca.
Il commissario tecnico resta stregato dalla qualità del giocatore della Torpedo, tanto da decidere di convocarlo per le Olimpiadi di Melbourne del 1956.
Il torneo olimpico consente a Streltsov di mostrarsi al mondo come un vero e proprio campione, grazie gol e giocate che trascinano l’Unione Sovietica alla medaglia d’oro.
Durante la competizione segna quattro reti, due delle quali segnate nei quarti di finale contro l’Indonesia ed una, decisiva, nella semifinale contro la Bulgaria, sbloccando il risultato nei tempi supplementari.
Nonostante il suo grande contributo, non viene considerato per la finale in quanto l’allora selezionatore decide di schierare una coppia offensiva diversa dalla precedenti.
Al termine della vittoriosa partita la punta della Torpedo non riceve nemmeno la medaglia olimpica, in quanto le disposizione governative concedono tale privilegio solo ai giocatori titolari.
A dispetto di tale scarso riconoscimento nazionale, ottiene invece grande credito a livello europeo, tanto da essere elogiato dal prestigioso giornale francese France Football, che lo mette al settimo posto nella classifica del pallone d’oro del suddetto anno.


A seguito di questo prestigioso successo, la nazionale di Kakalin può permettersi di prepararsi al Mondiale svedese del 1958 con l’obiettivo di essere tra le assolute protagoniste o quantomeno di essere etichettata come la più forte tra le europee.
Ovviamente si crea anche grande attesa intorno a Streltsov, che parte per il ritiro di preparazione alla rassegna Mondiale.
La punta sovietica è anche una persona estroversa che non disdegna un bicchierino oppure un'uscita notturna, dimostrandosi, a tutti gli effetti, una vera star.
E’ proprio durante la fase di preparazione a tale competizione che avviene il fatto che cambierà per sempre la carriera e la vita del giovane attaccante.
Al termine di una festa viene accusato di stupro nei confronti di una donna da lui conosciuta in tale contesto e viene immediatamente arrestato.
La veridicità o meno di tale infamante accusa non verrà mai pienamente chiarita, ma è a questo punto che il potere politico decide di entrare tristemente in gioco.
Un funzionario del KBG promette al giocatore il permesso di partecipare al Mondiale, a patto che renda una confessione scritta del reato.
Il giovanissimo calciatore, probabilmente mal consigliato, accetta l'accordo, che si rivela invece una trappola: viene prontamente condannato a 12 anni di lavori forzati da scontare in un gulag in Siberia. In aggiunta viene squalificato a vita da ogni competizione calcistica.
Senza entrare nel merito di tali vicende, sembra che tale meschino piano sia stato ordito dal regime come vendetta per il rifiuto di Streltsov di trasferirsi alle squadre più vicine allo stato, vale a dire il CSKA e la Dinamo.
Pare inoltre che il carattere ribelle e troppo "occidentale" del ragazzo sia mal visto nelle alte sfere politiche di Mosca, desiderose di formarlo invece come un simbolo patriottico e politico.
Rancori, gelosie e ripicche sembrano quindi essere i reali motivi della sua condanna.
Fermandoci a questo punto sembra di essere di fronte alla classica storia triste con un brutto finale, ma l'epilogo è ancora lontano dal venire.
Dopo sette anni di prigionia ottiene finalmente la libertà, così come il diritto di essere nuovamente  ad essere un calciatore professionista
Torna ovviamente nella Torpedo dove mette in campo tutta la rabbia per quanto subito oltre che tutta la classe rimasta immutata.


Nel 1965 trascina i bianconeri alla vittoria del campionato, dimostrandosi decisivo in più di un'occasione e fornendo la tangibile prova di essere un vero campione, oltre che un vero leader per i compagni.
Nel 1967/1968 contribuisce anche alla vittoria nella coppa nazionale, torneo sempre molto ambito in Unione Sovietica.
Lascia il calcio giocato nel 1970, dopo 133 partite e 51 reti nella sua seconda carriera calcistica da uomo libero.
Avrebbe anche la possibilità di ritornare in nazionale, soprattutto alla vigilia del Mondiale del 1966, ma ancora una volta l'autorità politica decide di rendersi cattiva protagonista, vietandogli di prendervi parte.
Davvero notevole il suo bottino con la maglia dell'URSS: in 38 apparizioni va in rete ben 25 volte, posizionandosi al quarto posto tra i cannonieri della nazionale sovietica.
Muore nel 1990 per un male incurabile, lasciando davvero tanti rimpianti per quanto avrebbe potuto farci vedere in grandi contesti, come appunto quello mondiale.
Di lui restano le sue giocate ed i racconti di chi ha visto uno dei più forti calciatori provenienti dal blocco sovietico. Racconti che gli sono valsi un postumo monumento alla memoria.


