venerdì 30 giugno 2017

LA ROSA DEL PARON

L'Argentina è da sempre uno dei punti di riferimento del calcio nostrano, diventando in molte occasioni "terra di conquista" in termini di giocatori da ingaggiare.
Sono quasi cent'anni che i nostri dirigenti guardano al calcio albiceleste in certa di talenti o presunti tali, sfruttando anche la forte presenza di immigrati italiani nella società argentina.
Nel corso degli anni sono arrivati grandi campioni, giocatori normali e qualche proverbiale bidone, il più delle volte presi sulla fiducia, fino a la figura degli osservatori ed il fenomeno dello scouting non sono diventati un'utile prassi.
Senza possibilità di vedere sul campo un giocatore era necessario fidarsi delle recensione provenienti da oltreoceano, il più delle volte esagerate per non dire false.
Viene da se che talvolta di vero non c'era neanche il ruolo stesso del calciatore: capitava infatti che modesti difensori venissero spacciati come prolifici attaccanti o superbi centrocampisti, con il solo scopo di ingolosire l'ignaro acquirente.
In questo clima di incertezza e di mal riposta fiducia nel 1954 la Sampdoria acquista dal Rosario Central un presunto formidabile attaccante, rivelatosi però tutt'altro che prolifico.
Ignara di avere a disposizione un raffinato centrocampista, la società blucerchiata si libera dopo due stagioni del giocatore, mandandolo al Padova.
Ed è proprio qua che Humberto Rosa incontra un allenatore che gli cambierà la carriera, Nereo Rocco.


Per meglio chiarire il concetto occorre ritornare nella Rosario degli anni '50 dove un giovanissimo Rosa, detto Coco, si mette in mostra con la maglia delle Canallas, mettendo sin da subito in mostra doti tecniche di alto livello.
Dal 1950 al 1954 diventa uno dei simboli dei gialloblu, finendo per diventare a 22 anni un prospetto più che valido per il mercato europeo.
Come anticipato la dirigenza della Sampdoria, alla ricerca di un attaccante, lo ingaggia nell'estate del 1954, certa di portare a Genova il tanto agognato cannoniere di cui abbisogna.
In realtà Rosa non è un gran realizzatore e pur disponendo di tecnica e classe non riesce ad imporsi in ruolo non suo, finendo per segnare 10 gol in due stagioni.
Cifre che sono molto vicine a quelle riscontrate con la maglia del Rosario Central, dove in 88 partite aveva segnato 8 gol; probabilmente tale media era nascosta ad arte in fase di trattativa dai dirigenti del Rosario.
Il giocatore non viene altresì aiutato da un carattere chiuso e schivo, visto come un ulteriore limite dalla tifoseria amica, convinta senza dubbi che da Rosario abbiano mandato il classico bidone.
A questo punto entra in scena Nereo Rocco che spende parole di apprezzamento per il giocatore con la dirigenza del Padova, convincendola ad acquistarlo nell'estate del 1956.



ll Paron capisce immediatamente che il ruolo di Rosa è quello di centrocampista, affidandogli idealmente le chiavi del centrocampo dei patavini.
L'argentino si cala alla perfezione nel ruolo, dettando con maestria i tempi della squadra e diventando imprescindibile per rifornire la micidiale coppia offensiva formata da Kurt Hamrin e Sergio Brighenti.
Il Padova si schiera con un compatto 4-3-3, dove l'ala sinistra Enore Boscolo funge da "guastatore" sulla fascia sinistra, pronto in fase di non possesso ad abbassarsi a centrocampo.
Con un a difesa ferrea (accusata di catenaccio dai critici), un centrocampo creativo ed un attacco prolifico il Padova ottiene uno storico terzo posto, ancora oggi miglior risultato di sempre nella storia del club.
Rosa riesce a mettere in campo tutta la sua qualità, finendo per essere uno dei migliori centrocampisti del campionato, trovando anche la rete in 6 occasioni.
In apparenza lento, il Coco è però veloce di pensiero e gioca la palla come se sapesse in anticipo il movimento del compagno e l'eventuale contromossa dell'avversario.
Gioco praticamente a tutto campo, abbassando quando è il caso la sua posizione per impostare l'azione o per contribuire alla fase di interdizione.
Grazie ai consigli di Rocco riesce anche ad imporsi caratterialmente, prendendo con profitto in mano il gioco offensivo della squadra ed incantando il pubblico dell'Appiani con mirabili giocate.
Nelle successive stagioni il rendimento del centrocampista argentino si conferma altissimo, all'interno di una squadra che ogni anno perde progressivamente qualche fondamentale tassello.
Nel 1961 arriva anche per lui una prestigiosa offerta: la Juventus vede in lui il degno successore di Giampiero Boniperti, bandiera dei bianconeri che proprio nel suddetto anno ha dato l'addio al calcio giocato.
Il trasferimento si concretizza per la grande soddisfazione del giocatore, che sin da subito viene etichettato come il "terzo straniero" della squadra, quando la normativa consente di utilizzarne solo due.


La titolarità appartiene a due grandissimi come Omar Sivori e John Charles, campioni che molto hanno dato alla compagine torinese e che sono idolatrati dal pubblico del Comunale.
La stagione è una delle peggiori della storia della Juventus, terminata addirittura con un poco gratificante dodicesimo posto, mai in corsa per le posizioni di vertice.
Rosa scende in campo 18 volte, sembrando avulso al contesto, anche a causa del cambio di guida tecnica dalla la coppia Korostelev/Green al rispolverato Carlo Parola.
Sono poche le soddisfazioni per l'argentino, che lascia indizi del suo talento solo in poche partite, comprese due ottime prestazioni in Coppa dei Campioni contro Panathinaikos e Partizan Balgrado.
Inevitabile il divorzio a fine stagione, con il centrocampista argentino che si trasferisce a Napoli, in una squadra neopromossa, fresca della vittoria in Coppa Italia ed allenata da un tecnico giovane ed ambizioso, il Petisso Bruno Pesaola.
Nonostante l'entusiasmo la squadra partenopea retrocede nuovamente a fine stagione, dopo un'inopinata sconfitta contro l'Atalanta.
Rosa disputa comunque una buona stagione, ritrovando nuovamente sicurezza nel ruolo di creatore di gioco, ma non può nulla per evitare il mesto ritorno nella serie cadetta.
Categoria che lo vede protagonista nell'ultima stagione da lui giocata, dove non riesce comunque a contribuire alla risalita degli azzurri, terminando all'ottavo posto.
Come anticipato a soli 32 anni decide di mettere fine alla sua carriera, non trovando più stimoli come calciatore anche a causa di alcuni persistenti acciacchi fisici.
Diventa così allenatore, venendo apprezzato in molte piazze, anche se il ricordo migliore l'hanno ancora i tifosi del Padova, che ancora lo ricordano come un regista di centrocampo dai piedi fini e dall'intelligenza squisita.

(Fonti. storiedicalcio.altervista.org, ilpalloneracconta.blogspot.com)



Giovanni Fasani

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