martedì 27 dicembre 2016

IL PRINCIPE DI MOSTAR ED ATENE

Se in Grecia chiede a qualsiasi appassionato chi sia Dusan Bajevic vi verrà prontamente data una risposta in qualche modo collegata alla parola "allenatore".
Il personaggio in questione è a tutti gli effetti uno dei manager più vincenti e chiacchierati di tutto il contesto ellenico, per i successi ottenuti (8 campionati e 4 coppe nazionali) e per le scelte fatte (clamoroso il suo passaggio dall'AEK Atene all' Olympiakos nel 1996).
Forse in pochi però rammentano che prima di aver fatto fortuna come allenatore, Bajevic è stato un eccelso e prolifico attaccante.
 
 
Tutto il suo talento emerge nella natia Mostar, formandosi come professionista nel Velez, per il quale esordisce a soli 18 anni nel 1966.

sabato 17 dicembre 2016

WHEN CAGLIARI WAS... GREATTI!

Sulla storica vittoria del Cagliari nel campionato 1969/1970 sono state spese molte parole e molti elogi, focalizzando l'attenzione sulle reti del grande Gigi Riva e sulle trovate tecnico/motivazionali del sagace Manlio Scopigno.
Quest'ultimo imposta la squadra in maniera perfetta, rendendola particolarmente equilibrata (solo 11 le reti subite)  e continua durante tutto il campionato.
Il tecnico di Paluaro porta altresì alla maturazione definitiva di molti elementi della rosa, protagonisti di una stagione ben al di sopra delle potenzialità della vigilia.
Il salto di qualità più evidente lo compie Ricciotti Greatti, regista e numero 10 della squadra, protagonista di una stagione a dir poco strepitosa.


Che avesse talento il trentenne di Basiliano era da tempo risaputo, ma gli veniva costantemente rimproverata la scarsa continuità e la conferma ad alti livelli.

domenica 11 dicembre 2016

DALLA POLONIA PASSANDO PER IL CANADA

L'interesse dei canadesi verso il calcio è sempre stato piuttosto tiepido, se lo si paragona alla grande passione per sport più diffusi per via del clima e del retaggio culturale.
Il "soccer" da quelle parti è storicamente una disciplina secondaria e dei quasi 36 milioni di abitanti solo una ristretta minoranza lo considera un'attività sportiva meritevole.
Personalmente collego calcisticamente il Canada alle esperienze di calciatori come Roberto Bettega e Francesco "Morgan" Morini, i quali hanno deciso di terminare la loro gloriosa carriera a Toronto.
A livello internazionale è impossibile dimenticare la storica qualificazione della nazionale al Mondiale del 1986, raccontata altresì nel dettaglio nel nostro libro.
Saltuariamente questo bellissimo stato nordamericano ha prodotto anche talenti calcistici di assoluto livello, alcuni arrivati da altri paesi alla ricerca di fortuna e di un'opportunità sportiva.
Uno di questi è sicuramente Tomasz Radzinski, seconda punta di origine polacca, dotata di grande talento e di elevata tecnica.


La sua vita cambia del tutto a 13 anni quando la sua famiglia decide di emigrare dalla Polonia alla volta della Germania, per poi oltrepassare l'oceano tre anni dopo per stabilirsi definitivamente in Canada.

mercoledì 7 dicembre 2016

IVO VIKTOR

In un'epoca ormai lontana il portiere di una nazionale veniva visto come una vera icona della stessa, in quanto suo estremo difensore per molto tempo.
Spesso quest'ultimo legava il suo nome anche ad una sola squadra di club, rafforzando al massimo il conetto di fedeltà alla maglia.
La tendenza era appunto quella di mantenere lo stesso numero uno per molto tempo, cambiando solo a seguito di particolari eventi o per la sopraggiunta inidoneità fisica dell'atleta.
Questa continuità nel ruolo ha fatto nascere vere e proprie scuole in alcune nazioni, capaci di dare sempre ricambio di grande livello al portiere di turno.
La Cecoslovacchia rappresenta un perfetto esempio di come si sia potuta sviluppare una dinastia di allo livello nel ruolo: dalla "rondine boema" František Plánička, si è arrivati a Imrich Stacho, fino ai portieri degli anni '80 Stanislav Seman e Jan Stejskal.
In mezzo a tali eccellenti portieri una particolare citazione la merita però Ivo Viktor, guardiano della porta della Cecoslovacchia campione d'Europa del 1976.


Tale posto d'onore lo merita per le straordinarie prestazioni offerte nel Dukla Praga e nel contesto della nazionale.

giovedì 1 dicembre 2016

IN VIAGGIO TRA GLI STADI: ESTADIO ZERAO

Introduzione:

Tra le mie passioni, da sempre, posso includere quella per gli stadi di calcio. Mi ha sempre incuriosito quell'aura mistica che gira attorno ad uno stadio, saperne la storia, chi ha calcato quel campo, cosa è successo al suo interno. Da oggi, vorrei condividere questa passione con i lettori del nostro blog. Cercherò di fare del mio meglio per non annoiarvi.
Il nostro "viaggio" inizia a Macapà, una città nel nord del Brasile sulle rive del Rio delle Amazzoni, capitale dello stato di Amapà. Conta circa cinquecentomila abitanti e la sua economia è basata sulla pesca e sull'estrazione di minerali.

sabato 26 novembre 2016

ANCHE IL GHANA HA IL SUO JAIRZINHO

Nell'eterogeneo panorama calcistico africano il Ghana rappresenta una della componenti più spettacolari e tecniche, tanto da essere soprannominato il "Brasile d'Africa".
L'elenco dei giocatori che si sono imposti anche in un contesto internazionale sarebbe molto lungo, soprattutto negli anni recenti: negli anni 80 e 90 le Stelle Nere vivevano sul dualismo interno tra Anthony Yeboah ed Abedi Pelè, mentre nel Mondiale 2010 sfioravano un clamoroso e storico accesso alle semifinali, perdendo solamente ai calci di rigore contro l'Uruguay.
In quest'ultima manifestazione sono prevalentemente le gesta di Asamoah Gyan a determinare, nel bene (3 gol in totale) e nel male (rigore sbagliato al 122' in semifinale) il cammino del Ghana.
Se si guarda alle vittorie non si può non notare le 4 affermazioni in Coppa d'Africa, delle quali le ultime 2 (1978 e 1982) legate indiscutibilmente al nome di George Alhassan.





