giovedì 8 giugno 2017

PAT JENNINGS È UN SOGNO CHIAMATO IRLANDA.


Ci sono storie noiose, banali, strumentalizzate che parlano di piccoli giocatori che vogliono apparire grandi; poi ci sono storie di grandi giocatori che nella loro modestia appaiono piccoli anche se in verità sono dei colossi: è questo il caso di Pat Jennings leggendario portiere dell' Irlanda del Nord.
Pat giocava un calcio diverso dal nostro, un calcio che noi non seguiremmo mai, un calcio dove non si poteva mandare la palla direttamente fuori dal campo, e tanto meno trattenerla o farla rimbalzare due volte o fare quattro passi di corsa senza affidarsi all'aiuto di un compagno insomma dopo quattro passi la palla dovevi per forza passarla.
Quel calcio era conosciuto in tutta l' Irlanda con il nome di "calcio gaelico". Ed era il calcio gaelico, quello che tutti i giovani d' Irlanda amavano e seguivano quasi come una religione ed il giovane Pat Jennnings irlandese d' Irlanda non faceva eccezione. Il calcio degli inglesi non gli piaceva perchè per lui, ragazzo di Belfast, era il calcio dei padroni degli invasori venuti un giorno dal mare per conquistare la sua gente. Questo prima che andasse a difendere i pali delle porte del "White Hart Lane" casa del Tottenham e di "Highbury" tempio pagano e dimora dell’Arsenal e soprattutto quelli della porta dell’Irlanda del nord.


Non ha mai rinnegato il calcio gaelico e quando qualcuno gli diceva che era uno sport violento rispondeva: "Io non credo. Dipende dagli occhi con cui lo guardate. Se vi mettete a giudicare il calcio gaelico con lo sguardo che posate sul calcio, vi parrà forse una piccola barbarie. Ma se lo osservate come quando andate al rugby, quel rugby di cui tanto bene parlate, allora il mio calcio gaelico è un soffio, un vento leggero, un minuetto"
 
Lo diceva uno che sapeva bene che con la violenza non si risolveva niente, uno che negli occhi ancora gli attentati dell' IRA ma che sul campo aveva capito che con l' odio e la violenza non si può cambiare la storia di una partita e neanche il quella di un paese..
Era cresciuto in una scuola cattolica, dove aveva imparato per prima cosa il senso della parola settarismo. Sognava uno sport che unisse invece che dividere al di la delle bandiere, degli inni, e dell' identità che ognuno aveva. Ma le cose non andavano così ai suoi tempi quando la corona inglese comandava e gli irlandesi non volevano ubbidire, quando da Cavehill i giovani d'Irlanda vedevano la costa della Scozia e sentivano bruciare l’odore della miglior gioventù irlandese in una guerra fatta di proclami ed attentati.
Un odore che dal 1690 sapeva di sangue. Per anni, tutto il sangue che è riservato sulla terra d’Irlanda, lo hanno chiamato semplicemente “The Troubles” ovvero "I disordini".
Pat lasciò la scuola a quindici anni in cambio di un lavoro in una piccola fabbrica di lino. Lavorava dalle otto del mattino alle sei di sera senza sosta e quando usciva andava a giocare a calcio, anche se quello che amava era in realtà la forma sferica del pallone. S'incontrava con gli amici e con gli ex compagni di scuola  in un prato recintato, poco lontano dal quartiere in cui abitava , i pali delle porte erano un paio di sassi, d’inverno dei  cappotti, e li Pat diventò un portiere perchè il portiere secondo la sua visione era quello che aveva più da fare e quindi si divertiva di più. La prima volta che andò su un campo vero, di quelli con e righe segnate per terra e le reti alle porte non toccava neanche la traversa. Non era altissimo, ma sui palloni bassi sembrava un puma, una tigre pronta a ruggire, con il tempo imparò a uscire e a smanacciare il pallone, poi a colpirlo di pugno ed infine a bloccarlo.