Terminato il Mondiale del 1958, il Mondo ha appena scoperto il grande Brasile ed un giovanissimo attaccante protagonista assoluto della rassegna: più o meno in quel periodo, in contrapposizione a tale fenomeno, Streltsov viene chiamato il "Pelè bianco".
Tale paragone, sicuramente gonfiato dall'opinione pubblica, rende l'idea del livello qualitativo esibito dal giocatore in tenera età.
I rimpianti sono tanti, ma da amanti del calcio è giusto apprezzare quanto da lui fatto una volta tornato libero: la differenza in campo.


Giovanni Fasani

venerdì 16 gennaio 2015

ROCK AND ROLL SWEDEN

Qualche tempo fa, leggendo qua e là sul web, ho rivisto una frase (onestamente non ricordo su che portale o social network) in cui credo davvero ci sia racchiusa buona parte dell'essenza del calcio: "è necessario vincere qualcosa per compiere un'impresa?". La mia risposta è no, non è necessario vincere qualcosa per iscrivere il proprio nome nella storia del calcio.
Di esempi ne è piena la storia, così su due piedi e per restare ai nostri tempi, mi viene in mente la cavalcata del Mirandes nella Copa del Rey di qualche anno fa, dove la squadra di Miranda de Ebro, allora in terza divisione, arrivò addirittura alle semifinali, salvo poi essere eliminata dal più quotato Athletic Bilbao.
Se riavvolgiamo il nastro di un paio di decenni non è difficile soffermarsi ai Mondiali del 1994 che, come ben sappiamo, vennero disputati negli Stati Uniti, paese che col calcio non ha mai avuto molto che spartire; già di per se questa può essere ritenuta un'impresa, non di campo ben inteso, ma fu la prima volta che la rassegna mondiale si disputò in un paese diverso dall'Europa o dal Sudamerica (Messico compreso).
A quel Mondiale le sorprese erano rappresentate da nazionali quali l'Arabia Saudita e la Bolivia che nell'era moderna mai avevano partecipato a tale competizione. Come non citare poi anche la Bulgaria che al pari della protagonista di questo articolo arrivò alla semifinali uscendo sotto i colpi dell'Italia trascinata da Roberto Baggio.
Va beh, ormai avete capito di chi sto parlando e quindi andremo a ripercorrere oggi lo splendido cammino della Svezia, giunta terza appena dietro al Brasile ed appunto l'Italia.


Calcisticamente parlando i Vichinghi stavano attraversando un momento storico tra alti e bassi, basti pensare alla sciagurata eliminazione con 0 punti di Italia 90 e la quasi impresa di arrivare in finale nell'Europeo casalingo di due anni dopo quando ad imporsi fu la Germania di Kalle Riedle.
A qualificare la Svezia al Mondiale americano era stata la vittoria del 13 ottobre 1993 in uno dei derby scandinavi contro la Finlandia; a farne le spese (ed a rimanere quindi a casa) fu la Francia, sconfitta nell'ultima gara dalla sorprendente Bulgaria.
La vittoria del girone di qualificazione fece della squadra guidata da Tommy Svensson una possibile mina vagante, in un girone che la vedeva confrontarsi con Brasile, Camerun e Russia.
Se da una parte il Brasile era nettamente favorito, dall'altra c'era il Camerun, arrivato ai quarti di finale 4 anni prima e la Russia, alla prima partecipazione dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica.
Il modulo è facilmente riassumibile in un 4-3-3 con una serie di punti fermi che Svensson considera fedelissimi.
In porta ne troviamo subito uno e si tratta di Thomas Ravelli, uno che la maglia della nazionale l'ha indossata ben 143 volte superando di gran lunga uno dei mostri sacri del calcio svedese come Bjorn Nordqvist. Vero punto di riferimento per tutti, ha quella sicurezza da grande portiere che tanto piace agli allenatori, soprattutto sulle palle alte.