Se nell'edizione del 1978 il suo contributo si limita ad una strepitosa doppietta contro l'Alto Volta, è nell'edizione di quattro anni dopo in patria che la geniale ala ghanese spiega a tutto il continente il perché dalle parti di Accra è chiamato Jairzinho.

sabato 19 novembre 2016

GIUSEPPE GREZAR, IL TUTTOCAMPISTA

La fama ed il valore riconosciuti al Grande Torino non derivano solamente dalle eccelse doti tecniche della rosa, ma anche dall'interpretazione tattica avveniristica che i giocatori della stessa hanno dato del proprio ruolo.
In un nostro precedente articolo abbiamo raccontato di come un autentico fenomeno quale  Virgilio Maroso possa essere considerato un precursore, proprio per il modo nel quale ha personalizzato la mansione di terzino.
La stessa cosa si potrebbe dire per quello che nella gloriosa squadra granata veste il ruolo di mediano, Giuseppe Grezar, anche lui doverosamente ricordato per come ha rivisto e riproposto in chiave moderna le proprie funzioni in campo.


Il forte centrocampista triestino è una delle colonne della squadra torinese, in quanto primo riferimento per la costruzione della manovra ed insuperabile diga a ridosso della propria difesa.
La grande peculiarità di Grezar è quella di distinguersi ottimamente nelle due fasi di gioco, denotando quindi non solo uno spiccato senso della posizione, ma anche grande qualità nell'ispirare la fase offensiva.
Il fisico massiccio e le buone qualità atletiche gli permettono di reggere il confronto fisico con gli avversari, distinguendosi anche nelle situazioni di contenimento più difficoltose.
In fase di possesso palla garantisce grande qualità alla manovra in virtù di un piede destro preciso e raffinato, con il quale smista il gioco allo stesso modo di come facilmente serve in profondità i compagni di squadra.
L'abilità di calcio la dimostra anche quando conclude a rete, mettendosi in evidenza come un ottimo tiratore di punizioni e rigori.
A completare un quadro tecnico perfetto vi è una straordinaria personalità, che gli consente di imporsi fin dalla giovane età nel centrocampo della Triestina.



Proprio nelle file degli Alabardati viene notato dal presidente Ferruccio Novo, il quale non bada a spese per assicurarsi le sue prestazioni: sul piatto vengono messe ben 450.000 lire, cifra davvero alta per un ventiduenne.
Con la maglia granata gioca la stagione 1942/1943, prima di trasferirsi nel 1944 all'Ampelea, squadra istriana partecipante al campionato d'Alta Italia, rafforzata in quel periodo da giocatori di origine giuliana.
Ritornato ben presto alla base, Grezar, per tutti Pino, diventa uno dei cardini della squadra piemontese, autentica dominatrice nel panorama italiano e, per molti, la più forte del periodo a livello internazionale.
Seppur molto giovane gioca con straordinaria tranquillità, finendo per diventare un leader in campo, magari "silenzioso" se confrontato con il famigerato carisma di capitan Valentino Mazzola.
In coppia con Eusebio Castigliano forma una linea mediana di altissimo spessore, autentico motore di un meccanismo perfetto che sovrasta sotto tutti i punti di vista gli avversari.



Il centrocampista triestino spicca per qualità e quantità ed è inutile ricordare come nei 5 scudetti da lui vinti sia imprescindibile il suo contributo.
A tal proposito va ricordato il ritmo da lui imposto alla squadra durante il famigerato "quarto d'ora granata". Durante tale periodo, chiamato dal battere dei piedi del pubblico ed esemplificato dalle maniche arrotolate di Valentino Mazzola, il Toro ribalta ogni risultato, grazie alla foga ed all'impeto impressi dai protagonisti in campo.
La sua moderna concezione della funzione di mediano emerge anche dalle statistiche realizzative, solitamente non molto considerevoli per chi si disimpegna in tale ruolo: nelle quattro stagioni a Trieste mette a segno 15 reti, mentre nelle 123 presenze in campionato con il Torino trova il gol in 16 occasioni.
Siamo quindi di fronte ad una prima versione di quello che oggi chiameremmo playmaker. Come per tutti i suoi contemporanei è la seconda guerra mondiale a segnare , tragicamente, l'evoluzione della sua carriera, soprattutto in nazionale, con la quale raccoglie solamente 8 presenze.
Dopo l'esordio con gol nel 1942 contro la Croazia, Grezar gioca solamente qualche partita amichevole l'ultima della quali, nel 1948, coincide con la pesante sconfitta a Torino per 0-4- contro l'Inghilterra.
Così come buona parte dei compagni potrebbe essere uno dei punti di forza per l'Italia al primo Mondiale postbellico, se il destino non intervenisse in modo drammatico a spezzare le loro vite
Grezar perisce con tutti i compagni il 4 maggio 1949 sull'aereo che sta riportando a casa la squadra dalla trasferta di Lisbona, gettando un'intera nazione nell'angoscia e nel dolore.
Sensazioni che si amplificano ancora di più se si pensa a come abbia intensificato i tempi di recupero per partecipare alla tristemente nota amichevole, avendo saltato un mese di partite a causa di un infortunio. Sempre il destino vuole che la sua ultima partita ufficiale con il Torino sia proprio contro la Triestina, in un pareggio per 1-1 che sa tanto di commiato al calcio italiano di quella che ancora oggi viene ricordata come una delle compagini più forti di sempre.



Contesto nel quale la classe e la duttilità dell'indimenticabile Pino sono fondamentali per i successi e per l'alone di leggenda che da sempre avvolge tutto ciò che ha a che fare con il Grande Torino.
Anche la natia Trieste non può dimenticarsi di lui, tanto da intitolare alla sua memoria lo stadio comunale nel 1967.
Per tutto il resto d'Italia Grezar dovrebbe essere sinonimo di centrocampista, nella sua più completa espressione.