"Merito del calcio gaelico" diceva lui. Lavorava come falegname quando la squadra di suo fratello, il Newry United, rimase orfana del proprio portiere, che un giorno aveva deciso di fare i bagagli per andarsene in Inghilterra in cerca di fortuna. E suo fratello lo invitò in squadra per un provino;  tre mesi dopo vinse la Coppa d’Irlanda junior venendo anche segnalato per la nazionale giovanile, che avrebbe partecipato gli Europei Under 18 a Londra. Non era ancora maggiorenne e il Sud di Dublino ed il Nord di Belfast per lui erano terre misteriose e sconosciute e come d' incanto era là nel tempio sacro del football: Wembley.
Persero 4-0 contro l' Inghilterra contro giocatori i quali giocavano tutti in prima divisione. Ma lui il piccolo operaio irlandese fece miracoli. Gli irlandesi sono un popolo gioviale ed amichevole che ci mettono un' attimo a farsi amico un forestiero eppure ci hanno messo secoli per parlarsi fra di loro. Forse la colpa è stata proprio del calcio, perchè nel rugby, nella boxe, sono sempre stati solo irlandesi, tutti, i cattolici del sud, i protestanti del nord, uniti, semplicemente. Anche alle Olimpiadi, nella tana del più sfrenato nazionalismo, si può scegliere di stare insieme.
Ma prendete una partita di calcio e lo scenario improvvisamente cambia. Forse perché è un gioco della classe proletaria e la maggior parte dei 'Troubles" di cui sopra succedevano prevalentemente nei quartieri popolari. Il Newry lo cedette subito al Watford, nella Third league quella che potremmo paragonare alla nostrana  serie C , e nell' Aprile del 1964, la nazionale maggiore lo fede debuttare in una partita contro il Galles alla tenera età di 19 anni; non era però il più giovane insieme a lui esordiva anche un ragazzino ribelle di  18 anni tal George Best. Il più forte che si sia mai visto giocare dalle parti di Belfast. Non era speciale faceva quello che facevano tutti gli altri, ma un attimo prima, un attimo che faceva la differenza. Best era protestante, e Pat cattolico: ma in nazionale erano sempre nella stessa stanza.
Andavano al pub insieme dopo le partite, oggi sarebbe impossibile a causa della mentalità dei club che mettono pressione ai loro giocatori e dei paparazzi sempre pronti a saltarti addosso al minimo errore, ma l’uomo che non commette errori non è ancora nato. L’errore è un compagno di viaggio. Il miglior portiere del mondo è quello che ne commette meno.
Solo gli errori con le armi in mano sono irrimediabili. Quelli vanno fermati. Il 1972 era stato l’anno con il maggior numero di vittime dei Troubles, quasi 500. La domenica di sangue a Derry era un ricordo freschissimo, l’Operazione Motorman appena lanciata e Pat ed i suoi compagni pensarono di dover fare qualcosa di piccolo ma allo stesso tempo di grande.
L’idea giusta venne a Derek Dougan, il quale all’epoca era un giocatore del Wolverhampton. 
"Facciamo una squadra dell’Irlanda unita, dimostriamo al mondo che possiamo stare insieme" disse con il suo solito sorriso. Lo chiamavamo il Doug, lui era 40 anni avanti, rispetto ai tempi credeva che i calciatori avessero un potere enorme, quello di smuovere le folle, di far vergognare i politici, quello di unire le genti.
Per come vestiva, per come si pettinava, pensate a un Beckham venuto al mondo in anticipo. Ma la sua faccia e il suo nome voleva spenderli per la pace in Irlanda e non per contratti pubblicitari milionari. Johnny Giles era suo amico. Nel 1973 Giles era contemporaneamente calciatore del Leeds, calciatore della nazionale dell’Eire e suo CT, un fenomeno insomma cosa che a sentirla oggi fa strabuzzare gli occhi. Insieme ne parlarono a Louis Kilcoyne, presidente dello Shamrock Rovers, il club più famoso d’Irlanda.
Pareva una follia, e forse per questi stringendosi la mano si dissero: "proviamoci". Il Doug organizzò la selezione dei ragazzi del nord, Giles e Kilcoyne quella del sud. Kilcoyne ne parlò con Havelange, il presidente della Fifa. Gli promise il proprio voto alle elezioni successive, nel ’74, se avesse fatto giocare il Brasile in amichevole contro questa selezione. Havelange accettò, per lui era una questione di potere politico, per gli irlandesi era invece una questione di cuore. Jennings fu convocato e la prima cosa che gli passò per la testa, fu che sarebbe stato splendido giocare contro Rivelino, Jairzinho e Tostao. Una grande occasione per chi cercava inutilmente dal ’64 di qualificarsi per i Mondiali. Lo disse a Derek che lo rimproverò.
"Non pensare al Brasile, pensa all’Irlanda" e Pat si rese conto che aveva ragione. Avrebbe voluto far giocare la partita a Belfast, ma nessuno gli diede una mano.  Scoprirono che l’ostacolo più grande per una nazionale irlandese unita non sono i popoli, ma le due federazioni,; c’è gente che pensa di perdere il proprio posto di lavoro, i propri privilegi ed i propri soldi.
Quando scesero in campo nel Luglio del 1973 a Lansdowne Road a Dublino non poterono quindi usare il nome Irlanda. Erano lo Shamrock Rovers, "Special Edition".
Nelle cinque partite della nazionale nord irlandese che precedettero la sfida, Doug non venne convocato. Era la punizione dell’apparato politico-burocratico per aver messo in campo un processo di dialogo e di pace per aver teso la mano al "nemici". Due anni dopo si sarebbe dovuto ritirare dal calcio.
Anche a Pat ed agli altri quattro convocati venne fatto capire che ci sarebbero state ritorsioni, non ce ne furono, addirittura tre di loro (Hamilton, O’Neill e lo stesso Jennings) dell’Irlanda del Nord sarebbero poi stati capitani. Il Brasile s' impose con il punteggio 4-3, in quella che fu una partita indimenticabile: nessuno segnava 3 gol al Brasile da non si sa bene quanto tempi. Pat ed i suoi compagni dimostrarono al mondo intero che tutto era possibile. Che era possibile fare tre gol al Brasile, che era possibile che cattolici e protestanti giocassero insieme sotto un' unica bandiera.
Ed alla fine si qualificò anche per i mondiali.


