venerdì 27 febbraio 2015

IL CALCIO ABBATTE IL MURO

La storia in generale ci ha insegnato quanto sia difficile capirne, talvolta, le varie sfaccettature ed i vari aspetti in ambito di guerre e conflitti.
Inevitabilmente anche il calcio ha dovuto adeguarsi agli aspetti a cui l'umanità lo ha messo di fronte ed in alcuni casi è riuscito ad unire popoli con idee diametralmente opposte l'una dall'altra (il caso più lampante qualche articolo fa in occasione di Stati Uniti-Iran).
Sfogliando idealmente le pagine della nostra memoria calcistica, è facile imbattersi in sfide dall'alto contenuto adrenalinico, vuoi perché si era direttamente coinvolti con la propria squadra del cuore, vuoi perché la partita del momento era piena di risvolti non solo calcistici, come lo è stata la sfida tra le due Germanie, quella dell'Ovest e quella dell'Est ai Mondiali del 1974.
Di sicuro i più accorti si ricorderanno come la divisione della Germania avvenne al termine del secondo conflitto mondiale quando le potenze alleate (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) riconobbero quella che diventò la Germania Ovest, mentre l'Unione Sovietica si ritirò dai territori della futura Germania Est.
Da questi episodi nacque poi il famoso muro di Berlino successivamente abbattuto nel 1989.


Lasciando il materiale storico a chi ne ha più competenza, torniamo a parlare di calcio; al via 16 squadre divise in 4 gironi. Nel gruppo 1 capitano appunto Germania Ovest e Germania Est che se la dovranno vedere contro Australia e Cile.
Il pronostico è ovviamente dalla parte dei padroni di casa certamente più abituati a palcoscenici di grande prestigio ed infatti si sbarazzano abbastanza agevolmente di Cile (1-0 con gran gol di Breitner) ed Australia (3-0), mentre per i cugini dell'Est vittoria 2-0 contro i Socceroos ed un buon 1-1 contro la nazionale andina.
Manca quindi la terza partita per decidere il vincitore del girone che però nel turno successivo se la dovrà vedere con la forte Olanda di Cruijff e compagnia.
Ad entrambe sarebbe sufficiente un pareggio per passare al secondo girone, ma i rapporti diplomatici tra i due paesi sono sempre tesi, cosicché non sarà esclusa battaglia sul campo.
Ovviamente la tensione è alle stelle e la paura di attacchi terroristici è naturalmente sensibile; lo stato Federale dispiega un gran numero di poliziotti e numerose misure di sicurezza per far sì che la sfida si porti a compimento senza intoppi; a tal proposito è ancora fresco il ricordo dell'attentato alle Olimpiadi di Monaco in cui persero la vita alcuni atleti israeliani.
Il 22 giugno 1974 il Volksparkstadion di Amburgo è gremito da più di 60.000 persone che assistono ad una delle partite più significative che la storia del calcio ricordi. La prevalenza è per i bianchi di casa che oltre ad avere un tasso tecnico superiore possono disporre dell'appoggio del pubblico amico ben intenzionato a surclassare chi sta dall'altra parte del muro. Gli "ospiti" sono circa 8.000 tutti provvisti di un particolare visto che li rispedirà a Berlino Est al termine della partita.
Alle 19:30, agli ordini dell'uruguaiano Barreto Ruiz, è tutto pronto dopo lo scambio di gagliardetti tra i capitani Franz Beckenbauer e Bernd Bransch.


Come dicevamo, la differenza tecnica è sulla carta notevole. I bianchi dell'Ovest dispongono di 11 giocatori con grande esperienza internazionale. Tra i pali Sepp Maier, autentico folletto della porta talvolta irritante per il modo di fare, ma tant'è efficace e questo basta al commissario tecnico Helmut Schon.
La difesa, incentrata sull'esperienza di Beckenbauer prevede sulla fascia sinistra il maoista Paul Breitner, terzino di notevole spinta e vincitore di numerosi trofei in Germania e non. Sulla fascia destra Berti Vogts, apertamente schierato con lo Stato Federale, è il giocatore che più vede come fumo negli occhi le persone aldilà del muro. Accanto a Beckenbauer, Hans Georg Schwarzenbeck, 6 volte campione di Germania.
Il centrocampo è composto da due giocatori del Colonia, una delle poche squadre che in quegli anni era in grado di contrastare lo strapotere del Bayern Monaco: Wolfgang Overath e Bernd Cullmann, con il primo che ha vestito la maglia dei Caproni ben 765 volte.
A completare la linea mediana Jurgen Grabowski, bandiera dell'Eintracht Francoforte con cui vinse poi la Coppa UEFA del 1980 e Heinz Flohe.
In attacco la letale furbizia di Gerd Muller è accompagnata da Uli Hoeness, suo compagno al Bayern Monaco e futuro dirigente della squadra bavarese.


I tedeschi dell'Est rispondono con una squadra certamente più "umile". Il tutto agli ordini del tecnico Georg Buschner a cui fu vietato il viaggio nell'Ovest al momento del sorteggio per paura di una fuga senza ritorno.
In porta il simbolo dello Sachsenring Zwickau, Jurgen Croy, una vita spesa con il club della Sassonia e per molti considerato il miglior portiere della Germania Est di tutti i tempi.
Insieme a capitan Bransch, difensore dal gol facile, compongono la linea arretrata Gerd Kische dell'Hansa Rostock, Konrad Weise vincitore di 3 coppe della Germania Est con il Carl Zeiss Jena; Siegmar Watzlich che con il suo Dinamo Dresda dominò la scena negli anni 70 ed il libero Lothar Kurbjuweit altra bandiera del Carl Zeiss Jena.
A centrocampo Reinhard Lauck della Dinamo Berlino, la squadra più vincente della DDR Oberliga. Lauck debutta al Mondiale proprio contro i cugini dell'Ovest.
Harald Irmscher, dotato di grande sostanza ed in forza al Carl Zeiss Jena di cui allenerà anche le giovanili.
Punta di diamante nel particolare 4-3-3 è Jurgen Sparwasser, mezzala dal grande passo e con una media di un gol ogni due partite con il Magdeburgo fresco vincitore della Coppa delle Coppe.
Hans Jurgen Kreische, nato e vissuto a Dresda e pluricampione con la Dinamo insieme a Martin Hoffmann, altro prodotto del Magdeburgo, completano l'11 iniziale dei ragazzi di Buschner.


La partita è stradominata dagli occidentali che per una larga parte di gara tengono in mano il pallino del gioco; dal canto loro gli orientali, consapevoli dei minori mezzi, si difendono con ordine vacillando solo una volta sul palo colpito da Gerd Muller.
In una sorta di silenzio irreale è Sparwasser a decidere la partita al minuto 77 sfruttando una disattenzione della difesa in maglia bianca.
E' un duro colpo per la Germania Ovest che non riesce a raddrizzare la partita; paradossalmente la sconfitta garantisce agli occidentali un secondo girone più morbido che gli accompagnerà fino alla finale del 7 luglio vinta per 2-1 contro l'Olanda.