Giovanni Fasani

mercoledì 16 novembre 2016

PRENDI UNA COPPA, TRATTALA MALE

Solamente parafrasando la canzone dell'81 di Marco Ferradini, "Teorema" è possibile iniziare questo surreale racconto di Coppe o trofei vinti e poi, per le più varie ragioni, bistrattati.
Gli attaccanti del Rosenborg
Di recente si è parlato dei due calciatori della squadra norvegese del Rosenborg: la squadra bianconera, dopo aver lanciato il coro-tormentone lo scorso anno, grazie agli attaccanti Christian Gytkjaer e Paul André Helland torna alla ribalta per un fatto non proprio sportivo. Durante i festeggiamenti del campionato numero 24, i due si sono fatti ritrarre totalmente nudi con la coppa celebrativa a coprire le loro grazie.

Ma già dagli anni '40 si hanno notizie di maltrattamenti verso i più famosi trofei. La Coppa Rimet (trofeo dato in premio al vincitore del torneo mondiale) allo scoppio della guerra, fu nascosta a Roma (l'Italia era la nazione campione del mondo in carica) in casa di un segretario della Federcalcio. Quando i tedeschi lo scoprirono, perquisirono da cima a fondo la casa ma non la trovarono. Era nascosta sotto al letto, dentro ad una scatola da scarpe.

sabato 12 novembre 2016

GERD MULLER DES OSTENS

Per tutti gli appassionati del calcio anni '60 e '70 Gerd Müller è una vera e propria leggenda, essendosi imposto come un'implacabile macchina da gol nel corso della sua carriera
Seppur sgraziato ed apparentemente modesto dal punto di vista tecnico, il piccolo attaccante di Nördlingen ha fatto le fortune di Bayern Monaco e Germania Ovest segnando ben 730 reti tra tutte le competizioni.
Meno famoso è il suo alter ego della Germania Est, soprannominato in suo onore "Gerd Muller des Ostens", vale a dire Il Gerd Muller dell'Est.
Tale fenomeno risponde al nome di Joachim Streich e relativamente al fiuto del gol ha poco da invidiare al più celebrato collega dell'Ovest.

La sua carriera, iniziata a livello giovanile nella natia Wismar, si sviluppa dapprima nell'Hansa Rostock e soprattutto Magdeburgo, portato dal forte attaccante al successo in tre coppe nazionali.

sabato 5 novembre 2016

QUEL ROMANTICO DI JURICA JERKOVIC

Il ruolo di trequartista prevede che ad interpretarlo siano solo giocatori tecnicamente sublimi e con una visione del calcio libera ed assolutamente spontanea.
Impossibile ingabbiare talento e naturalezza delle giocate in schemi o posizioni, anche perché sarebbe controproducente non lasciare libertà di azione a quelli che sono veri e propri assi del pallone.
Un vecchio adagio dice che gli spettatori di una partita in terra balcanica possono chiedere il rimborso del biglietto nel caso in cui in campo non vi sia almeno un fine palleggiatore, in grado di emozionare con giocate tecniche di alto livello.
Se ciò corrispondesse al vero nessuno a Spalato dal 1968 al 1978 può avere avuto rimostranze, grazie alla presenza in campo di Jurica Jerković, eccelso talento dell'Hajudk dall'indole particolare, ma dalla squisita abilità tecnica.



Le sue qualità emergono sin dalla più tenera età, tanto da entrare immediatamente proprio nella giovanili dei Hajduci, dove incanta per un modo unico di giocare, riuscendo con naturalezza a fare qualsiasi tipo di giocata in campo, finendo per essere quello che ai nostri giorni sarebbe descritto come un "crack".

venerdì 28 ottobre 2016

COME HO MANDATO VIA CRUIJFF

Nel prodigioso Ajax del calcio totale sono tante e diverse le personalità presenti, tutte più o meno oscurate dalla lucente stella del "profeta del gol" Johan Cruijff.
Tuttavia tra esse ne troviamo una talmente carismatica e decisiva da imporre, involontariamente, al fuoriclasse olandese di cambiare aria e di accettare la sontuosa offerta del Barcellona.
Nel 1973 a seguito della solita votazione per determinare il nuovo capitano, la maggioranza della squadra vota per Petrus Johannes Keizer, creando in Cruijff una tale delusione da portarlo a decidere ufficialmente di lasciare la natia Amsterdam. 
Al di là di questo particolare episodio, non va sottovalutato il valore di Keizer, squisita ala sinistra dalla tecnica eccellente e dai piedi fatati.



Sin dalla giovanissima età si distingue per un dribbling eccezionale che lo rende difficilmente contenibile per il terzino avversario. Tale abilità viene impreziosita dal pregio di saper calciare con entrambi i piedi, anche se il piede sinistro rimane il preferito: a tal proposito dimostra grande abilità balistica, prendendosi la responsabilità di battere tutti i calci da fermo.

venerdì 21 ottobre 2016

HERE WE GO WITH LEEDS UNITED!

La recente vittoria del Leicester in Premier League ha dimostrato ancora una volta come  tale campionato sia uno dei più equilibrati e appassionanti d'Europa, grazie alla possibilità anche per "underdogs" meno titolati di ergersi a campioni nazionali.
In merito all'impresa dell'undici di Ranieri si sono sprecati paragoni un po' azzardati con i successi del grande Brian Clough, capace di portare Derby County e Nottingham Forrest al titolo nazionale da neopromosse.
Difficile comparare qualsiasi altra vittoria con quanto fatto da Clough, specie in relazione al doppio successo consecutivo da lui ottenuto in Coppa Campioni con il Forrest.
Con l'articolo in questione si vuole tuttavia celebrare un'altra inaspettata vittoria nel campionato inglese, paragonabile a quelle del mitico Brian per la metodica costruzione della squadra fatta dal suo manager.
Quest'ultimo risponde al nome di Howard Wilkinson, ovvero colui che nella stagione 1991/1992 ha portato il Leeds a vincere il campionato inglese, due anni dopo esservi tornato dalla Second Division.