La difesa era rigorosamente a 4 con Roland Nilsson a fare il terzino destro. Dotato di grande sapienza tattica, si erge a leader della difesa anche dall'alto della sua naturale calma negli interventi. In patria ha vinto 4 scudetti e la Coppa UEFA 1987 con la maglia del Goteborg.
Sulla sinistra Roger Ljung, uno che aveva il fisico da centrale ma che agiva egregiamente sulla fascia di competenza. A differenza di Nilsson, Ljung amava spingere sino ad arrivare nei pressi della porta avversaria; a testimonianza di ciò era giocatore col vizio del gol, avendone messi a segno ben 45 in 12 anni di carriera.
Al centro della difesa un giovane 23enne conquista il posto da titolare forte della grande stagione disputata col Borussia Moenchengladbach, si chiama Patrik Andersson (FOTO) e nell'arco della sua carriera vestirà anche le maglie di Bayern Monaco e Barcellona, togliendosi l'enorme soddisfazione di vincere la Champions League del 2001 con la maglia dei bavaresi. Molto attento in fase di copertura, sin dalla giovane età dimostra di avere grande carisma anche in palcoscenici di alto livello.
Suo compagno al centro della difesa una vecchia conoscenza del calcio italiano: Joachim Bjorklund, che dopo la kermesse americana venne ingaggiato dal Vicenza con cui giocò l'intera stagione prima di passare ai Rangers Glasgow. Molto presente fisicamente, alternava grandi prestazioni a cali di tensione abbastanza notevoli che non gli permisero di avere un rendimento costante; tuttavia nella sua lunga carriera riuscì a vestire la maglia della nazionale ben 78 volte, mentre a livello di club vinse una Coppa del Re con la casacca del Valencia.
C'era anche un jolly a disposizione di Svensson, rispondeva al nome di Pontus Kamark che agiva indifferentemente da centrale o da terzino. Spese la maggior parte della carriera col Goteborg con cui vinse 5 campionati nazionali ed una Coppa di Svezia. Terzino destro naturale, ha ben presto imparato anche a fare il centrale il che gli garantiva il posto fisso per lo meno nella squadra di club; un'arma in più a disposizione del CT svedese.


Il centrocampo a 3 mischiava grande tecnica e sostanziale presenza fisica. A dettare tempi e ritmi ci pensava il capitano Stefan Schwarz, uno dei calciatori più vittoriosi della storia svedese e con un passato anche nella Fiorentina dove rimase 3 anni sul finire degli anni 90. Aveva nel senso della posizione la sua arma migliore e, forte del suo tocco morbido, era quasi sempre lui ad iniziare l'azione.
Col tempo le difese avversarie tentavano di bloccare Schwarz sul nascere dell'azione, cosicché Svensson ritenne opportuno affiancargli un altro giocatore con un buon tocco di palla; ben inteso, non come quello dell'ex Fiorentina ma comunque in grado di garantire una discreta tecnica.
Si tratta di Jonas Thern, vero e proprio frangiflutti che oltre a quanto appena detto, aveva nelle sue corde una grande corsa che ne faceva uno degli incontristi più apprezzati. Si guadagnò il posto al mondiale dopo le ottime prestazioni al Napoli che cedette all'offerta della Roma subito dopo l'impegno americano.
A completare il reparto il vero e proprio spacca-azioni, Klas Ingesson (FOTO), gigante in grado di fare il lavoro sporco; molto disciplinato tatticamente, raramente andava in difficoltà, forte dei suoi 190 cm che gli permettevano di arrivare sul pallone con grande facilità, essendo anche agile nel leggere le varie situazioni.
Al pari di Nilsson vinse la UEFA 1987 guadagnandosi dopo l'Europeo del 1996 la chiamata del Bari e successivamente quella del Bologna con cui partecipò alla grande cavalcata della Coppa UEFA 1998-1999.
Il jolly di centrocampo era Hakan Mild, centrocampista centrale anch'esso cresciuto nel Goteborg, un altro elemento su cui Svensson faceva affidamento per via della già enorme esperienza (nonostante avesse solo 23 anni) ottenuta proprio con la squadra biancoblu.