La Germania Est abbandonerà la manifestazione al secondo turno, eliminata da Olanda e Brasile; il gol di Sparwasser suscitò una grande reazione in tutta la Germania dell'Est e nei paesi filocomunisti che usarono la storica rete anche come mezzo di propaganda contro il "tiranno d'occidente".
Il premio Nobel per la letteratura Gunter Gross commenterà così: "Sparwasser accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandoci persino Hottges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete".
Tralasciando fatti e risvolti storici, abbiamo voluto raccontarvi, seppur brevemente, chi prese parte a quella storica quanto politica partita. Ancora una volta il calcio si è mostrato al mondo in maniera positiva; nessuno scontro andò in scena in quella sera ad Amburgo.


Matteo Maggio

martedì 24 febbraio 2015

UN TRIDENTE INDEPENDIENTE

In molti dei nostri articoli ci siamo occupati di grandi campioni, esaltandone le gesta e le conseguenti vittorie ottenute.
Altre volte ci siamo concentrati su intere squadre, descrivendone i vari protagonisti ed il relativo schema di gioco.
Più nel dettaglio, in un precedente articolo, abbiamo decritto "La Maquina", mettendo in luce la spettacolarità e la forza di tale indimenticabile quintetto offensivo argentino.
Qualche anno prima sempre in Argentina, più precisamente ad Avellaneda, un altro sistema di gioco si è imposto nella storia del calcio sudamericano, con numeri realizzativi sbalorditivi e finora irripetibili.
In questo caso il numero dei suddetti protagonisti passa da cinque a tre, ma la classe dei protagonisti è pressoché simile.
L'Independiente vince i suoi primi campionati nazionali nel 1938 e nel 1939, grazie ai prodigi di un fantastico tridente formato da Vicente De La Mata, Antonio Sastre ed Arsenio Erico.
Se a prima vista l'aver vinto due titoli non sembra poi quella grande impresa, vale la pena ricordare come tale trio d'attacco abbia realizzato insieme qualcosa come 556 reti in gare ufficiali.
Scendendo nel dettaglio ci accorgeremo di come la caratteristiche di tali giocatori siano perfettamente connesse tra loro, tanto da formare uno degli attacchi più completi e meglio assortiti di tutta la storia del calcio.
Nella successiva analisi ci renderemo conto di come ciascuno di essi abbia contribuito in maniera davvero personale a consegnare il nome di quell'Independiente alla leggenda.
Vicente De La Mata è il classico giocatore al quale è difficile attribuire una posizione in campo, tanta è la sua inclinazione a svariare per il campo, facendosi trascinare dal suo enorme talento.


Autentico esperto dell'arte del dribbling, è in grado di far ammattire il diretto avversario con finte ripetute e con azioni dirompenti.
Nonostante un certo gusto per la giocata spettacolare, non si abbandona mai alla giocata "fine a se stessa", ma riesce con uguale misura a fornire assist invitanti così come a trovare la via della rete.
A tal proposito segna 151 in 13 stagioni con la maglia dei "Los Diablos Rojos", dimostrandosi molto di più di una classica mezzala.
Ad esempio nel 1939 sono addirittura 38 le sue realizzazioni nel campionato vinto dall'Independiente.
Le cronache dell'epoca lo descrivono anche come un giocatore di grande classe, tanto da lasciare incantati per il tocco di palla e per la naturalezza del suo gioco.
Otre ai due titoli nazionali già citati, vince nel 1948 il suo terzo ed ultimo titolo di campione d'Argentina.
Nel 1951 passa al Newell's Old Boys, squadra del quale è tifoso, dove curiosamente segna una sola rete nell'unica stagione giocata.
Termina la carriera nel club che l'ha cresciuto, il Central Cordoba.
Con la nazionale gioca solo 13 partite, ma tale esiguo numero di presenze non deve trarre in inganno: con la "Albiceleste" vince ben 3 Copa America e nella prima di esse si erge come principale protagonista.
Nel 1937 Argentina e Brasile sono appaiate con gli stessi punti ed è necessario uno spareggio per determinare il vincitore. La partita è equilibrata e scorbutica ed il tecnico Seoane decide di mettere in campo De La Mata solo all'86° minuto: la scelta si rivela vincente, perché la funambolica mezzapunta segna una doppietta nei tempi supplementari, portando la coppa a Buenos Aires.
A conferma della sua decisività, vi è anche il merito di essere andato a segno in tutte e tre le manifestazioni vinte, anche in quella del 1946, dove viene aggregato all'ultimo minuto.
Non meno fondamentale il contributo di Antonio Sastre, da molti ritenuto la vera "mente" di quell'Independiente.


Il suo ambito di riferimento è la trequarti, ponendosi leggermente più arretrato dei compagni di reparto, per sfruttare una visione di gioco che ha davvero pochi eguali.
Dotato di grande facilità di lancio, è in grado di servire i compagni con estrema semplicità, dimostrando un'intelligenza calcistica superiore rispetto al livello del calcio di quei tempi.
Sembra quasi impossibile sottrargli il pallone ed è ugualmente bravo nel farsi trovare smarcato, muovendosi con disinvoltura su tutto il fronte offensivo.
In un sistema di gioco che fa del gol la sua peculiarità, Sastre da il suo notevole contributo, segnando 112 gol nelle 11 stagioni passate ad Avellaneda.
Nel 1942 passa a sorpresa nel campionato brasiliano, per giocare 5 stagioni con la maglia del San Paolo: le inevitabili perplessità dei tifosi vengono ben presto superate, grazie alla classe assoluta del giocatore argentino, che contribuisce alla vittoria di ben 3 Campionati Paulisti.
Nel 1947 gioca un'ultima stagione nel GImansia La Plata, dove conclude la sua celebrata carriera.
Anche la nazionale argentina non può fare a meno delle sue geometrie, convocandolo con costanza dal 1933 al 1941. In tale contesto vanta 36 presenze con 6 gol, contribuendo in modo altamente significativo ai successi in Copa America del 1937 e del 1941. In quest'ultima edizione è proprio un suo gol all'Uruguay a garantire la vittoria per 1-0 all'Argentina, regalando un successo decisivo per la classifica finale del torneo.
A questo punto non resta che descrivere le gesta del massimo finalizzatore del suddetto tridente, considerato il più forte giocatore paraguaiano di tutti i tempi ed ancora oggi detentore del record di gol segnati nel campionato argentino (293).
Basterebbero queste premesse per capire che Arsenio Erico è uno dei più forti giocatori sudamericani di tutti i tempi.