Come accennato l'impresa in questione è il frutto del certosino lavoro fatto dall'allenatore, sul campo, ma anche dietro la scrivania, quando si è trattato di impostare la campagna acquisti.

domenica 9 ottobre 2016

MA PERCHE' SI CHIAMA VOLANTE?

La nomenclatura calcistica internazionale ha ormai consolidato termini che si sono tramandati decade dopo decade, rendendoli ai giorni nostri dei veri e propri dati di fatto.
Alcuni di essi divergono però da continente a continente o addirittura da nazione a nazione, diventando dei veri e propri marchi di fabbrica in determinate parti del mondo.
In Europa il centrocampista che agisce davanti alla difesa viene chiamato genericamente mediano, ereditando il nome da quello che era il centromediano metodista tanto utile nell'applicazione dell'arcaico Metodo.
Negli ultimi tempi si è preso, in prestito dal basket, il termine playmaker, affidando a tale calciatore il compito di "fare" gioco, impostando con costrutto ed acume la manovra offensiva.
In Sudamerica a tale ruolo viene dato il nome di Volante, volendo appunto indicare un giocatore cardine ed indispensabile per lo sviluppo della manovra.




Ma perché si chiama in tal modo?

venerdì 30 settembre 2016

ROBERTO ROSATO

L'Italia viene universalmente riconosciuta come patria di alcuni tra i più grandi difensori della storia del calcio mondiale, portando avanti tale felice tradizione già dall'era pioneristica.
Il Pallone d'Oro attribuito a Fabio Cannavaro dopo il Mondiale 2006 sembra essere sorta di risarcimento per tutti gli eccelsi campioni trascurati nelle decadi precedenti da una giuria talvolta troppo attenta a chi produce gol invece di evitarli.
Molti dei nomi che possono venire in mente in tale contesto sono autentiche leggende del nostro calcio, ancora nei ricordi e nel cuore di molti tifosi.
Se facessimo però un sondaggio in tale senso, solamente gli appassionati più attempati citerebbero il nome di Roberto Rosato, uno degli stopper più efficaci e completi che il movimento calcistico italiano abbia mai prodotto.



 
Difensore solido e deciso, Rosato può essere identificato come un autentico "mastino", in grado di attaccarsi con puntiglio alla punta avversaria, lasciandogli idealmente davvero pochi palloni giocabile.

venerdì 23 settembre 2016

METTI UNA SERA ALL'ASTANA ARENA

Ad agosto ho avuto la particolare ed insolita possibilità di assistere dal vivo al preliminare di Europa League tra Astana FC e Bate Borisov, esperienza particolare, formativa ed indubbiamente coinvolgente.
Arrivato all'Astana Arena resto colpito dall'imponenza della struttura, che mi appare, senza essere un esperto, un perfetto esempio di moderna architettura da stadio.


L'ambiente è da subito particolare e noto come kazaki e russi, non proprio amiconi nella vita di tutti i giorni, condividono la passione per la squadra locale, dimostrando entusiasmo ed eccitazione per l'imminente match.
Anche all'interno lo stadio è ammirevole, ed è un piacere ammirare un palcoscenico moderno e funzionale, con niente da invidiare ai "sacri" templi del calcio mondiale.


A mio modesto parere stona solamente il terreno in erba sintetica, vero punto di rottura tra il calcio a me caro e quello che sarà invece nel futuro.

martedì 20 settembre 2016

"MARAJA" O "ER MOVIOLA"?

Storicamente il calcio italiano ha sempre attinto intensamente dal Brasile, nella costante e speranzosa ricerca di grandi calciatori in grado di fare la differenza nel nostro campionato.
Non sempre, però, il potenziale campione risultava poi tale alla prova dei fatti, finendo per essere etichettato come "bidone", mandando in fumo il cospicuo investimento del presidente di turno.
Oggi sembra inconcepibile acquistare un calciatore senza averlo mai visto, ma fino a 20 anni fa era una poco felice consuetudine.
Privi di internet e senza una rete di osservatori, presidenti e direttori sportivi dovevano fidarsi di qualche sporadico video o delle recensioni tendenziose di qualche mestierante locale.
Viene da se che in tale fosca realtà non era affatto difficile prendere la cosiddetta fregatura, con motivazioni diverse a seconda della singola situazione.
A volte il giocatore in questione era davvero un campione in patria, salvo poi non ambientarsi in Italia per questioni personali (la classica saudade) o per questioni tecnico/tattiche legate, ad esempio, al diverso ritmo di gioco.
A tal proposito nel 1988 la Roma acquista dal Flamengo Jorge Luís Andrade da Silva, centrocampista con la nomea di "nuovo Falcao", accolto con il titolo di Maraja e ben presto denigrato con quello di Er Moviola.
 
 
In patria il centrocampista si va valere nel classico ruolo di Volante, posizionandosi con maestria davanti alla difesa per dettare con costrutto i tempi della manovra.

sabato 17 settembre 2016

ISRAELE CONTRO TUTTI

Le ben note tensioni politiche e sociali che da sempre accompagnano lo stato d'Israele hanno visto quest'ultimo diventare nemico virtuale di molte altre nazioni.
Il calcio assorbe in pieno tale negativa situazione, con la conseguenza che Israele sia diventato una vera e propria "gatta da pelare" ad ogni sorteggio.
Alla vigilia del Mondiale 1970, ad esempio, sembra che nessuna squadra voglia giocare contro Israele, soprattutto nel continente asiatico, dove viene osteggiato da più nazioni.
Per semplificare le cose il massimo organo calcistico mondiale crea ad hoc un girone comprendente, oltre ad alla rappresentativa israeliana, la Nuova Zelanda e la Corea del Nord.
Quest'ultima si rifiuta categoricamente di giocare contro i giocatori con la stella di David, lasciando che l'accesso della fase finale si decida con un doppio spareggio con la selezione neozelandese.
Quest'ultima viene convinta, pare dietro pagamento, a giocare entrambe le gare a Tel Aviv, rendendo l'esito della sfida ancora più sbilanciato nei confronti di Israele, sulla carta già ampiamente favorito.
In campo non c'è praticamente storia e le due vittorie ottenute (4-0 e 2-0), segnalano la crescita del movimento israeliano e l'ancora lento sviluppo del calcio dalle parti dell'Oceano Pacifico.
Come risultato di tale situazione grottesca ma anche triste, Israele ottiene, per la prima e finora ultima volta, l'accesso alla fase finale di un Mondiale.