L'attacco era composto da due mezzepunte (o seconde punte se preferite) che partivano larghe e da un "classico 9". I 3 attaccanti in questione realizzarono 12 dei 15 gol realizzati nel torneo.
La prima furia sulla fascia rispondeva al nome di Tomas Brolin, prolificissimo attaccante che ha fatto anche la fortuna del Parma, non tanto in termini di gol quanto in fatto di presenza nei momenti chiave delle azioni offensive. Molto più prolifico in termini di gol con la maglia della nazionale, ben 26 in 47 partite.
Dalla parte opposta Martin Dahlin, all'occorrenza anche prima punta che ha fatto le sue fortune sul finire degli anni 80 con la maglia del Malmo, prima di approdare al Borussia Moenchengladbach con cui giocò 6 stagioni inframezzate da una non felice esperienza alla Roma. Il compito di Dahlin era quello di prendere palla, accentrarsi e dialogare il più possibile con il terminale di questo formidabile trio, Kennet Andersson (FOTO), classica prima punta dal grande fisico (193 cm) che ha sempre segnato con una discreta frequenza nelle numerose squadre in cui ha giocato, comprese quelle italiane dove ha fatto la fortuna soprattutto del Bologna. Dotato anche di una discreta tecnica (lo vedremo nel corso dell'articolo) era colui che aveva il compito di fare da boa per gli inserimenti degli esterni, cosa che gli riusciva al meglio vista anche la rapidità di pensiero di cui disponeva.
Il 4-3-3 non fu però il modulo utilizzato nella prima partita dove Svensson optò per un più cauto 4-4-2 che vedeva sulla fascia sinistra l'impiego di Jesper Blomqvist che in quel periodo bene stava facendo con la maglia del Goteborg, prima di passare poi al Milan ed al Manchester United senza troppe fortune.
C'era un ricambio di lusso in questa frizzante Svezia, era un ragazzo di appena 23 anni che stava stupendo in Olanda con la maglia del Feyenoord, si trattava di Henrik Larsson, una specie di sesto uomo cestistico utile sia nel ruolo di esterno d'attacco che in quello di prima punta. A riprova dell'utilità e della buona considerazione che ne aveva Svensson, mise assieme 5 presenze con la soddisfazione di un gol alla Bulgaria nella finale 3°-4° posto.


Nonostante un buon avvio nella gara d'esordio contro il Camerun grazie al gol di Ljung dopo appena 8 minuti, la Svezia fa fatica a raggiungere il 2-2 finale per via di un paio di disattenzioni difensive che spianarono la strada ai gol di Embe ed Omam-Biyik. Più che errori dovuti al modulo, sono proprio errori dovuti alla poca concentrazione; ma Svensson decide comunque di cambiare nella partita contro la Russia conquistando i 3 punti abbastanza agevolmente dopo l'iniziale vantaggio dagli 11 metri di Salenko che aveva messo la strada in salita. Con l'andare della partita torna sempre più utile il 4-3-3, il tutto testimoniato dal pareggio di Brolin (rigore) e dalla doppietta di Dahlin nella ripresa con due azioni davvero degne di nota e tipiche della manovra svedese. Nella prima possiamo notare la spinta in avanti di Ljung ed il buon dialogo con Thern, mentre nella seconda è Nilsson a servire Andersson (ecco la mobilità nonostante il ruolo di prima punta) che con un perfetto cross pesca Dahlin che insacca con un bel tuffo di testa.

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Nell'ultima gara contro il Brasile già qualificato sarà sufficiente un punto per avere la matematica certezza di approdare agli ottavi di finale ed avere un sorteggio più morbido contro una delle terze.
Ne venne fuori un 1-1 dalle tante occasioni, con il vantaggio svedese confezionato dalla coppia Brolin-Andersson: assist del primo e colpo da biliardo del secondo.