Si dimostra da subito un eccelso centravanti d'area di rigore, trovando con facilità la rete tanto di piede quanto con portentosi stacchi di testa.
In quest'ultimo fondamentale sembra non conoscere timori, andando a contendere la palla a scapito della propria sicurezza, sfruttando una straordinaria elevazione, da subito uno dei suoi marchi di fabbrica.
Nel tempo affina anche una tecnica di altissimo livello, che lo rende abile anche in soluzioni balistiche ed acrobatiche di estrema difficoltà.
Con De La Mata e Sastre affina subito una spontanea intesa ed i suoi movimenti sono proficui all'apertura di invitanti spazi, così come a sfruttare geniali imbeccate da parte dei fenomenali partner d'attacco.
Cresce nel Club Nacional, dove esordisce quindicenne, mettendosi subito in mostra come un talento senza precedenti. L'Independiente lo acquista nel 1933, quando il formidabile attaccante paraguaiano può già vantare più gol che presenze con il proprio club.
Nonostante la frattura della gamba subita nel 1935, si ristabilisce al meglio, contribuendo con numeri leggendari al doppio successo del club di Avellaneda.
Nel 1947 lascia l'Independiente per giocare solo 7 partite nell'Huracan, prima di chiudere la carriera in patria nel Club Nacional, dove gioca a singhiozzo (26 presenze), ma riesce a segnare 21 reti.
In una simile carriera l'unico rammarico è legato al contesto della nazionale: il Paraguay dell'epoca non è una squadra di alto livello e nonostante le 26 reti messe a segno, Erico non riesce a mettersi particolarmente in mostra con la maglia "Albirroja".


I numeri ed il valore di tali campioni non possono che consentire loro di essere inseriti tra i più grandi di tutti tempi, non solo per quanto riguarda il contesto sudamericano.
La capacità di mettere al servizio del collettivo le propria qualità rende quasi unico questo trio offensivo, formato da autentiche leggende.
Non è stato coniato un termine per questo sistema di gioco, ma se a Buenos Aires avevano una macchina, ad Avellaneda avevano qualcosa di davvero molto simile.


Giovanni Fasani

venerdì 20 febbraio 2015

IL MUSULMANO DAGLI OCCHI AZZURRI

Già in qualche articolo abbiamo parlato di come il calcio sia lo sport di punta del Vecchio Continente; inventato dagli inglesi nel 1800 piano piano si è propagato in tutta Europa sino a diventarne un vero e proprio riferimento di tante generazioni cambiando la vita di chi lo segue in maniera viva e passionale.
Nel 1930 in Uruguay si giocò la prima edizione dei Mondiali con appena 13 squadre al via e con un'organizzazione che ai giorni nostri è definita obsoleta.
A quel primo Mondiale parteciparono prevalentemente squadre europee e sudamericane con il calcio africano che entrò a farne parte 4 anni dopo dove l'Egitto abbandonò il torneo al primo turno contro la più forte Ungheria.
Dal 1998 la FIFA diede al calcio africano la possibilità di far partecipare alla fase finale di un Mondiale 5 squadre, complice l'allargamento da 24 a 32; in quell'edizione passò il primo turno solamente la Nigeria ben presto eliminata dalla Danimarca negli ottavi di finale.
Quattro anni dopo a stupire tutti in Corea del Sud e Giappone fu il Senegal, alla sua prima partecipazione ad un Mondiale e giustiziere della Francia nel match iniziale grazie allo storico gol di Papa Bouba Diop, che diede inizio allo splendido cammino della selezione senegalese. Artefice di quella gloriosa cavalcata fu Bruno Metsu, tecnico francese con un passato da centrocampista in patria.


La carriera di Metsu inizia ad appena 15 anni quando muove i primi passi nell'Hazebrouck, squadra del nord della Francia molto vicina a Calais e da lì viene ingaggiato dall'Anderlecht, che storicamente è società molto attenta a selezionare i giovani talenti. Rimane in maglia biancomalva per tre stagioni dove però non trova il giusto spazio e la consacrazione che ci si aspetta. Tuttavia ha la possibilità di vincere un campionato ed una Coppa del Belgio.
Nel 1975, dopo due stagioni tra Dunkerque ed Hazebrouck, passa al Valenciennes con cui resta legato 4 stagioni e con cui ha la fortuna di giocare quasi 120 partite; praticamente uno dei titolari fissi dello scacchiere di Jean-Pierre Destrumelle, tra gli allenatori più apprezzati della squadra biancorossa.
Il 1979 è per Metsu l'anno giusto per fare un piccolo salto di qualità. Le sue prestazioni vengono notate dal Lille che ne fa un suo tesserato per due stagioni, prima di un altro passaggio, quello al Nizza, ultima squadra di primo piano nella carriera del riccioluto centrocampista.
Chiude la carriera nel 1987 con la maglia del "piccolo" Beauvais.


Nello stesso anno, poco dopo aver appeso le scarpe al chiodo, ha inizio la carriera da allenatore che lo consacrerà come uno dei migliori del proprio paese, per lo meno a livello di qualità/risultati ottenuti.
Per 5 stagioni è il condottiero del Beauvais con cui si toglie la soddisfazione di raggiungere i quarti di finale di Coppa di Francia nel 1989 dopo aver fatto fuori Lens e Caen, entrambe squadre di prima divisione.
Come per la carriera da calciatore, anche quella da allenatore prova a decollare nel 1992, ma l'unica stagione passata al Lille non è delle più felici e viene chiusa col 17° posto finale, appena in tempo per non retrocedere in seconda divisione.
Fino a fine millennio è protagonista soprattutto sulla panchina del Sedan con cui vive delle tranquille stagioni nelle serie inferiori senza mai sfiorare la scalata alla massima serie.
Il 2000 diventa quindi l'anno della svolta professionale di Metsu che lascia la Francia per iniziare una "nuova vita" come Commissario Tecnico della Guinea; avventura che dura ben poco per alcune incomprensioni con la federazione.
Arriva quindi la chiamata del Senegal e le cose prendono una strada diversa. I Leoni del Teranga non hanno mai ottenuto nulla a livello continentale e men che meno a livello mondiale dove mai hanno potuto partecipare ad una fase finale di un Mondiale.
Il tecnico francese riesce nell'impresa dopo aver completato un cammino a dir poco trionfale.
La proverbiale indisciplina tattica che caratterizza le squadre africane viene ben presto spazzata via dall'ordine che Metsu riesce a dare ai suoi.
Dopo aver superato il Benin nel primo turno, il Senegal vince il Gruppo 3 di qualificazione subendo appena 2 reti in 8 partite ed avendo ragione del Marocco a livello di scontri diretti e differenza reti.


Nel frattempo trova anche il tempo di sposarsi convertendosi all'Islam, segno tangibile della sua svolta a livello professionale e personale (modificherà il suo nome in Abdou Karim Metsu).
In Senegal diventa un vero e proprio idolo con la consapevolezza che la squadra può far bene anche nella rassegna nippo-coreana, dall'alto di una rosa con giovani promettenti e certo vogliosi di mettersi in mostra al "calcio che conta".
L'esordio è da brividi quando di fronte si presenta la Francia campione in carica e strafavorita dal pronostico di milioni di appassionati; ma che però non ha fatto i conti con lo sconosciuto Senegal che riesce ad imporsi grazie ad un gol di Papa Bouba Diop, centrocampista in forza al Lens.
Il successivo 1-1 contro la Danimarca ed il rocambolesco 3-3 contro l'Uruguay, qualificano la squadra africana allo storico ottavo di finale da disputarsi contro la Svezia.
Il mondo del calcio è ovviamente impressionato da questi ragazzi che in campo sembrano letteralmente conoscersi a memoria, il tutto con il condottiero Metsu a guidare la (quasi) perfetta macchina senegalese.
A regalare la storica vittoria è Henri Camara, attaccante del Sedan (guarda caso) che al minuto 104 mette a segno lo storico golden goal.