La rappresentativa che atterra a Città del Messico porta con se un alone di mistero, essendo praticamente sconosciuta a più di un osservatore.

giovedì 8 settembre 2016

MUDASHIRU LAWAL

Il calcio africano ha da tempo compiuto un notevole passo in avanti dal punto di vista tecnico/tattico, grazia alla continua "fuga" di talenti verso il continente europeo e la corrispondente tendenza ad assumere allenatori stranieri come commissari tecnici delle nazionali.
Tale doppio passaggio è stato decisivo soprattutto per la crescita del movimento calcistico della cosiddetta Africa Nera, con la quale si vuole indicare la parte centrale e meridionale del continente.
Nel 1974 lo Zaire balza alle cronache come la prima nazionale proveniente da tale zona a partecipare alla fase finale di un Mondiale; al di là dei pessimi risultati ottenuti e delle tristi interferenze politiche, la nazionale dei Leopardi  si segnala in negativo per l'inesperienza tattica e la povertà tecnica, diventando un triste esempio quanto facile stereotipo del livello calcistico del calcio al di sotto del Maghreb.
Proprio in quegli anni però, vari talenti autoctoni si segnalano per le qualità espresse, finendo per fungere da traino alla crescita del calcio in Africa.
Un esempio in tal senso è rappresentato da Mudashiru Lawal, talento nigeriano poco conosciuto a livello internazionale, ma a tutti gli effetti una leggenda nel suo continente.
 
 
La sua carriera si sviluppa interamente in patria, dove a livello di club ha l'opportunità di giocare con compagini quali Shooting Stars, Stationery Stores ed Abiola Babes, con le quali gioca per ben 16 anni.

sabato 6 agosto 2016

A SORPRESA VINCE IL BURSASPOR

L'egemonia delle squadra di Istanbul nel calcio turco è provata dalla storica alternanza tra Galatasaray, Fenerbahçe e Besiktas come vincitrici del campionato nazionale a partire dal 1957.
Tale dominio non è mai stato intaccato neanche dalle squadre della capitale Ankara, Ankaraspor e Gençlerbirliği in particolare, che si sono dovute accontentare di qualche occasionale piazzamento.
A rompere tale tradizione ci ha pensato il Trabzonspor, che nella stagione 1975/1976 si è laureato campione di Turchia, replicando tale successo altre 5 volte (l'ultima nella stagione 1983/1984).
Fino al 2010 questa è rimasta l'unica eccezione in un albo d'oro che reca il nome delle squadre di Istanbul a rotazione, in quanto massima espressione tecnica ed economica del calcio turco.
Tuttavia nella stagione 2009/2010 avviene una clamorosa inversione di tendenza, con il Bursaspor che vince a sorpresa il campionato, prevalendo dopo un estenuante duello sul più quotato Fenerbahçe, decisosi proprio all'ultima giornata: questi ultimi non vanno oltre l'1-1 contro il Trabzonspor, mentre la squadra della città di Bursa batte 2-1 il Besikats, operando un clamoroso sorpasso.
La compagine allenata da Ertuğrul Sağlam, è un piccolo capolavoro di tattica e minuziosa cura dei particolari, impreziosita da un'impressionante rendimento dei singoli.
 
 
Costruita con lo scopo di garantirsi una salvezza il più tranquilla possibile, la squadra biancoverde vede il suo rendimento crescere di partita in partita, grazie ad un gioco rapido ed all'implementazione di efficaci movimenti tattici.

sabato 30 luglio 2016

IL DEPOR DIVENTA SUPER

Con il basco Javier Irureta in panchina il  Deportivo La Coruna ha toccato l'apice assoluto in termini di prestigio e risultati, arrivando ad essere conosciuta in tutta Europa.
In tutto il continente si comincia a parlare di Super Depor, grazie alle splendide prestazioni della compagine biancoblu in Champions League, esemplificate dai due quarti di finale ottenuti nel 2001 e nel 2002 e dalla semifinale centrata nel 2004.
Proprio in quest'ultima edizione la squadra galiziana fa valere il proprio valore tecnico/tattico anche contro le squadra italiane, eliminando nell'ordine la Juventus ed il Milan (quest'ultimo rimontando clamorosamente in casa il 4-1 subito a San Siro).
Il Porto futuro vincitore della competizione mette fine alle velleità degli spagnoli, ma negli occhi di tutti gli appassionati resta il gioco intenso e metodico del Super Depor, riconosciuto da tutti come un modello da seguire.
Tutto però ha inizio nella stagione 1999/2000 quando Irureta guida il Deportivo al suo primo e finora unico titolo nazionale, forgiando ed implementando una squadra dove talento e disciplina tattica si sposano alla perfezione


Il tecnico nativo di Irun propone un 4-2-3-1 a prima vista complesso, ma estremamente pratico sul campo, dove l'acume tattico dei singoli gioca un ruolo chiave nel successo del collettivo.

venerdì 22 luglio 2016

ARIE HAAN

Quando si parla del famigerato "calcio totale" di matrice olandese l'accento viene messo sulla grande completezza tecnico/tattica di ogni calciatore, chiamato sul rettangolo di gioco a disimpegnarsi in più ruoli ed a dare il suo contributo in ogni fase si gioco.
Già il concetto di ruolo sembra superfluo nella complicata alchimia orange, laddove l'intercambiabilità di posizione ed il movimento continuo rappresentano un punto di rottura netto rispetto alle più tradizionali concezioni calcistiche.
Maestro nell'interpretare tale nuova scuola di pensiero è Arie Haan, straordinario  centrocampista olandese, talvolta sottovalutato rispetto ai più appariscenti connazionali contemporanei.
 