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L'avversario negli ottavi di finale è una delle sorprese del torneo, l'Arabia Saudita trascinata dal gran gol di Al-Owairan nella terza gara del girone contro il Belgio.
Quella contro i mediorientali sarà la gara più facile del girone, la Svezia sarà superiore in ogni settore del campo e verrà trascinata dalla doppietta di Andersson, definitivamente sbloccatosi dopo il gol al Brasile.
Certamente più impegnativo il quarto di finale contro la Romania, risolti ai calci di rigore dopo una partita epica giocata sotto il sole cocente di Stanford.
Per la prima volta nel torneo la squadra di Svensson si ritrova di fronte una squadra che gioca anch'essa con due seconde-punte (Dumitrescu e Hagi) ed una punta (Raducioiu), quest'ultimo autore della doppietta che ha mandato in difficoltà gli svedesi ad inizio gara e nei tempi supplementari.
La partita è molto tesa, nell'arco dei 90 minuti è la Svezia ad avere più occasioni trovando la via della rete solamente al 78' minuto per merito di Brolin abile a sfruttare una punizione battuta furbescamente, prima che Raducioiu spedisca tutti all'extratime a due minuti dal termine.
Caldo, paura e stanchezza la fanno da padrone ma ad avere la meglio è ancora la Romania che dopo aver sprecato un paio di occasioni, trova il vantaggio al minuto 101.
Ma i balcanici non hanno fatto i conti con Kennet Andersson che troverà il pareggio al 115' grazie anche ad un'uscita sciagurata del portiere romeno Prunea.
Il resto è affidato alla lotteria dei rigori dove sarà decisivo l'errore di Belodedici e la parata di Ravelli che a fine gara  commenterà così: "E' stata una partita bellissima, ma noi siamo stati poco professionali. Quando siamo andati in vantaggio, non lo abbiamo mantenuto. Dovevamo essere più furbi ed esperti. Brolin mi ha dato dei consigli, mi ha detto di stare al centro della porta il più a lungo possibile e di muovermi solo all'ultimissimo istante."



A questo punto di fronte alla Svezia si ripresenta il fortissimo (e più quotato) Brasile di Romario e Bebeto, reduce anch'esso da un'epica partita contro l'Olanda.
La partita è molto tesa con la Svezia che non riesce a costruire azioni degne di nota ed è così che a 10 minuti dalla fine è un colpo di testa di Romario ad interrompere il sogno dei Vichinghi, che dovranno quindi accontentarsi della finalina di consolazione.


Sabato 16 luglio 1994 va in scena quella che di solito diventa una passerella per gli spettatori o l'occasione per mandare in campo chi ha giocato meno; saranno ben 92.000 a gremire gli spalti del Rose Bowl di Los Angeles per Svezia-Bulgaria, match che vale la terza piazza e che mette di fronte le due vere rivelazioni del Mondiale americano.
Svensson manda in campo dal primo minuto Kamark e Mild, dando spazio nel finale anche ad Anders Limpar, alla prima presenza.
La Bulgaria è reduce anch'essa da un ottimo mondiale, avendo eliminato nei quarti di finale la più forte (sulla carta) Germania, perdendo in semifinale per merito dell'Italia trascinata da un meraviglioso Roberto Baggio.
I bulgari praticamente al Rose Bowl ci entrano solo fisicamente, non di certo con la testa, spianando la strada alla netta vittoria svedese per 4-0, il tutto a coronamento di una cavalcata da grande squadra, cosa quasi utopica all'inizio della manifestazione.
Brolin, Mild, Larsson ed il 5° gol di Andersson risolvono la pratica in appena 40 minuti.


A completamento di un grande gruppo è doveroso elencare anche chi in campo non ci è praticamente mai sceso o ha giocato solamente pochi minuti. Oltre al già citato Limpar hanno preso parte alla rassegna americana i portieri Lars Eriksson e Magnus Hedman, i difensori Mikael Nilsson e Teddy Lucic ed i centrocampisti Stefan Rehn e Magnus Erlingmark.
Davvero una grande impresa quella svedese che dopo il 1994 non riuscirà a ripetersi a livello internazionale a questi livelli; rimane comunque il bellissimo ricordo di una rosa completa ed unita con un tecnico che ha saputo gestire al meglio il gruppo a disposizione; un gruppo che per sempre farà parte della meravigliosa Storia dei Mondiali.


Matteo Maggio