Ad interrompere il sogno dei Leoni ci pensa un altro golden goal, quello del turco Ilhan Mansiz che qualifica i turchi alla semifinale.
E' un grande risultato quello ottenuto da Metsu ed i suoi ragazzi che al termine del Mondiale avranno l'occasione di qualche chiamata da alcuni grandi club.
A differenza dei risultati ottenuti con le squadre di club, Metsu si dimostra abile selezionatore e motivatore infondendo nei suoi giocatori la consapevolezza di essere prima di tutto un grande gruppo.
Al termine del Mondiale viene ingaggiato dagli emiratini dell'Al Ain accettando un ben più ricco contratto professionale; ma chi pensa che Metsu sia andato a svernare dovrà ricredersi ben presto ed infatti nelle due stagioni passate nel club biancoviola, porta in bacheca due campionati nazionali e la AFC Champions League del 2003 conquistando numerosi consensi tra chi lo vorrebbe alla guida della nazionale emiratina.
E ci arriverà nel 2006 dopo aver vinto anche un altro campionato, quello qatariota alla guida dell'Al Gharafa; ma l'esperienza sulla panchina della nazionale non sarà prolifica, complice una Coppa d'Asia 2007 giocata sotto le aspettative.
Prima di tornare per una stagione all'Al Gharafa, guida la nazionale qatariota dal 2008 al 2011, con la federazione che spera di ottenere un buon risultato alla Coppa d'Asia da disputarsi nel proprio paese. Ma sul proprio cammino c'è il Giappone che riesce ad imporsi 3-2 nel quarto di finale, con i ragazzi di Metsu che per una larga parte della partita hanno sperato di ottenere la qualificazione al turno successivo.


Purtroppo la vita non sempre riserva le cose migliori e Metsu si ammala di cancro, malattia che lo priva della vita il 15 ottobre 2013 all'età di 59 anni, dopo che aveva lasciato il calcio da allenatore dell'Al Wasl, ricca squadra di Dubai da cui aveva ereditato l'incarico da Diego Armando Maradona.
Mentre tutti avremo sempre negli occhi la splendida cavalcata del Senegal, ci sarà sempre il rimpianto di cosa ancora avrebbe potuto dare al calcio africano o asiatico. Due mondi a cui ha regalato titoli ed entusiasmo, diventando uno di loro prima e dopo il matrimonio, una cosa sicuramente reciproca per il musulmano dagli occhi azzurri.


Matteo Maggio

martedì 17 febbraio 2015

A RITMO DI MAZURKIEWICZ

Ci sono azioni di gioco che sono entrate nella leggenda, vuoi per via dei protagonisti delle stesse, vuoi perché effettuate in contesti di straordinaria importanza.
Tante volte le due cose coincidono ed alla storia del calcio passano immagini uniche ed indimenticabili, che anche a distanza di anni vengono ancora ricordate e celebrate.
L’elenco sarebbe lunghissimo ed ovviamente la maggior parte di esse sono relative ad una fantastica realizzazione o, magari, ad un’incredibile parata.
Tuttavia ve ne sono altre che restano nella memoria anche se non riguardano un gol, ma solo per la spettacolarità della giocata ed il valore degli attori in campo.
Nel Mondiale del 1970 durante Brasile-Uruguay, Pelè si rende protagonista di una fantastica finta con la quale elude l’intervento del portiere, per poi concludere con un tiro di poco a lato.


Nonostante l’esito di tale meravigliosa azione, tutto il mondo ricorda e celebra “O Rei” per l’ennesima dimostrazione di un’intelligenza calcistica superiore e di una classe unica.
L’estremo difensore, quasi involontario protagonista di tale dinamica, non è però un semplice comprimario, ma il migliore portiere del suddetto Mondiale, finito, quasi per caso, in una delle azioni più famose della storia del calcio.
Ladislao Mazurkiewicz è uno dei più forti portieri del periodo e, probabilmente, il più forte portiere uruguaiano di tutti tempi.
 

Su quest’ultima affermazione si potrebbe ovviamente obbiettare, data la concorrenza di Mazali, Ballesteros e Maspoli, portieri delle ultime vittorie della “Celeste”.
Come sarebbe opportuno specificare che in quel Brasile-Uruguay, terminato 3-1, Mazurkiewicz compie un paio interventi strepitosi proprio su Pelè.
Pur non essendo particolarmente alto (179 cm), eccelle in tutti i fondamentali del ruolo, anche se la sua qualità migliore è rappresentata dagli straordinari riflessi.
Il portiere di origine polacca sorprende tutti per la facilità con la quale riesce a deviare palloni impossibili, facendo leva su di un'elasticità fisica strepitosa.
Inoltre è sicuro e coraggioso nelle uscite, riuscendo più volte ad opporsi agli avversari con interventi temerari ed efficacissimi.
Altra sua peculiarità è la presa sicura, che sfoggia anche in difficili interventi volanti, dove la palla resta comunque ben salda nelle sue mani.
A soli 19 anni viene infatti acquistato dal Penarol, che rimane incantato dalle sue prestazioni al Mondiale Under 19, dove trascina la rappresentativa alla vittoria finale.
Quello che è certo è che Mazurkiewicz sia una sorta di predestinato, tanto da esordire a soli 20 anni addirittura in una decisiva partita di Copa Libertadores.: nel 1965 sostituisce il titolare Luis Maidana nello spareggio di semifinale giocato, ironia della sorte, proprio contro il Santos di Pelè.
Il talentuoso portiere risulta decisivo nella vittoria finale per 2-1 ed in pratica non abbandona più la porta dei “Carboneros” fino al 1971.
Durante tale periodo vince 3 campionati uruguaiani, stabilendo anche record ancora oggi imbattuti.
Nel 1967 mantiene la porta inviolata per 985 minuti in campionato, mentre l’anno dopo subisce appena 5 reti in tutto l’arco del torneo, portando agli annali un primato difficilmente superabile dai posteri.
Indubbiamente la difesa del Penarol contribuisce alle grande a questi impressionanti numeri, ma Mazurkiewicz si erge grandissimo protagonista, tanto da diventare un vero e proprio idolo per la tifoseria.
Quest'ultima gli attribuisce due storici soprannomi: il primo è "Chiquito" (il ragazzo), che lo caratterizza durante la prima stagione disputata.
Il secondo, "El Arquero Negro" (il portiere nero), dovuto alla sua consueta divisa nera, lo accompagna fino alla fine della carriera.
L’anno migliore per lui e la squadra è sicuramente il 1966, dove arrivano i successi in Copa Libertadores e nella successiva Coppa Intercontinentale, quest’ultima ottenuta con una doppia vittoria per 2-0 sul Real Madrid.