 
La sua crescita calcistica avviene nel florido vivaio dell'Ajax, dove il suo talento viene subito notato dall'allenatore della prima squadra Rinus Michels, affascinato dalle doti e dalla personalità del giovane centrocampista classe 1948.

sabato 16 luglio 2016

RAMON DIAZ

La valutazione delle prestazioni di un centravanti verte sempre ed inesorabilmente sempre su di un unico ed inequivocabile parametro, il gol.
Quando vogliamo analizzare il rendimento o la carriera di una punta andiamo a vederne il tabellino presenze/reti realizzate arrivando anche, calcolatrice alla mano, a stabilirne la reale media realizzativa.
Se il risultato quantitativo non è almeno di 0,5 (il tanto famoso "gol ogni due partite") siamo portati a ritenere bocciato il calciatore in questione, ancorati al vecchio adagio che un attaccante deve fare tanti gol.
Con questa parziale analisi non si dà il giusto merito a quanto un attaccante possa fare per la squadra e quante delle sue giocate possano essere finalizzate per il compagno di reparto o per l'inserimento dei compagni,
Maestro in tal senso è Ramon Angel Diaz, tecnico e rapido attaccante argentino, atipico rispetto alla consueta concezione del suo ruolo.
 

La sua crescita calcistica è davvero rapida, tanto che nel 1978, a soli 19 anni, fa il suo esordio in Primera Division con la maglia del River Plate.

sabato 9 luglio 2016

TUNISIA 2004

Il calcio in Tunisia ha sempre avuto un'importanza ed una diffusione notevoli, soprattutto dopo l'ottima figura ai Mondiali del 1978, quando la nazionale allenata da Abdelmajid Chetali ottenne la prima storica vittoria di una formazione africana in un fase finale di un Mondiale (come descritto in un nostro precedente articolo).
Da quel momento la rappresentativa tunisina ha faticato a confermarsi a tali livelli, fallendo anche in più di un'occasione la qualificazione alla Coppa d'Africa.
Da tale situazione di difficoltà Le aquile di Cartagine riescono a riemergere solo alla fine degli anni '90, quando una nuova generazione di calciatori permette alla squadra nordafricana di arrivare seconda nella Coppa d'Africa del 1996 e di partecipare a tre edizioni consecutive del Mondiale (dal 1998 al 2006).
L'apice però viene toccato nel 2004, quando la Tunisia vince per la prima volta la Coppa d'Africa, torneo da essa stessa ospitato.  
 
 
Artefice di tale successo è l'allenatore francese Roger Lemerre, campione d'Europa con la Francia nel 2000, ed in assoluto il primo allenatore ad aver vinto sia un Europeo che una Coppa d'Africa.

giovedì 30 giugno 2016

QUANDO IL RIGORE NON VUOLE ENTRARE

Il rigore è uno di quei frangenti nel quale chi tira ha solamente da perdere, mentre l'estremo difensore, condannato a subire la massima punizione, può sperare solo in una imprecisa conclusione o in una propria fortunata intuizione.
Molti errori dagli undici metri sono entrati nella storia del calcio, segnando in modo indelebile molto carriere, talvolta andando a macchiare anche la leggenda di grandi campioni.
In tal senso difficilmente verrà dimenticato il non lusinghiero record dell'argentino Martin Palermo, capace di sbagliare ben 3 rigori nella stessa partita quando indossava la maglia della nazionale.
El Titan, autentico idolo dei tifosi del Boca Juniors, durante la Copa America del 2009, si rende protagonista di tale "impresa" in un match contro la Colombia perso per 3-0.
Nonostante sia ancora oggi il miglior realizzatore della storia degli Xeneizes, viene molte volte ricordato proprio per tale infelice prestazione.
In pochi si ricorderanno invece di una partita del campionato italiano 1991/1992  tra Inter e Verona, dove la squadra milanese realizza un solo rigore sui quattro disponibili, tirati, però, da quattro calciatori differenti.



Il match in questione, valevole per il terzo turno di andata, vedo la compagine neroazzurra avere la meglio sui neopromossi scaligeri, al termine di 90 minuti dopo l'arbitro Pezzella si eleva ad imprevedibile protagonista.

martedì 28 giugno 2016

CARO BUD....

"Io amo il calcio. Sono tifoso del Napoli e della Lazio, da giovane nuotatore ero tesserato per loro. Mi inchino davanti a gente come Buffon, Totti e Del Piero,veri eroi del calcio, perchè hanno sempre saputo dare il giusto valore a questo sport, senza contaminazioni altrui."
Ricordando queste parole vorremmo rendere il doveroso omaggio a Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer.



Uomo di sport e "eroe" di milioni di eterni bambini come noi, che siamo cresciuti a suon di ceffoni a mano aperta, che dopo aver visto i suoi film la domenica pomeriggio, a cena pretendevamo di mangiare fagioli, che migliaia di volte abbiamo canticchiato il Coro dei Pompieri o fischiettato la sigla di Banana Joe, che scommettavamo giocandoci birra e salsicce, che almeno una volta abbiamo sognato di avere una Dune Buggy rossa con cappottina gialla.
Ebbene si, caro Bud. Se abbiamo passato un'infanzia felice, un po è sicuramente merito tuo. Grazie per ogni singola risata, ti ricorderemo per sempre... Altrimenti ti arrabbi!!!
Ciao Bud.

Simone "Montiz" Montagna

sabato 25 giugno 2016

IL SEGRETO DEL CHIEVO

Nella stagione 2001/2002 il neopromosso Chievo Verona sorprende tutti, disputando un eccelso campionato che gli vale un impronosticabile quanto meritato quinto posto finale, guadagnandosi di fatto l'accesso alla successiva Coppa Uefa.
Molto si è detto del cosiddetto "miracolo Chievo", attribuendo grandi meriti all'allenatore Luigi Del Neri, in grado di impostare la squadra con un moderno quando redditizio sistema tattico.
Nella rosa clivense non ci sono prime donne ne roboanti colpi di mercato, ma solo calciatori ottimamente propensi al grande lavoro fisico e metodico che il tecnico di Aquileia richiede loro, finalizzato a creare una squadra che si muova come un meccanismo perfetto.
 