Nel 1982, l' Irlanda del Nord era in Spagna e passò addirittura il primo turno a spese della Jugoslavia. Norman Whiteside, a 17 anni e 41 giorni, diventò il più giovane di tutti i tempi a debuttare in una partita della fase finale dei Mondiali. Oggi è ortopedico, si laureò dopo aver smesso con il calcio.
I tifosi portarono la bandiera dell’Irlanda del nord sulle tribune e per le strade di Spagna, ma a Pat non piacevano i loro cori, che parlavano di odio e intolleranza. Lo rese pubblico ricevendo in cambio, minacce di morte dai più fanatici fra i protestanti nazionalisti. Ma di quel Mundial andò sempre orgoglioso. Un orgoglio che voleva abbracciare tutto il popolo irlandese da Nord a Sud senza distinzioni. Cinque mesi dopo, il mondiale iberico Bono andò con gli U2 in concerto a Belfast, stava per uscire l’album War, dicendoli che aveva una nuova canzone da farli sentire. Parlava di lui, di Best, di Whiteside, di Belfast, di Derry, di Dublino e dell' Irlanda intera. S'intitolava Sunday Bloody Sunday.  Non smisero più di suonarla.
Andò sempre fiero di aver difeso la porta del Tottenham e dell'Arsenal, soprattutto andava fiero del fatto che i tifosi di entrambe le squadre lo avessero amato. Nel 1986 era ancora ai Mondiali.


Aveva lasciato il calcio, ma William Bingham lo volle lo stesso in squadra. Prima da terzo portiere e poi da titolare contro l’Algeria, poi contro la Spagna e anche nella partita che chiudeva il cammino nel girone e la partecipazione dell' Irlanda del Nord a Mexico '86.
A Leòn il 12 Giugno 1986 chiuse la sua carriera nel giorno del suo quarantunesimo compleanno.
L’avversario era il Brasile. E quando Careca segnò il gol del definitivo 3-0, davanti agli occhi rivide passare Rivelino, Jairzinho,Derek Dougan e tutti i giorni futuri dell’Irlanda.

(Fonti: nationalfootballmuseum.com e Puliciclone)



Danilo Crepaldi

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