Sia all'andata che al ritorno con le "Merengues" Mazurkiewicz è il protagonista assoluto, compiendo vari e decisivi interventi a difesa della propria porta.
L'anno dopo arriva anche il successo con la maglia della nazionale, grazie alla vittoria della Copa America: anche in questo caso il portiere del Penarol è grandissimo protagonista, subendo solo 2 reti nelle 5 partite disputate.
Come già accennato, nel 1972 decide di tentare esperienze all’estero, giocando con l’Atletico Mineiro, il Granada, il Cobreloa e l’America de Cali, senza però replicare i successi ottenuti nella madre patria.
Nonostante il cambio di club resta comunque un punto fermo della selezione uruguaiana, giocandovi ben tre Mondiali.
Nel Mondiale del 1966 si fa conoscere nel contesto internazionale, in particolare ottiene grandi consensi nella partita d’esordio, dove le sue parate bloccano l’Inghilterra sullo 0-0.
Nel 1970, come anticipato, si rivela il miglior portiere del torneo e riceve anche i complimenti del leggendario Jascin, che lo elegge come più forte del momento e suo ideale successore come massimo riferimento per il ruolo.
Quattro anni più tardi l'avventura dell'Uruguay si ferma al primo turno, ma l'estremo difensore conferma la sua nomea risultando di gran lunga il migliore della sfortunata spedizione.
Al termine del torneo dice addio alla maglia della "Celeste", dopo 36 partite con soli 35 gol al passivo.
Nel 1980 accetta una nuova proposta del Penarol e ritorna a giocare all'Estadio Centenario, tra l'entusiasmo assoluto del pubblico.
La nuova avventura dura solo una stagione, impreziosita dal suo quarto ed ultimo titolo di campione nazionale.
Decide, infatti, di ritirarsi nel 1981 per intraprendere la carriera di preparatore dei portieri, nonostante la dirigenza sia pronta a garantirgli un ottimo contratto per poter beneficiare delle sue prestazioni.

 
Lascia stupiti la sua scelta di abbandonare il Penarol a soli 27 anni, per giunta per approdare a squadre non particolarmente vincenti (se non si considera il titolo di campione nazionale brasiliano vinto con l'Atletico Mineiro).
Probabilmente l'aver esordito giovanissimo e l'aver vinto tutto quello che si poteva vincere gli hanno dato la spinta per ricercare sfide nuovo lontano da Montevideo.
Al di là delle scelte personali, resta uno dei massimi interpreti del ruolo di portiere, per la grande sicurezza associata ad un particolare gusto per la spettacolarità.
Insieme a pochi altri può essere considerato un portiere in grado di fare la differenza, potendo davvero essere considerato un valore aggiunto per la propria squadra.
Magari i più se lo ricorderanno per la storica azione citata all'inizio dell'articolo, ma sicuramente Pelè si è accorto di lui già da quella semifinale del 1965, dove il "Chiquito" , poi diventato El Arquero Negro" , gli ha parato tutto.


Giovanni Fasani 

venerdì 13 febbraio 2015

LACRIME GHANESI

L'Africa, un continente meraviglioso ed allo stesso tempo contraddittorio. Immenso, pieno di persone che spesso lottano tutti i giorni per un tozzo di pane.
In Africa il calcio è forse l'ultimo dei problemi, eppure in tempi recenti anche in questo continente il calcio ha cercato di evolversi, pur con le difficoltà del caso, ma è innegabile che rispetto agli anni 70 ed 80 qualcosa è cambiato; ci sono scuole calcio, alcuni impianti sono stati modernizzati ed il fatto che molti giocatori blasonati abbiano fatto fortuna in Europa, ha aiutato tutto il sistema a fare dei piccoli passi avanti.
Dire un giocatore simbolo africano non è impresa facile, sono vari i protagonisti che si sono susseguiti nel corso degli anni: Da Milla a N'Kono, da Drogba a Yaya Touré, da Seydou Keita ad Abedì Pelé e via via tanti altri.
Chi è nato come noi negli anni 80 ha iniziato a masticare qualcosina di calcio nei primi anni 90, complice l'organizzazione del Mondiale nel nostro paese che ha portato negli stadi tantissime culture diverse facendoci conoscere diversi tipi di interpretare il calcio.
Esattamente un anno dopo, nel nostro paese si è giocò un altro Mondiale, quello riservato agli under-17 con 16 squadre al via e con alcuni nomi che i grandi palcoscenici hanno saputo apprezzare nel corso degli anni a venire: Alessandro Del Piero, Juan Sebastian Veron e Marcelo Gallardo tanto per citarne tre.
Ma in quel Mondiale agli onori della cronaca si segnalò, soprattutto per un gol al Brasile nei quarti di finale, Nii Odartey Lamptey, attaccante ghanese, capocannoniere di quel Mondiale e futuribile stella per di più già proprietà dell'Anderlecht.


Come la maggior parte dei bambini africani, Lamptey non ha avuto un'infanzia facile: spesso vittima di abusi da parte dei genitori, trovava nel calcio un vero e proprio sfogo che lo teneva lontano dalla cattiva educazione di mamma e papà.
I primi problemi "da professionista" li ha quando approda, neanche 14enne, al Kaloum Stars, piccola squadra di fede musulmana in cui riuscì a mettere in mostra tutto il suo talento ergendosi come vero fenomeno in mezzo a tanti ragazzini vogliosi di fare bene.
Quasi per riconoscenza, Lamptey decise di convertirsi a tale fede subendo, come se non bastasse, le pressioni del padre discendente di una famiglia cristiana e che mal digerì la conversione del figlio. Fatti non confermati indicano come il padre era solito interrompere le preghiere del figlio, spesso usando la violenza.
Stanco di questi abusi e riconciliatosi poi col padre, si riconvertirà al cristianesimo qualche anno dopo.
La carriera calcistica di Nii decollò al Mondiale under-17 del 1989 dove si distinse come uno dei maggiori talenti ed attirando su di se le attenzioni dell'Anderlecht che lo mise sotto contratto all'età di 15 anni.
Addirittura Lamptey pare abbia interrotto lui stesso l'affare col rappresentante belga giunto in Ghana, in quanto la federazione non voleva privarsi della sua gallina dalle uova d'oro.
Dopo varie peripezie il giocatore riuscì a raggiungere il Belgio dopo un viaggio estenuante che lo portò a fingersi figlio prima del tassista che lo ha portato in Nigeria e poi di Stephen Keshi che ai tempi militava proprio nell'Anderlecht.
Di tutto ciò i suoi genitori erano all'oscuro e Nii partì con i pochi soldi racimolati dal Mondiale scozzese di qualche anno prima.