 
In porta una della novità del mercato estivo, Cristiano Lupatelli, giovane portiere dalle ottime doti atletiche, ma soprattutto molto propenso a giocare al di fuori dell'area di rigore per garantire copertura alla difesa rigorosamente schierata a zona.

venerdì 17 giugno 2016

MARIO BERTINI

Quando pensiamo all'Italia del Mondiale del 1970 la nostra mente va inevitabilmente all'epica sfida Italia-Germania 4-3 ed alla successiva finale dove il formidabile Brasile di Pelé ha annichilito la stanca formazione allenata da Valcareggi.
Nel mezzo ci possiamo ricordare della famosa staffetta tra Rivera e Mazzola, della coppia gol Boninsegna-Riva e solo in misura inferiore degli altri componenti di tale indimenticabile formazione.
Tra di essi merita una citazione il mediano degli azzurri Mario Bertini, in assoluto uno dei centrocampisti più completi dell'epoca ed elemento insostituibile nello schieramento tattico del commissario tecnico.
 
 
La sua crescita calcistica avviene nella natia Toscana, dove si fa le ossa dapprima a Prato in serie C, dove vince il campionato  e successivamente ad Empoli, dove gioca una sola stagione (1963/1964) mettendo in piena mostra tutte le sue doti di centrocampista, realizzando inoltre 7 reti nelle 31 partite disputate.

giovedì 9 giugno 2016

EL MAESTRO PIENDIBENE

I grandi calciatori sono tali non solo per le indubbie doti tecniche possedute ma anche, o soprattutto, per il grande senso tattico da loro dimostrato sul rettangolo di gioco.
Il sapere dove posizionarsi per essere utile alla squadra o la capacità di muoversi con perfetto tempismo sono qualità che non si imparano; un calciatore le possiede naturalmente e sono una parte fondamentale di quella grande virtù che è il talento.
Da questo punto di vista José Antonio Piendibene Ferrari può essere considerato un vero e proprio precursore nel ruolo di centravanti arretrato, posizione che gli ha permesso di venire considerato come uno dei giocatori più forti della sua epoca.
 
 
Nato nella capitale uruguaiana nel 1890, si mette subito in luce nel Penarol come attaccante destro, dimostrando da subito una tecnica di base sopraffina ed un'incredibile capacità di leggere il gioco prima di tutti.

giovedì 2 giugno 2016

L'ORLANDO SPUNTATO

La carriera di certi giocatori sembra avere l’andamento tipico delle montagne russe: raggiunge apici altisonanti in determinanti momenti per poi cadere in picchiata subito dopo, magari ripetendo più volte tale concitato sali e scendi.
A volte sono limiti caratteriali o tecnici a determinare tale discontinuità, mentre in altre occasioni sono fattori terzi o imputabili ad altre persone ad impedire al suddetto calciatore di dimostrare con costanza e nel tempo le proprie doti.
Nel caso di Alberto Orlando le motivazioni possono ricadere in entrambe le casistiche, considerando in estrema sintesi il carattere del giocatore ed i vari ostacoli da lui trovati per imporsi nel suo naturale ruolo di centravanti.
 
 
La sua carriera inizia nella capitale dove è nato nel 1938, entrando nel settore giovanile della Roma all’età di 16 anni, imponendosi sin da subito come un prolifico realizzatore.

venerdì 27 maggio 2016

MAI SOTTOVALUTARE CUBA














Cuba è una magnifica isola caraibica dove l'interesse per lo sport si focalizza principalmente su discipline quali baseball e volley, dimostrando per il calcio solo un interesse sommario.

mercoledì 25 maggio 2016

CAMPIONI A CASA D'ALTRI















Scozia, Croazia e Grecia sono solo tre delle nazioni dove il locale campionato è praticamente territorio di conquista solo per una squadra. Celtic, Dinamo Zagabria ed Olympiakos dominano ormai la scena da anni relegando le rivali ai semplici piazzamenti per le Coppe Europee.

giovedì 19 maggio 2016

AL SERVIZIO DI DIEGO

Uno dei più diffusi punti di vista o luogo comune della storia del calcio sancisce che Diego Armando Maradona abbia vinto "da solo" il Mondiale del 1986, grazie alle prodezze con le quali il fenomenale numero 10 ha trascinato al secondo titolo della sua storia la nazionale argentina.
In effetti le magie ed il carisma del Pibe de Oro rappresentano il fattore predominante nel successo dell'Albiceleste e non sembra esagerato affermare che senza di lui la sorte della nazionale di Bilardo sarebbe stata molto diversa.
Tuttavia la nazionale che si presenta in Messico nel 1986 è composta altresì da ottimi elementi che, se da un lato sono al servizio del talento di Maradona, dall'altro sono singolarmente meritevoli di menzione avendo, alla pari del loro capitano, giocato un Mondiale sensazionale.
Anche le mosse del commissario tecnico di La Paternal vertono in tal senso: piena libertà di azione a Maradona, intorno al quale costruisce un tessuto tattico meticoloso e vincente.
 
 
Trai i pali troviamo quello che al momento è una vera e propria garanzia di sicurezza, vale a dire Nery Pumpido, estremo portiere completo e carismatico.

martedì 17 maggio 2016

DELIZIA VERDEORO















Ormai da qualche tempo la nazionale brasiliana sta vivendo un momento poco felice dal punto di vista tecnico. Fatta eccezione per il talento di Neymar e pochi altri, la Seleção sta attraversando il classico momento di transizione.

venerdì 13 maggio 2016

VIRGILIO MAROSO

Quando l’areo con a bordo il Grande Torino si è schiantato sul monte Superga il calcio italiano ha perso un manipolo di grandi uomini ed eccelsi calciatori, lasciando un vuoto incolmabile nelle vite di tutti gli sportivi.
Nel dettaglio la rosa della squadra piemontese era composta sia da campioni affermati, sia da giovani in rampa di lancio, pronti cioè a scrivere pagine indelebili della storia calcistica italiana ed internazionale.
Uno di questi era Virgilio Maroso, terzino sinistro dai mezzi fisici e tecnici sbalorditivi, cresciuto calcisticamente proprio nel florido settore giovanile granata.

 
Maroso nasce a Crosara di Marostica nel 1925 e si traferisce ben presto a Torino con tutta la famiglia, emigrata in Piemonte in cerca di occupazione.

martedì 10 maggio 2016

NERVI D'ACCIAIO













Di sicuro molti di voi si ricordano del film "Full Monty", pellicola del 1997 diretta da Peter Cattaneo dove un gruppo di squattrinati senza lavoro si improvvisano spogliarellisti nel tentativo di raggranellare qualche sterlina. 

giovedì 5 maggio 2016

SVEZIA 1958

Il Mondiale del 1958 è storicamente e generalmente ricordato per essere stato il torneo nel quale è esploso agli occhi di tutto il mondo il talento di Pelè.
Trascinato dal giovanissimo O’Rey e da una squadra tecnicamente sublime, la Seleção domina letteralmente la competizione, consegnando alla storia una pagina ancora oggi indelebile di sbalorditiva capacità calcistica.
La squadra allenata da Vicente Feola canalizza quindi su di se tutte le attenzioni ed i ricordi degli appassionati, lasciando così nell’ombra i secondi classificati del suddetto Mondiale.
Ad arrendersi ad un Brasile quasi imbattibile è infatti la Svezia padrone di casa, compagine di ottimo livello ed in assoluto una delle squadra tatticamente e tecnicamente più forti del periodo.
 
 
La squadra svedese è allenata dall’inglese George Raynor, ex centrocampista di buon livello, tornato sulla panchina dei Gialloblu nel 1956 dopo la prima esperienza durata 8 anni (dal 1946 al 1954).

martedì 3 maggio 2016

MALEDETTO RIGORE














Miroslav Dukic si è distinto nel campionato spagnolo per le ottime stagioni disputate con le maglie di Valencia, Tenerife e prima ancora Deportivo La Coruna.

domenica 1 maggio 2016

CHIEDIAMO L'AIUTO DEL PUBBLICO




















Il mondiale argentino del 1978 è passato alla storia del calcio per le note vicende legate alla junta militar, capitanata dal Generale Videla, che ha praticamente trasformato il torneo calcistico in una vera e propria propaganda per mettere in bella mostra la nazione argentina.

venerdì 29 aprile 2016

FAIR PLAY PLEASE





















I calciatori ci hanno ormai abituato ad ogni espediente o comportamento poco leale per ottenere vantaggi dal direttore di gara: simulazioni, proteste esagerate e perfino aggressioni fisico/verbali sono all'ordine del giorno, lasciando ogni principio sportivo e cavalleresco ad altri contesti.

mercoledì 27 aprile 2016

martedì 26 aprile 2016

ULF KIRSTEN

La riunificazione della Germania avvenuta nel 1990 ha avuto pesanti ripercussioni anche sull'organizzazione del calcio tedesco, finendo per mettere in secondo piano le squadre ed i calciatori dell'ex DDR.
Tuttavia, tra questi ultimi c'è chi è riuscito ad imporre il suo talento anche nella nuova Bundesliga, trasferendosi con profitto nelle ricche e blasonate compagini dell'ex blocco occidentale.
Uno di questi risponde al nome di Ulf Kirsten, mortifero centravanti cresciuto nella Dinamo Dresda ed esploso agli occhi di tutta Europa con la maglia del Bayer Leverkusen.


Proprio con la famosa Dynamo avviene il suo esordio nell'Oberliga, dove esordisce a soli 19 anni, mettendo in luce doti da attaccante di razza, confermate da una media realizzativa impressionante (154 presenze e 54 reti in campionato, quasi totalmente segnate nelle ultime stagioni).

venerdì 22 aprile 2016

BEDOYA, L'UOMO DEI "RECORD"

Se si pensa al calcio colombiano spesso tornano alla mente immagini di allegria, di festa. Da Asprilla a Valderrama fino al più recente Cuadrado ci si può accorgere di aver di fronte giocatori di immenso talento con un'estrema voglia di divertirsi, far divertire e di sorridere. Non tutti però, sono così.
Ad Ebéjico, un comune montano nella provincia di Antioquia, il 26 settembre del 1975 nasce Gerardo Bedoya, definito da più fonti nel Regno Unito, nel 2012, "World's dirtiest footballer" ossia il giocatore più sleale del mondo. Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo la carriera di "El General".
Passa tutta la trafila delle giovanili come difensore centrale e talvolta terzino sinistro nel Deportivo Pereira squadra dell'omonima città non molto lontano da casa sua. Nonostante un fisico non proprio da centrale (175 cm per 70 Kg) con la sua proverbiale grinta riesce a sopperire alle carenze di fisico.
Con buone prestazioni attira su di se i fari di una delle più famose società colombiane, i biancoverdi del Deportivo Cali dove, nonostante una falsa partenza, grazie all'arrivo in panchina di Josè "El Cheche" Hernandez e un compagno di reparto del calibro di Mario Yepes, riesce a vincere il Campeonato Colombiano.
Viste le buone prestazioni ottenute con la maglia dei Los Azucareros viene convocato in nazionale dal CT Francisco Maturana per disputare la Copa America del 2001. Segna una rete fondamentale all'Honduras in semifinale, risultando pedina inamovibile della formazione e, complici compagni di squadra come Cordoba, Yepes e Aristizàbal, diventa capocannoniere con 6 gol, portando per la prima volta al trionofo la Colombia. In finale viene sconfitto per una rete a zero il Messico (immancabile cartellino di Bedoya, stavolta giallo).

 
La rete di Bedoya contro Honduras

Bedoya sembra pronto ad un'avventura lontano da casa e passa così agli argentini del Racing Club di Avellaneda. E' in questa squadra che inizia a mostrare i primi segnali di cedimento caratteriale.