Nel frattempo arriva il Mondiale italiano dove il Ghana trionfa trascinato dai 4 gol di Lamptey che va a segno nella prima gara del girone contro Cuba, nella seconda contro l'Uruguay e nel quarto di finale contro il Brasile. Non segnerà in finale, ma tanto basterà perché Pelé spenda le seguenti parole: "E' il mio successore", salvo ricredersi qualche anno dopo.
Qualche parola di elogio arrivò anche dagli Stati Uniti, dove addirittura il New York Times dedicò un articolo alla nuova stella nascente.
Nello stesso anno si guadagnò la convocazione nella nazionale maggiore dove giocatori del carisma di Abedì Pelé ed Anthony Yeboah erano i veri e propri leader dello spogliatoio.
E proprio quello spogliatoio (inteso come compagni di squadra) non gli sorriderà praticamente mai nella vita. Durante il suo debutto con i grandi, in un partita contro il Togo valevole per le qualificazioni alla Coppa d'Africa, Lamptey si sentì male; a detta sua, per colpa di alcune macumbe lanciate dai compagni di nazionale rei di non aver sopportato la sua fuga verso l'Europa.
Nello stesso anno si toglierà la soddisfazione di conquistare la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Barcellona, risultando ancora una volta uno dei migliori.
Dopo aver siglato 9 gol in 3 anni all'Anderlecht (giocando a singhiozzo), arriva la chiamata del PSV Eindhoven messosi alla ricerca di un degno sostituto di Romario; all'inizio le cose non andarono male, anzi, i suoi 10 gol in 22 partite contribuirono notevolmente al terzo posto finale che spedì la squadra olandese in Coppa UEFA.
Ma purtroppo per lui, ragazzo scappato dal suo paese senza un'adeguata istruzione, iniziarono altri problemi legati per lo più alla lingua ed al rapporto coi compagni di squadra.
L'anno dopo si ritrovò a giocare nell'Aston Villa, purtroppo per lui punto di partenza verso il declino calcistico e non solo. Dopo aver realizzato una tripletta in Coppa di Lega, venne spedito al Coventry da Roy Atkinson; ma anche con la maglia degli Sky Blues le cose andarono per il verso sbagliato; unica soddisfazione un altro match di Coppa di Lega dove realizzò una doppietta all'Hull City.


Nel 1996 gioca (temporaneamente) il suo ultimo match con la maglia del Ghana e lo fa nella semifinale della Coppa d'Africa dove venne espulso attirandosi le ire dei compagni che lo additarono come responsabile della mancata conquista della finale.
Un anno dopo tenta l'ultima avventura europea approdando al Venezia dove non andò oltre le 5 presenze senza mai ambientarsi ai dettami del più tattico dei campionati europei.
Ad appena 23 anni ci si accorse che la carriera di Lamptey era praticamente giunta al termine e trovare le colpe di questo fiasco è davvero impresa ardua. Ma il mondo del calcio con chi non si sa ambientare è spietato, soprattutto in Europa, da sempre considerata come l'elite dello sport più seguito al mondo.
In Ghana ormai era quasi visto più come un traditore che un amico, persino dalla sua famiglia arrivata addirittura a togliergli la parola per il fatto di aver sposato Gloria, una ragazza di una tribù rivale alla sua; una sorta di tradimento alla propria religione.
Trasferitosi in Argentina per vestire la maglia dell'Union Santa Fe, Lamptey inizia a capire che la vita proprio non ha voglia di sorridergli; il figlio Diego (chiamato così in onore di Maradona) muore a causa di una rara malattia, stessa sorte che capiterà ad un'altra figlia qualche tempo dopo.
Dopo aver racimolato poche presenze con i biancorossi dell'Union Santa Fe, Lamptey vorrebbe fare ritorno in Belgio colpito dalla depressione della grave perdita famigliare; e proprio quando sta per fare le valigie e tornare nel Vecchio Continente viene a sapere che il suo cartellino è di proprietà di un fantomatico Antonio Caliendo, più interessato al suo portafoglio che alla crescita dei propri assistiti.
Inizia un lungo girovagare che lo porterà prima in Turchia, poi in Portogallo e successivamente in Germania dove vestirà la maglia del Greuther Furth con cui trovò una certa continuità, ma senza mantenere quelle promesse di cui disponeva da adolescente.
Il tutto condito da alcuni episodi di razzismo da parte dei compagni di squadra che derisero in più occasioni l'involontaria ignoranza di Lamptey.


Che la sua carriera calcistica sia ormai al capolinea è cosa certa; tenta per lo meno di salvare quella personale. Qualche settimana dopo la scomparsa della seconda figlia, prese ciò che rimaneva della sua famiglia e si trasferì in Cina con la maglia dello Shandong Luneng; tale periodo fu definito da lui stesso come il migliore della sua carriera dove finalmente riuscì a trovare un briciolo di serenità, accolto come una persona normale e senza pregiudizi.
Nel 2005 tornò in Ghana per vestire la maglia dell'ambizioso Asante Kotoko, una delle squadre ghanesi più famose, prima di chiudere la carriera calcistica con la maglia dei sudafricani dello Jomo Cosmos.
Negli ultimi anni, come se la sfortuna non lo avesse mai colpito, fece l'amara scoperta che i tre figli avuti da Gloria non erano suoi come dimostrato dalla prova del DNA; oltre al danno pure la beffa per un inganno durato 20 anni e su cui mai c'erano stati sospetti.
Ma Lamptey è uno che nella vita si è sempre rialzato ed appese le scarpe al chiodo ha intrapreso la carriera di insegnate, aprendo una scuola vicino a Kumasi, dove cerca di fornire istruzione a numerosi bambini; quell'istruzione che a lui è sempre stata negata da una vita difficile accompagnata da persone sbagliate.


La prima volta che feci la conoscenza della terribile storia di Lamptey ero troppo piccolo per capire certe cose; col tempo poi mi sono spesso chiesto come sarebbe stata la sua carriera se il suo percorso fosse iniziato in maniera diversa, se avesse avuto un'adeguata istruzione e se avesse avuto due genitori orgogliosi del talento del proprio figlio.


Matteo Maggio

martedì 10 febbraio 2015

QUANDO SI ACCESE LA DINAMO TBILISI

In alcuni precedenti articoli abbiamo analizzato la cavalcata di particolari squadre nelle coppe europee, giungendo alla conclusione che la vittoria finale di tali compagini non fosse poi così tanto casuale.
Più di una volta tali poco considerate formazioni si sono rese protagoniste di grandi imprese, giocando quasi sempre contro pronostico.
Il fascino del calcio risiede anche in questi episodi, che, come preannunciato, sono sempre ottenuti con un lavoro di fondo ed una abilità troppe volte sottovalutata.
Nella stagione 1980/1981 la Dinamo Tbilisi vince la Coppa delle Coppe, sorprendendo più di un appassionato, ma non chi ha famigliarità con il percorso di crescita della squadra georgiana e con la sagacia tattica del tecnico Nodar Akhalkatsi.


Siamo negli anni '80 ed il contesto di riferimento è ovviamente quello sovietico dove la Dinamo si impone come une delle migliori squadre del periodo, nonostante la concorrenza "interna" sia davvero altissima.
I due campionati vinti (1964 e 1978) e le due coppe nazionali (1976 e 1979) rappresentano affermazioni storiche, in un sistema calcistico dominato dalle squadre di Mosca ed in misura minore dalla Dinamo Kiev.
Quello che manca è un successo a livello internazionale, che possa far conoscere il nome della Dinamo Tbilisi anche in occidente, dove la squadra georgiana era conosciuta solo per aver avuto tra le sue file il capo dei servizi segreti Lavrentij Pavlovic Berija.
Nel 1979 la formazione georgiana sorprende tutti, eliminando al primo turno il fortissimo Liverpool, infliggendogli anche un pesante 3-0 al Boris Paichadze.
L'avventura termina nel turno successivo per mano dell'Amburgo, ma la sensazione di avere in mano un gruppo importante e vincente è ben radicata nello staff tecnico.
L'occasione per dimostrarlo arriva quindi con la partecipazione alla Coppa delle Coppe, che il tecnico prepara in modo minuzioso, con uno schieramento a prima vista prudente e compatto, ma anche estremamente pratico.  


La rosa è composta esclusivamente da giocatori georgiani che, per di più, sono cresciuti nel club, avendo solo precedenti esperienze in squadre di Tbilisi o limitrofe.
Inutile dire come la dedizione alla causa ed il senso di appartenenza siano due armi nascoste a disposizione dei giocatori georgiani
A conferma di una valore medio alto vi è il fatto che quasi tutti i giocatori indicati nello schema sono nel giro della nazionale sovietica, alcuni in modo sporadico, mentre altri ne sono  elementi basilari.
Il concetto che emerge dal grafico precedente è quello di densità, particolarmente visibile dalla zona mediana del reparto offensivo, dove i centrocampisti garantiscono un enorme lavoro di copertura, facilitato da un'impeccabile impostazione tattica.
A tal proposito è doveroso citare Vitali Daraselia, uno degli elementi più completi e di prospettiva di tale reparto e stimatissimo anche dal commissario tecnico sovietico.
Sfortunatamente perde la vita nel 1982 a soli 25 anni, a causa di un incidente automobilistico (tragica sorte che capiterà anche nel 2001 a Davit Kipiani, altro eccellente centrocampista cardine della squadra).
In modo grossolano potremmo dire che la Dinamo Tbilisi giochi prevalentemente in contropiede, ma tale visione è vera sola in parte: sia i difensori che i centrocampisti sono in grado di ribaltare l'azione con rapidità ed il tutto viene fatto rapidamente e con il sostegno di tutta la squadra.
La forza della compagine georgiana risiede quindi nell'organizzazione difensiva e nella facilità con la quale una palla sottratta agli avversari diventi, rapidamente e collettivamente, un'azione offensiva brillantemente congeniata.
Ovviamente la duttilità e l'intercambiabilità dei ruoli sono due altri importanti fondamenti sui quali si basa il gioco voluto da Akhalkatsi.
Simbolo assoluto di tali principi è Vladimer Gutsaev, che sarebbe un attaccante come impostazione iniziale, ma che agisce a ridosso dell'unica punta e si presta con efficacia anche in un pesante lavoro di raccordo tra i reparti.
L'unico terminale offensivo è Ramaz Shengelia, decimo realizzatore di sempre del campionato sovietico e primatista del club per quanto riguarda le marcature internazionali (19 reti in 38 partite).
Per questo attaccante rapido ed incisivo i numeri sono positivi anche con la nazionale dell'URSS: 10 gol nelle 26 apparizioni concessegli.
Il simbolo vero della squadra è comunque Alexandre Chivadze, solidissimo centrale difensivo, nonché capitano e leader carismatico della squadra.
Le sua prestazioni sono utilissime anche alla nazionale, della quale sarà un elemento fondamentale anche per la futura nazionale di Lobanovsky, interpretando al meglio il ruolo sulla base dei concetti futuribili dell'allenatore ucraino.


Dotato di un ottimo senso della posizione e di notevoli doti fisiche, guida la difesa con autorità, imponendosi come riferimento in campo per l'allenatore.
Dotato anche di classe cristallina non disdegna anche le sortite offensive, così come viene fatto dagli altri "liberi" del periodo.
Puntando quindi sulla coesione del gruppo e sapendo di avere doti tecnico-tattiche importanti, la squadra inizia la sua avventura nel torneo affrontando i greci del Kastoria FC.
Dopo lo 0-0 ottenuto in Grecia la Dinamo vince in casa per 2-0, grazie alle reti di Gutsaev e Shengelia arrivate nelle seconda frazione di gioco.
Negli ottavi di finale vengono battuti agevolmente gli irlandesi del Wateford, sconfitti già all'andata in trasferta per 0-1 grazie al solito gol di Shengelia.
In Georgia arriva addirittura un sonoro 4-0, grazie alla doppietta di Daraselia, al gol del capitano Chivadze ad alla marcatura finale del difensore Chilaia, subentrato all'82° minuto e subito in gol 5 minuti dopo.
Arrivati ai quarti di finale, il livello dell'avversaria sale decisamente ed in tal senso il West Ham è un ostacolo davvero ostico.
La pratica viene però archiviata già all'andata giocata ad Upton Park, dove gli uomini di Akhalkatsi dilagano con un sonante 1-4.


A segno vanno nuovamente Chivadze e Gutsaev, prima che arrivi la doppietta di Shengelia ad incrementare il bottino ed a rendere inutile il gol inglese segnato da Davis Cross.
Nel ritorno gli "Hammers" si tolgono la soddisfazione di vincere per 0-1, in una partita controllata senza affanni dalla Dinamo Tbilisi.
In semifinale la squadra da battere è una squadra abituata al grande palcoscenico europeo: il Feyenoord.
Per la prima volta nel torneo la Dinamo gioca la prima partita in casa e riesce a sfruttare il sostegno del pubblico vincendo con un rotondo 3-0, grazie ad una doppietta di Sulakvelidze, inframezzata dal gol di Gutsaev.


A differenza di quanto successo con il West Ham, il ritorno in Olanda è davvero sofferto per la squadra georgiana, che perde per 2-0, dovendo patire fino alla fine per portare a casa il lasciapassare per la finale.
Quest'ultima si gioca il 13 maggio 1981 a Düsseldorf e l'avversaria è una sempre squadra tedesca, ma rappresentante però della Germania Orientale. Affrontando il Carl Zeiss Jena, la Dinamo Tbilisi si gioca la Coppa delle Coppe con una squadra sempre appartenente al blocco orientale.
Al di là dell'evidente fascino che la sfida suscita in tutti gli appassionati, la squadra della DDR si rende protagonista di brillanti turni di qualificazione, dove elimina compagini come Roma, Valencia, Newport County e Benfica.
Alla squadra allenata da Hans Meyer riescono anche incredibili rimonte: nel primo turno contro la Roma ribalta completamente il 3-0 subito in Italia, mentre contro il Newport riesce a vincere per 0-1 in Inghilterra, sopperendo al negativo risultato dell'andata.
Il tecnico tedesco può far affidamento su elementi quali Lothar Kurbjuveit, Rudiger Schnuphase, Eberhrard Vogel e sull'ispiratissimo Andreas Bielau.
Così come la Dinamo Tbilisi, la compagine tedesca fornisce tantissimi giocatori anche alla nazionale della Germania Est e quindi l'atto finale si prevede equilibrato e tecnicamente molto valido.
Il Carl Zeiss Jena passa in vantaggio al 63° minuto grazie ad un gol del difensore Gerhard Hoppe, subendo però il pareggio di Gutsaev solo 4 minuti dopo.
L'equilibrio viene sbloccato da un gran gol di Daraselia, che con una fantastica azione personale regala il primo e finora unico trofeo internazionale alla squadra di Tbilisi.


Tante volte a commento delle vicende calcistiche è facile etichettare alcune vittorie come "imprese leggendarie", con specifico riferimento ai successi ottenuti dalle squadre più famose o storicamente vincenti.
Il successo della Dinamo Tbilisi va ricordato in tale contesto, perché è figlio di grande applicazione in campo e di una generazione di calciatori che dalle parti della capitale georgiana sono ancora in attesa di rivedere.


Giovanni Fasani

venerdì 6 febbraio 2015

UDO LATTEK UBER ALLES

Come ormai avrete capito, al nostro blog preme riportare alla luce personaggi o squadre storiche che del calcio ne hanno rappresentato, anche solo per un momento, una bella storia o un significativo trionfo. 
Non ci piace cavalcare l'onda del momento solo perché una persona sia su tutti i rotocalchi sportivi salvo poi dimenticarsene in maniera abbastanza veloce; ma per l'articolo di oggi abbiamo deciso di fare una piccola eccezione per parlare di un allenatore che ha segnato, soprattutto negli anni 70, il calcio in maniera indelebile.
E' notizia di qualche giorno fa la triste scomparsa di Udo Lattek, uno degli allenatori più vincenti che la storia del calcio ricordi.


Dopo una veloce esperienza da calciatore, la carriera da allenatore iniziò quasi per caso quando entrò a far parte dello staff della nazionale guidata da Helmut Schon (altro tecnico molto apprezzato in Germania) che intravide nel giovane trentenne delle doti da futuro leader.
Le stesse doti vennero notate da Franz Beckenbauer, già da qualche anno leader della nazionale e del Bayern Monaco; proprio il difensore tedesco fece il nome di Lattek alla dirigenza bavarese, sinora guidata da Branko Zebec che lentamente stava perdendo credito nello spogliatoio rossoblu, per via del doppio incarico che lo vedeva impegnato anche sulla panchina della Jugoslavia.
Il Bayern vinse il titolo nel 1969, ma tutto l'ambiente era consapevole che si poteva aprire un ciclo diverso con Lattek alla guida.
Seppur giovane e calcisticamente ancora inesperto mise subito in chiaro che le decisioni le prendeva lui, in barba anche a chi lo vedeva solo come "l'amico di Beckenbauer", infondendo nella squadra le sue idee ed il suo credo, spegnendo anche qualche carattere sopra le righe.
I risultati furono subito entusiasmanti dall'alto del suo modulo assolutamente obsoleto per i nostri tempi, un 1-3-3-3 che provava a contrastare il calcio totale olandese dell'epoca, sinora dominatore unico dell'Europa calcistica. L'uno era rappresentato proprio da Beckenbauer, libero di impostare il gioco e guidare la squadra dalle retrovie, col permesso di concedersi anche qualche zingarata offensiva.
Nella prima stagione alla guida dei bavaresi conquistò la Coppa di Germania col campionato che venne vinto dal Borussia Moenchengladbach con cui inizierà una sorta di dualismo molto simile a quello Lakers-Celtics per fare paragoni con altri sport.
La seconda stagione è quella che diede il via ad una serie di vittorie da record con la conquista di tre titoli consecutivi (1972, 1973, 1974) e con la vittoria della Coppa Campioni del 1974 con la particolare curiosità di segnare almeno 3 gol a partita nel vecchio Olympiastadion e con l'unica vittoria nella storia della competizione in un replay.
Dopo l'1-1 del 15 maggio, il Bayern travolse 4-0 l'Atletico Madrid due giorni dopo trascinato dalle doppiette di Uli Hoeness e Gerd Muller.


L'aver rinnovato nel suo piccolo il calcio, non è bastato a Lattek per evitare qualche malizioso commento che voleva dare la maggior parte del merito a Zebec, che per alcuni era il vero artefice della costruzione di quella squadra. Vero da una parte, meno dal punto di vista delle vittorie e della disciplina tattica.
Al termine della gloriosa stagione, Lattek chiese alla dirigenza di poter cambiare alcuni giocatori che secondo lui non erano più all'altezza dei grandi palcoscenici; ma la dirigenza bavarese era abbastanza conservatrice in quegli anni e decise di tenere la maggior parte dei senatori (a ragione visto che arrivarono altre soddisfazioni continentali) sostituendo Lattek con Dietmar Cramer.
Contro ogni pronostico decise di accettare l'incarico sulla panchina del Borussia Moenchengladbach andando a sostituire un altro mostro sacro del calcio tedesco, Hennes Weisweiler.
Per Lattek fu una vera scommessa, con l'ambiente che oltre a perdere Weisweiler, perse anche l'uomo squadra, quel Gunther Netzer passato al Real Madrid; ma il mercato portò in squadra un attaccante danese sinora sconosciuto, Allan Simonsen.
Quasi ad imitare quanto fatto al Bayern, Lattek conquistò due titoli nazionali e la Coppa UEFA del 1979, senza tralasciare il fatto di aver sfiorato la vittoria della Coppa Campioni 1977, quando i Fohlen si arresero in finale al più forte Liverpool.
Lattek aveva la fama di essere un allenatore molto calmo e calcolatore e non si stenta a credere che al termine del campionato del 1978 qualche scatto d'ira deve pur essere partito, visto che il campionato se lo aggiudicò il Bayern Monaco grazie al minor numero di gol subiti; una sorta di "chi è causa del suo mal pianga se stesso" vista la non sempre solida retroguardia che il tecnico proponeva.


Dopo aver allenato le due tedesche più forti, decise di guidare, per due stagioni, il Borussia Dortmund senza avere le stesse fortune degli anni precedenti.
Nel 1981 capì che la sua carriera in Germania era (temporaneamente) finita; emigrò quindi in Spagna al Barcellona dove ebbe la fortuna di allenare campioni del Calibro di Maradona e Schuster, oltre agli idoli locali Alexanco e Rexach, con l'aggiunta di Simonsen deciso a seguire le orme dell'allenatore che lo ha reso grande.
Primo anno, altro titolo: nella bacheca blaugrana venne fatto spazio per la Coppa delle Coppe vinta con un sofferto 2-1 contro lo Standard Liegi in un Camp Nou gremito in ogni ordine di posto.


Purtroppo il fatto di non aver vinto la Liga fece spazientire la dirigenza blaugrana e per Lattek si riaprirono le porte del Bayern Monaco con cui rivinse tre volte la Bundesliga, questa volta con campioni del calibro di Matthaus e Rumenigge.
Sfiorò inoltre un'altra Coppa Campioni, quella del 1987, dove il tacco di Allah, al secolo Rabah Madjer, spezzò i sogni bavaresi.
Nel 2000 la sua ultima esperienza da allenatore lo riportò al Borussia Dortmund alla disperata ricerca della salvezza; detto, fatto. Lattek salvò i gialloneri entrando anche nel cuore della tifoseria del Westfalenstadion.


Ammalato da qualche tempo si è spento lo scorso 1 febbraio all'età di 80 anni, lasciando un enorme vuoto e numerosi ricordi in ogni appassionato di questo tipo di calcio.
Ad ulteriore riprova della grande maestria il non trascurabile record di aver vinto tutte e tre le competizioni europee con squadre diverse. Un allenatore silenzioso, calmo ed in grado di gestire spogliatoi tra i più difficili di quell'epoca; un uomo che ha dato un chiaro segnale allo strapotere olandese interrompendo l'egemonia europea dell'Ajax; un uomo che cambiò per sempre la storia del Bayern Monaco.

DANKE FUR ALLES HERR UDO LATTEK!!


Matteo Maggio